Jim Jarmusch, celebrato regista di culto statunitense, ha condiviso con il pubblico le foto surrealiste che hanno influenzato e ispirato il suo particolare stile cinematografico. Conosciuto per le sue pellicole caratterizzate da atteggiamenti impassibili, personaggi bizzarri e grandi questioni esistenziali, come “Stranger than Paradise” (1984) e “Ghost Dog: The Way of the Samurai” (1999), Jarmusch ha sempre dimostrato un forte interesse per l’arte, e in particolare per il surrealismo, tanto da farne un elemento chiave della propria narrazione filmica.
La settimana scorsa, in occasione della fiera Paris Photo, il regista ha selezionato una serie di opere di artisti come David Hockney, Man Ray, Peter Hujar e Robert Frank che, a suo dire, incarnano lo spirito rivoluzionario e visionario del movimento surrealista. Tra queste, spicca una fotografia di David Hockney del 1972, che ritrae un uomo che galleggia a faccia in giù in una piscina illuminata dal sole, circondato da un’acqua di un blu cristallino e i cui riflessi proiettano un’ombra sul fondo della piscina.
Ma cosa ha attratto Jarmusch del surrealismo? “La bellezza del surrealismo sta nel guardare le cose in modo diverso”, ha dichiarato il regista. “Ciò implica la giustapposizione del banale e del fantastico”. Ecco perché nella sua filmografia possiamo ritrovare numerosi tratti surrealiste, come la traccia di oggetti rosa in “Broken Flowers” (2005) che rivelano importanti indizi sul carattere del protagonista, ma che offrono poco in termini di risoluzione della trama.
Il regista ha ricordato come, durante la sua adolescenza, il surrealismo fosse stato una “rivelazione”. Questa scoperta lo ha portato a trascorrere un periodo a Parigi nei suoi primi vent’anni, dove ha percorso ripetutamente le misteriose strade notturne della città, utilizzando “Nadja” di André Breton come una sorta di mappatura della sua passeggiata tra l’ordinario e il onirico.
Oltre a Hockney, tra le opere selezionate da Jarmusch per l’esposizione, figurano le inquietanti immagini delle catacombe di Peter Hujar, il ritratto di Jack Kerouac realizzato da Robert Frank e molte altre opere che, sebbene non siano puramente surrealisti, “rispecchiano i principi del surrealismo di trasformare l’ordinario nel sognante, e a volte viceversa”.
Questo legame tra i mondi apparentemente opposti dell’arte e del cinema è un tema ricorrente nei lavori del regista: in effetti, le sue opere filmiche sembrano essere sempre su un confine nebuloso tra realtà e fantasia, caratteristica chiave del surrealismo.
Poiché il surrealismo sfida le norme e le aspettative, non sorprende che un cineasta come Jarmusch, che opera costantemente al di fuori dei confini tradizionali, trovi ispirazione in esso. Le sue opere, così come le foto surrealiste che ha condiviso, offrono al pubblico una nuova prospettiva sulla realtà, dimostrando così l’importante legame tra arte e cinema.
Nello scrivere, creare, e sicuramente anche nello scegliere queste fotografie per la fiera di Parigi, Jim Jarmusch ha dimostrato un’evidente affinità per le visioni artistiche che sconvolgono le convenzioni e sfidano le aspettative del pubblico, fornendo così un ulteriore approfondimento nella personalità e nell’estetica di uno dei registi più originali e intriganti del panorama cinematografico contemporaneo.


