Esiste una responsabilità profonda nel gesto di ricordare, un dovere etico che l’arte contemporanea adotta spesso come territorio d’indagine, ma che raramente trova l’intensità lirica espressa in SORRIDI, la nuova mostra personale di Giovanni Sesia inaugurata negli spazi di Fabbrica Eos. Curata da Alberto Mattia Martini e aperta al pubblico fino al 10 ottobre, l’esposizione è un immenso e stratificato archivio di tracce, teso a salvare dall’oscurità frammenti di esistenze sospese.
Il nucleo generativo della ricerca di Sesia affonda le radici in anni di scavi e recuperi di materiale fotografico d’archivio: ritratti anonimi provenienti dagli ex ospedali psichiatrici, fondi privati e mercatini dell’usato. Volti senza nome, storie spezzate da logiche di internamento ed esclusione che l’artista non tratta come meri documenti storici, bensì come presenze vive che interpellano il nostro presente. Attraverso un sapiente e calibrato processo di ristampa, velatura, abrasione e intervento pittorico, Sesia aggredisce e accarezza la superficie dell’immagine. I lineamenti affiorano e svaniscono, mentre grafie frammentarie e indecifrabili solcano la tela, evocando la natura stessa del ricordo: una trama incompleta, un’eco parziale che resiste alla cancellazione del tempo.
Al centro della poetica dell’artista non si colloca la patologia o il dramma della reclusione, ma il riscatto della dignità umana. Il titolo stesso della mostra, SORRIDI, si focalizza sull’espressione enigmatica e vitale di uno dei soggetti ritratti: un sorriso che scavalca i decenni e la sofferenza, squarciando la distanza tra osservatore e osservato per imporre una relazione empatica immediata.
Il percorso espositivo ideato da Martini evidenzia il passaggio dalla memoria individuale a quella universale. Accanto ai monumentali ritratti fotografici, Sesia introduce una serie inedita di nature morte. Fiori e frutti – dalle calle alle stelle alpine, dai melograni alle zucche – vengono colti nel loro perenne ciclo di fioritura e decadimento. Qui, il tempo cessa di essere una linea retta verso la fine e si fa moto circolare, concetto ribadito con forza dalle installazioni scultoree in mostra. Tra queste spicca una giostra dismessa, esplicito richiamo al simbolo ancestrale dell’ouroboros, e una sedia con una camicia fuse in bronzo, drammatica e permanente materializzazione dell’assenza.
L’operazione di Sesia si completa infine con oggetti dal forte valore simbolico: una cassaforte in legno che protegge non beni materiali ma ricordi fragili, e piccoli cubi rivestiti di foglia d’oro che elevano dettagli di volti e fiori a reliquie laiche contemporanee. L’oro non è qui sfarzo decorativo, ma lo strumento sacro con cui l’artista sottrae all’oblio ciò che la società ha storicamente marginalizzato.
SORRIDI non è, dunque, una mostra sulla follia. È, come suggerisce il curatore, una profonda riflessione sulla responsabilità della memoria e sulla fragilità dell’esistenza, capace di dimostrare come l’arte possa ancora farsi custode dell’umano.



