Pino e Antonio si conoscono da più di mezzo secolo. I due avevano cominciato insieme una parabola che oggi si ricongiunge nel presente, avendo disegnato (e dipinto) un arco di memorie e storie che compone parti notabili dell’antologia dell’oggi. Pino Deodato e Antonio Sormani, i Contastoria. Così si chiamavano i due pictores vagantes degli anni Settanta, in piena libertà di contestare, quando il potere ce l’aveva la fantasia, e nei cannoni avrebbero dovuto esserci fiori, loro si misero in pellegrinaggio artistico sulle vie dell’arte europea: Parigi, Lisbona, Roma. A castigar, dipingendo, i costumi della borghesia guerrafondaia.

I Contastoria tornano in retrospettiva oggi, nel bello studio di Pino sui Navigli a Milano (Alzaia Naviglio Grande, 156, tel. per le visite: 333-4735090), con una rassegna inaugurata per la scorsa art week, aperta fino al 13 aprile, di dipinti storici a cui si aggiunge una struggente rielaborazione della memoria su nuove tele che restituiscono l’energia della rivoluzione sognata, in una miscela tutta contemporanea di toni e colori epici, lirici, romantici, intimi, trascendenti. Vi era, come nelle satire ovidiane, ironia, leggerezza e poesia, in quell’arte sociale, condivisa e partecipata fra tutti gli artisti della nuova figurazione contemporanea post condivisa e partecipata. Ai Contastoria toccarono, così, per lieve magia e soave disincanto, ma sincero impegno tuttavia, negli anni a cavallo della seconda metà dei ’70, la Quadriennale numero Dieci di Roma, il Salon de la jeune peinture a Parigi e una personale alla Galeria Gordillo di Lisbona all’interno della mostra Aspecto do Realismo europeo.

Pino e Antonio dipingevano “a quattro mani e due teste”, come amavano dire presentandosi al pubblico del nuovo mondo libero da guerre, povertà e disuguaglianza che promettevano i tempi di allora. Di promesse mancate è piena la storia dell’umanità, si sa, ma loro, i Contastoria, avevano davvero abolito la disuguaglianza, almeno nel fare artistico, tanto che pur provenendo da esperienze formative differenti assai, Antonio dall’iperrealismo, Pino dalle visioni spadariane (nel senso di Giangiacomo Spadari, biennalista), che poi si tradussero in un personale realismo magico, tutt’oggi praticato, i due affinarono una tecnica congiunta che nascondeva le diverse ispirazioni stilistiche e omologava in risultati sorprendenti il risultato finale dell’opera.

I Contastoria hanno avuto storie diverse nel corso della vita, dopo il sodalizio giovanile nel segno della libertà e della giustizia, non sempre del tutto libere e forse nemmeno tanto giuste, ma sempre unite nel sodalizio. Tanto che oggi la parabola si compie: i due si sono frequentati a lungo, come ai vecchi tempi, negli ultimi anni, e hanno prodotto altre storie. Anzi, le hanno rievocate. Tre grandi tele di grande impegno narrativo e poetico, un vero e proprio piccolo grande ciclo pittorico che riporta nel presente l’immaginazione del passato, così come era stato, o forse immaginato.

I lavori sono riemersi oggi, come restituiti all’attualità dal fiume sotterraneo della contemporaneità, a disposizione del pubblico, in bella mostra una qualità di opere alta, profonda, di vasta latitudine artistica. Il ritorno dei Contastoria sembra quasi, oggi, il trillo del menestrello al rientro di Giovanni Cuor di Leone dalle Crociate, quando il reame di Sherwood si risveglia dall’incubo dell’oppressione dello sceriffo di Nottingham. È un revival di immaginazione, una storia di amicizia e di solidarietà che, talvolta, fanno anche un poco di storia dell’arte.





