La serie comica di Hulu ‘What We Do in the Shadows’ ci presenta Nandor il Senza Sosta: un vampiro di 760 anni che un tempo fu un generale dell’Impero Ottomano e che ora risiede a Staten Island. Con i suoi coinquilini, tutti vampiri come lui, Nandor si cimenta in variopinte avventure nel mondo moderno, come mostrato nella prima stagione quando guida i suoi compagni in una missione per “conquistare” l’intero distretto, tra assurde buffonate e politica locale.
L’età però l’ha addolcito e, sebbene fosse conosciuto per il suo temperamento fiero e prepotente, adesso risulta meno arrogante e quasi dolce nei suoi ultimi anni setti-centenari. Dettagli del suo temibile passato vengono rivelati nel corso della serie – tra un riso e un frizzo – e in parte questo avviene attraverso le opere d’arte. Apprendiamo infatti che la patria di Nandor si trova in Al Qolnidar, un’immaginaria regione del XIII secolo nell’attuale Iran meridionale, e che durante la sua funzione di generale spietato depredò innumerevoli villaggi, fino a far diventare due volte il fiume Eufrate rosso dal sangue versato.
Il personaggio di Nandor, interpretato brillantemente da Kayvan Novak, admira nella puntata pilota della serie un ritratto di lui stesso lavorato e patinato, dipinto in stile tradizionale islamico. Nel quadro, lo vediamo ritratto mentre cavalca il suo caro destriero, Jahar. L’immagine ricorda stili e forme tipiche dei ritratti storici degli Imperatori Ottomani, tra cui Karim Khan Zand, fondatore della dinastia Zand che governò la Persia dal 1751 al 1779. Il suo ritratto a cavallo è molto probabilmente servito da ispirazione per il dipinto di Nandor.
Sotto il governo di Karim Khan, l’Iran trovò pace e prosperità, riprendendosi dalla devastazione di 40 anni di guerre. Karim Khan e Fath-Ali Shah Qajar, noto per le sue invasioni e saccheggi in Georgia durante le prime e seconde guerre russo-persiane, si avvicinano alla figura di Nandor. Ma il confronto non si limita ai fatti di guerra: tanto Fath-Ali era prolifico, avendo avuto ben 57 figli soppravvissuti, quanto Nandor era noto per la sua sterminata progenie. È interessante come ‘What We Do in the Shadows’ giochi con questi elementi storici e li adatti ad una narrazione contemporanea e scanzonata.
In ‘What We Do in the Shadows’ ci imbattiamo poi in un altro ritratto di Nandor da umano: lo osserviamo austero, vestito con una veste di broccato dorato con un gilet senza maniche bordato di pelliccia e un alto turbante. Il dipinto è quasi una replica esatta del Ritratto di Mirza Abu’l Hasan Khan, inviato straordinario del Re di Persia alla Corte del Re Giorgio III, realizzato dall’artista britannico William Beechy nel 1809.
La serie ci offre quindi uno spaccato di come l’arte viene usata per narrare il passato, anche il più temibile, e quanto quest’ultimo rimanga impregnato nei secoli, ritratto nelle tele e nello sguardo di vampiri secolari, attraverso una raffinata commistione di storia e fantastoria, di humour e di horror.


