È appena uscito, per Vanilla Edizioni, Il senso dell’opera d’arte e il ruolo dell’artista nel ventunesimo secolo di Sergio Mandelli, gallerista e divulgatore d’arte, noto anche per la storica rubrica web Praline. Prelibatezze dal mondo dell’arte. Un saggio breve ma denso, che affronta una delle questioni più dibattute e, al tempo stesso, più elusive del nostro tempo: la natura dell’arte contemporanea e la funzione dell’artista in una società dominata dal mercato e da una comunicazione visiva ipertrofica.
La tesi che attraversa il libro è netta e, per certi versi, controcorrente rispetto allo spirito dei tempi. Mandelli sostiene infatti che l’arte sia, nella sua essenza, un fenomeno di natura religiosa. Non in senso confessionale, ma come esperienza del sacro, del mistero, di ciò che eccede il visibile e il dicibile. Una tesi che vale anche per quelle espressioni artistiche che si sono dichiarate esplicitamente laiche o apertamente iconoclaste.
In questo quadro trovano posto figure apparentemente lontane tra loro come Piero Manzoni, Francis Bacon, Lucio Fontana, Marina Abramović e Tracey Emin, così come i riferimenti filosofici a Nietzsche e Sartre. I tagli di Fontana si configurano come vere e proprie soglie, aperture verso un altrove che non si lascia nominare; le installazioni di Emin assumono la forma di reliquie profane, tracce materiali di un’esistenza esposta; le azioni di Manzoni, dalle uova bollite offerte al pubblico alle celebri scatolette, si inscrivono in una dimensione rituale dichiaratamente laica ma strutturalmente liturgica. Non a caso lo stesso Manzoni affermava che l’arte ha sempre avuto un valore religioso.
Mandelli costruisce la propria riflessione attraverso un ampio excursus storico, in cui la storia dell’arte si intreccia con quella dell’uomo. Dalle pitture rupestri di Lascaux fino alle pratiche artistiche del presente, emerge una costante: l’arte non nasce come semplice esercizio estetico, né può essere ridotta a prodotto culturale o commerciale. Essa risponde a un bisogno primario di dare forma all’invisibile, di rendere percepibile ciò che sfugge al linguaggio ordinario.
In questa prospettiva, il mistero, la magia e le suggestioni che ancora oggi colpiscono lo spettatore di fronte a un’opera d’arte contemporanea non sono residui irrazionali o strategie di marketing, ma l’effetto diretto della sua natura più profonda. L’arte continua a funzionare come dispositivo simbolico capace di produrre senso, anche quando sembra limitarsi allo scandalo o alla provocazione. Vale tanto per la ricerca di Davide Coltro, da sempre attenta alla dimensione spirituale dell’immagine, quanto per l’opera di Damien Hirst, celebre per gli animali in formaldeide, dove il confronto con la morte e il tempo assume una valenza quasi sacrale.
Nel XXI secolo, secondo Mandelli, il ruolo dell’artista consiste nell’interpretare la complessità del presente mantenendo un dialogo consapevole con la tradizione storica. In un sistema dell’arte spesso dominato dalla perdita di senso e dalla spettacolarizzazione, l’artista è chiamato a opporsi alla riduzione dell’opera a puro oggetto di consumo, riaffermandone la funzione simbolica e conoscitiva.
Come ricordava Vasilij Vasil’evič Kandinskij parlando dello “spirituale nell’arte”, ogni autentica opera dell’ingegno umano è attraversata da una tensione verso l’assoluto, anche nelle sue forme più laiciste. Il saggio di Mandelli si colloca in questa linea di pensiero, dimostrando come tale tensione attraversi l’intera storia dell’arte, dal Novecento al terzo millennio.
Il libro si distingue per un tono argomentativo chiaro e accessibile, pur senza rinunciare alla profondità teorica e storica. Si propone così come una lettura utile non solo per artisti e addetti ai lavori, ma per chiunque voglia comprendere il ruolo dell’arte come esperienza umana fondamentale, ancora capace di produrre significato in un’epoca di cambiamento continuo.


