A Viareggio, non lontano dal mare che d’inverno si trasforma in una distesa silenziosa e malinconica, Giuseppe Biagi lavora ancora oggi nel suo studio, circondato dagli stessi paesaggi che lo hanno accompagnato fin dall’infanzia: le colline che scendono dolci verso la pianura, i boschi che improvvisamente si infittiscono, i fiumi che trascinano tronchi e detriti fino alla foce, le spiagge solitarie battute dal vento, e quel mare che è insieme familiare e inafferrabile, presenza quotidiana e inesauribile fonte di immagini. È in questa Versilia che Biagi ha sempre trovato il cuore della sua pittura, e non ha mai sentito il bisogno di cercare altrove: le “case mute”, gli animali erranti, i bagnanti solitari, i fumi che si alzano dalle colline, le scale che collegano la terra al cielo e anche viandanti, strani personaggi angelici, cavalieri solitari e persino cervi volanti (non della famiglia dei coleotteri, ma veri cervi sospesi in cielo, quasi come in un romanzo di Bulgakov): tutto proviene da qui, da questo paesaggio vissuto giorno dopo giorno, osservato con attenzione e poi trasfigurato in immagini sospese, straordinariamente poetiche e rarefatte, mai descrittive ma sempre fortemente evocative, viste attraverso il filtro di una sorta di realismo magico che nel tempo ha stregato e fatto amare visceralmente il suo lavoro a critici e storici dell’arte come Roberto Tassi, Franco Marcoaldi, Giorgio Soavi, Vittorio Sgarbi, Mina Gregori, solo per citarne alcuni.

Ed è proprio a partire da questo mondo interiore che nasce la mostra “Vs (Versus)”, ospitata fino al 15 ottobre 2025 alla Galleria Ceribelli di Bergamo, curata dallo stesso Arialdo Ceribelli nell’ambito della Milanesiana, la manifestazione ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi: un percorso che si snoda attraverso paesaggi e animali, tra colline, fiumi e boschi, per concludersi con un’unica tela che raffigura un soldato ucraino di spalle. È, questo, l’unico riferimento esplicito alla guerra, che pure aleggia come un’ombra diffusa su tutto il ciclo, tra scheletri di case in mezzo alla campagna, suggerendo una contrapposizione radicale, un “versus” appunto, tra la natura e ciò che la distrugge: la guerra appunto, col suo carico di orrore e di distruzione.
Abbiamo incontrato Biagi nel suo studio di Viareggio per parlare di quei paesaggi che da sempre accompagnano la sua pittura e che coincidono con la sua vita: colline, fiumi, boschi e mare, luoghi reali e quotidiani che per lui sono diventati visioni interiori, cariche di memoria. Sono i suoi luoghi dell’anima: non un altrove immaginario, ma l’orizzonte stesso della sua esistenza, continuamente restituito nei quadri.

Giuseppe, sei nato e vivi da sempre a Viareggio. Che rapporto hai con il paesaggio versiliese?
Il rapporto è quotidiano e direi in qualche misura assolutamente viscerale e inevitabile. Io non sono mai stato uno che va a cercare paesaggi lontani o esotici, perché quello che mi interessa è ciò che ho davanti agli occhi quotidianamente, benché, poi, lo trasfiguri completamente con la mia pittura: ed ecco allora che nascono da lì i paesaggi che vedo nelle mie passeggiate in campagna, con le colline che salgono verso Sant’Anna, le pinete, i boschi, e anche il mare, rigorosamente ritratto d’inverno, perché per me è quello invernale il paesaggio marino che mi suscita maggiori suggestioni, non certo quello estivo, con la sua valanga di bagnanti, il chiasso, la folla, il rumore… Sono le immagini che fanno parte della mia vita e che inevitabilmente tornano nei quadri, come fantasie, suggestioni, trasfigurazioni poetiche tradotte in pittura.
Tu percorri spesso questi luoghi, a piedi o in bicicletta…
Sì, continuo a farlo, anche se ora con più fatica. A Bocca di Serchio, per esempio, ci sono andato per anni: la spiaggia non è mai uguale, cambia con le stagioni, con le correnti, con le piene del fiume. Un inverno la trovi piena di tronchi, tre mesi dopo non c’è più nulla. Oppure alla Bufalina, un fiumiciattolo che scende da Torre del Lago: d’inverno è allagato, e ci vedi i cavalli con la gente che li porta a passeggio sulla sabbia. Sono immagini che restano in testa e che, a distanza di tempo, riaffiorano nei quadri. Io scatto foto con il telefonino, faccio piccoli filmati, poi fermo un fotogramma: non mi serve la nitidezza della macchina fotografica, ma la suggestione, che diventa pittura.

Nei tuoi quadri ricorrono spesso anche i fuochi, i fumi che si alzano dalle colline…
Sì, è un’immagine che mi colpisce sempre. In primavera e in autunno vedi le colonne di fumo che si alzano dai campi: sono roghi di foglie, di potature, e sembrano davvero collegare la terra al cielo. Sono i fuochi che ho visto e vedo tante volte, girando per le campagne, in primavera e in autunno, quando i contadini bruciano le foglie ai margini dei campi, specie dopo che è piovuto per non rischiare di far bruciare tutto il bosco, e allora i cieli sono puntellati dalle lingue delle fiamme e dai fumi solitari che salgono verso il cielo, come un contrappunto naturale e poetico del paesaggio stesso… Li ho visti tante volte, andando in bicicletta, e ogni volta mi hanno dato una suggestione fortissima. L’incendio di Montigiano, qualche anno fa, quando bruciarono le colline sopra Massarosa, fu devastante: ricordo quel paesaggio già consumato dal fuoco, spettrale, e da lì nacquero quadri che restituiscono proprio quella sensazione. Per me il fumo è un elemento simbolico, che riporta sempre a un’idea di passaggio, di comunicazione tra ciò che è terreno e ciò che è oltre.

