La mostra di Jeff Wall alle Gallerie d’Italia di Torino è bellissima. Lo dichiaro subito, senza giri di parole, sia perché Wall è – a mio avviso – una delle voci più autorevoli e originali del nostro tempo, sia perché la curatela di David Campany – scrittore, critico d’arte e direttore creativo dell’International Center of Photography di New York – è semplicemente impeccabile. Campany riesce nell’impresa di restituire la complessità di un artista che ha ridefinito la fotografia contemporanea senza mai piegarla a un sistema di etichette, ma lasciandola viva, mobile, aperta all’interpretazione. Il risultato è un percorso elegante e rigoroso, ma allo stesso tempo accessibile, dove ogni opera trova il suo spazio naturale, ogni luce la sua misura, ogni silenzio la sua voce.
“JEFF WALL. PHOTOGRAPHS” riunisce 27 opere che attraversano oltre quarant’anni di carriera di Jeff Wall (Vancouver, 1946), dalle fotografie più emblematiche della fine degli anni Settanta fino ai lavori più recenti datati 2023. È un racconto ampio, che restituisce la coerenza e l’evoluzione di un linguaggio unico nel suo genere: quello di un autore capace di fondere messa in scena spettacolare e osservazione documentaria, costruzione e verità, realizzando immagini che esplorano ogni aspetto della società contemporanea.

Wall ha sempre lavorato sul confine sottile tra realtà e finzione, realizzando immagini monumentali che, pur nella loro perfezione compositiva, sembrano sospese, in attesa. I suoi famosi lightbox, nati alla fine degli anni Settanta in forma di diapositive retroilluminate che ricordano i pannelli pubblicitari che rischiarano le strade d’America, restituiscono al pubblico immagini allo stesso tempo familiari e inquietanti in cui convivono la precisione della visione e l’ambiguità della percezione.
La ricerca di Jeff Wall si distingue radicalmente dall’approccio tradizionale del reportage, che cattura l’istante e registra un evento reale. “Non sono un cacciatore di immagini”, ha affermato recentemente l’artista, rivendicando una pratica che si nutre di tempi lunghi, di progettazione, di riflessione. Ogni opera è frutto di un’elaborazione meticolosa sia reale che post-prodotta anche se ciò che restituisce è un naturalismo quasi pittorico. Veri e propri tableaux fotografici, messi in scena e illuminati con una cura che rimanda direttamente al linguaggio del cinema. Attraverso l’uso sapiente della luce e, più recentemente, delle tecnologie digitali, Wall compone immagini che hanno l’immediatezza del reale ma la struttura della finzione. Il risultato è una fotografia che potremmo definire “quasi documentaria”: rappresenta scene di vita quotidiana, ma ogni elemento è frutto di un paziente lavoro di orchestrazione.

In questa tensione tra realtà e artificio si gioca la potenza della ricerca di Wall. Le sue opere, nel loro equilibrio tra espediente e verità, tra immaginazione e osservazione, ricordano che ogni immagine è sempre una costruzione del reale e, proprio per questo, uno dei modi più autentici per comprenderlo.
Il percorso espositivo si apre con “The Gardens / I Giardini” (2017), un trittico ambientato nei giardini di Villa Silvio Pellico a Moncalieri, vicino Torino. È l’opera più grande mai realizzata da Wall ed una delle opere più complesse e intense dell’artista, in cui la natura diventa teatro di equilibri fragili, e i soggetti dell’opera – i proprietari della villa e i domestici che vi lavorano – sono colti in momenti che sembrano sospendere l’armonia bucolica del paesaggio.
Per l’artista, la fotografia non celebra l’idillio: lo mette in discussione. Non sorprende, dunque, che la sua ricerca dialoghi costantemente con altre arti: la pittura, il cinema, il teatro, la scultura, l’architettura e la letteratura. Tanti i riferimenti che si possono cogliere passeggiando tra le opere. È il caso, ad esempio, di “The Thinker” (1986) in cui l’artista reinterpreta in chiave fotografica il celebre “Pensatore” di Auguste Rodin, seduto nella stessa celebre posa con lo skyline di Vancouver alle spalle ed una spada di bronzo, ispirata a Dürer, che gli attraversa il corpo o “Morning Cleaning, Mies van der Rohe Foundation, Barcelona” (1999) in cui unico protagonista è un addetto alle pulizie che lava le vetrate nel celebre padiglione modernista.

Wall mostra così l’altra faccia della contemporaneità: la bellezza sostenuta dal lavoro invisibile, la perfezione architettonica attraversata dall’imperfezione della vita reale. Impossibile non citare lo straordinario “After ‘Invisible Man’ by Ralph Ellison, the Prologue 1999 – 2001”, ispirato al romanzo di Invisible Man di Ralph Ellison del 1952, che racconta la storia di un afro-americano, invisibile a tutti, che vive in solitudine in una cantina sotterranea illuminata da 1.369 lampadine, alimentate da elettricità rubata. Una scena che è stata reinterpretata dall’artista con l’intento non di fornirne un’illustrazione letterale ma di catturarne l’essenza visiva ed emotiva evocando la condizione di invisibilità sociale come metafora universale dell’esistenza.
Attraverso questi rimandi colti e una costruzione sempre rigorosa, Jeff Wall tocca le grandi questioni della nostra epoca – natura, guerra, genere, razza, classe – ma lo fa con una delicatezza che rifugge ogni dichiarazione esplicita. Più che una retrospettiva “JEFF WALL. PHOTOGRAPHS”, è una riflessione sul ruolo stesso dell’immagine nel nostro presente che non è più semplice testimonianza del reale, ma strumento di pensiero, capace di intrecciare la tradizione iconografica con l’esperienza del presente.
A Campany va riconosciuto il merito di aver costruito un percorso espositivo capace di mettere in dialogo le varie anime dell’artista, mostrando la coerenza di una ricerca che, in più di quarant’anni, non ha mai smesso di interrogarsi sul significato stesso dell’immagine. La disposizione delle opere, il ritmo delle luci, la scelta degli spazi creano un equilibrio raro, dove la complessità non diventa mai ostacolo ma occasione di comprensione. Questa consapevolezza si traduce in un’esperienza profonda, quasi meditativa. Uscendo, resta la sensazione di aver visto qualcosa di più di una mostra ma di aver vissuto un’esperienza che interroga il nostro modo di vedere, sentire e abitare il mondo.