Ogni tanto, nei tuoi lavori compare anche qualche casa solitaria in cima a una collina…
Sì, sono quelle che io chiamo le “case mute”, che dipingo da decenni, mi viene da dire da sempre: sono un tema che non ho mai abbandonato, e che proprio pochi anni fa ho ripreso in mano, con una mostra alla galleria di Susanna Orlando, a Pietrasanta. Lo spunto mi viene dalla visione di certe abitazioni isolate che ho sempre incontrato nei miei giri, a piedi o in bicicletta, oppure di abitazioni che in realtà non sono poi così isolate, ma che nei miei quadri diventano una sorta di simbolo della solitudine dell’abitare, una specie di metafora esistenziale, che io riduco e semplifico fino a renderle quasi segni. Ma in fondo tutti i miei paesaggi sono trasfigurazioni di ciò che vedo nella mia quotidianità.
Anche il mare è un altro tema ricorrente, ma quasi sempre quello invernale.
Sì, è il mare che sento mio: solitario, silenzioso, quasi sempre vuoto, con poche figure solitarie. Ho fatto anche quadri con i bagnanti, ma erano sempre figure isolate, spesso d’inverno, sulla spiaggia della Lecciona, che io frequentavo molto quando potevo fare lunghe passeggiate. Tutto nasce da qui, dal mare della Versilia: io lo riduco a pochi segni rarefatti, lo trasfiguro, ma la radice è sempre questa. È un mare che restituisce meglio di qualsiasi altro il senso che cerco nei miei quadri. Diverso è stato quando, oltre ai bagnanti solitari, ho inserito figure di migranti che vendevano oggetti sulla spiaggia: li ho dipinti per la Biennale di Venezia e poi ancora in una mostra da Paola Raffo, sempre a Pietrasanta: Erano figure estive, colte in piena luce, ma che nel mio sguardo diventavano altro: quasi dei Re Magi, con pacchi e fagotti in mano, isolati dal contesto e restituiti come presenze simboliche, lontane dalla folla e dalla confusione delle spiagge affollate.

A volte, poi, nei tuoi quadri delle campagne, compaiono delle figure minime, sempre solitarie: viandanti, santi, animali, persino cervi volanti…
Sì, sono immagini che fanno parte del mio immaginario e che riaffiorano di tanto in tanto. I cervi volanti li porto dietro da anni, e ogni tanto ritornano nei quadri. Così come certi santi eremiti, che derivano da miniature trecentesche che avevo studiato. Non mi chiedo se siano immagini surreali o meno, né che senso abbiano: sono cose che riaffiorano nella mia mente perché sembrano far parte di me da sempre, immagini che non hanno un’origine precisa, ma che arrivano sulla tela in maniera naturale, come delle apparizioni.

E quei cavalieri che compaiono all’improvviso nei quadri, come personaggi d’altri tempi?
Anche i cavalli li ho dipinti partendo da ciò che vedevo davvero, nelle domeniche passate alla Bufalina, quella zona all’inizio della spiaggia libera di Vecchiano, dove il fiumiciattolo scende da Torre del Lago e sfocia nel mare. È un posto che d’inverno si allaga, e proprio lì compaiono spesso cavalli con i loro cavalieri: scene assolutamente quotidiane, ma che nel mio sguardo diventavano altro. Io non li riprendevo come gruppo, come semplice momento di passeggio, ma li isolavo, li trasmutavo in immagini sospese, quasi simboliche. E così il cavaliere che compare in alcuni quadri non è più solo un uomo a cavallo visto sulla spiaggia, ma una figura che si porta dietro qualcosa di enigmatico, che sembra appartenere a un tempo indefinito. È questo il lavoro che faccio: partire da una visione reale, quotidiana, e trasformarla in un’immagine che va oltre, che diventa altro.
E poi ci sono quelle strane scale che salgono verso il cielo…
Sì, infatti nella mia testa sono scale che collegano la terra al cielo, che si appoggiano a una collina o a un albero. Mi ha sempre affascinato questa tensione verticale, come se fossero strumenti per i “cercatori di corpi celesti”. Una volta ho fatto anche un grande acquerello per una mostra sui segni zodiacali, con un albero e una scala che saliva verso l’alto. Sono immagini che per me hanno sempre il senso di un collegamento, di un passaggio.

Il titolo della mostra di Bergamo è “Versus”, e l’ultima tela raffigura un soldato ucraino. Come si lega questo alla tua pittura dei paesaggi?
Il titolo è nato quasi per caso, guardando insieme a un amico i lavori che avevo messo da parte. Ci siamo accorti che dentro c’era un filo di contrapposizione, e allora è venuta fuori l’idea di “Versus”. La guerra non compare mai, se non in quel quadro del soldato di spalle, ma aleggia come un’ombra su tutto. Perché vedi le immagini di Gaza, o quelle dell’Ucraina, e ti accorgi che sono violenze assolute sul paesaggio, palazzi sventrati in mezzo alla campagna, ossimori visivi che gridano da soli. È lì che il titolo trova senso: guerra contro natura, contro la vita.

E tuttavia, nei tuoi quadri, la natura sembra prevalere.
È la speranza. Anche quando dipingo paesaggi devastati o incendiati, l’idea è che la natura resista, che in qualche modo torni. L’uomo invece rimane piccolo, fragile, sempre ridimensionato. Nei miei quadri c’è sempre questa sproporzione: l’immensità del paesaggio e la piccolezza della figura umana. Forse è lì, in fondo, il senso di tutto il mio lavoro…


