C’è un movimento artistico che diversi anni fa ha catturato la mia attenzione e di cui mi sono subito innamorato: il subvertising. Questa pratica consiste nel sovvertire i messaggi pubblicitari che invadono continuamente lo spazio pubblico sfruttandone gli stessi strumenti principali.
Il subvertising sfrutta la tecnica dello straniamento per decostruire testi ed immagini dei messaggi promozionali presenti in ogni angolo delle nostre città pre crearne di nuovi con la stessa estetica, ma con un messaggio totalmente ribaltato.
Anni fa ho avuto la fortuna di essere contattato da uno degli esponenti più importanti in Italia quando parliamo di subvertising, Illustre Feccia, grazie ad un mio refuso all’interno di un editoriale in cui parlavo proprio di questa pratica. Nonostate gli artisti che fanno della sovversione degli spazi il loro cavallo di battaglia siano difficili da raggiungere, ho voluto riaprire questa porta incuriosito da alcune immagini condivise sui social riguardanti il suo nuovo processo artistico ed un’imminente mostra. Ecco cosa sono riuscito a scoprire.

La strada della sovversione urbana non è sicuramente la più facile nel mondo dell’arte. Mi interessava quindi una cosa: quale è stata la prima scintilla che ti ha fatto capire che questo era il modo migliore per esprimere le tue idee?
Fin da ragazzetto attacchinavo controinformazione e poi, finita la scuola, a Londra ho cominciato a fare murales dentro e fuori le occupazioni. La vera scintilla, però, è nata dall’incontro con Hogre e la Special Patrol Group. Hogre aveva già cominciato a fare subvertising molti anni prima e l’ho incontrato alla fine del 2015. Con loro mi sono appassionato davvero, ma la mia ricerca era iniziata molto tempo prima.
La strada, per me, è un libro collettivo del popolo: i muri sono pagine bianche. Ho maturato questa idea negli anni, disegnando e sperimentando, usando graffiti e murales invece che la matita. In strada tutto è più diretto, immediato, istintivo: devi sintetizzare: veicoli il pennello come una matita.
La vetrina principale per i tuoi messaggi è la strada. Capita, però, che un tuo intervento venga ripreso all’interno dei media di comunicazione di massa come TV o giornali. Come percepisci questa cosa?
Io credo che, in fondo, non importi tanto come un’opera venga raccontata, ma che venga vista. Che si tratti di un articolo che la critica o di uno che la valorizza, la cosa fondamentale è che la foto circoli. Molte persone non leggono i testi, scorrono, vedono l’immagine — e quell’immagine resta, arriva diretta. Per me è già un successo: significa che il messaggio è uscito dal suo contesto e sta viaggiando da solo, che ha un impatto anche su chi magari non si sarebbe mai fermato davanti a un muro. Alcuni lavori toccano temi scomodi, sociali o politici, ma proprio per questo è positivo che trovino spazio nei media. Ricordo, ad esempio, quando la trasmissione Report su Rai Tre mostrò un mio pezzo, Le Foule, a Bologna. Il servizio non parlava di graffiti, ma l’opera comparve sullo sfondo. Quella breve apparizione dice tutto: l’arte urbana è parte integrante del paesaggio, non puoi ignorarla.

Ho notato un nuovo percorso che stai intraprendendo. Qualcosa che ha sicuramente un legame con l’arte urbana e i poster, ma che in realtà si presta più a un racconto all’interno di spazi chiusi. Traducendo le tue parole: “Rapire, Tritare, Reincollare”…
Parlando con delle amiche artiste, mi chiedevano il perché della mia ricerca. Anni fa, la mia era una ricerca apollinea e razionale: il subvertising classico segue due binari, uno legato all’estetica del logo e l’altro a una ricerca sociale, per non dire politica. Mi sono reso conto, però, che questo mi creava una certa frustrazione dal punto di vista artistico. Il mio lato dionisiaco veniva a mancare — parafrasando Nietzsche, in una sua analisi della psiche umana.
Per sfogare quel lato più caotico e di ebbrezza artistica, ho cominciato un nuovo processo, cambiando completamente approccio ma mantenendo lo stesso fine: il sovvertimento pubblicitario. In questo caso rimuovo la pubblicità, la porto in studio, la strappo e la ricompongo, la “mangio” e la digerisco in un moto di creatività fortemente artistico. Le creazioni che ne nascono sono astratte, ma restano frutto della stessa urgenza espressiva.

So che non puoi svelarmi molto, ma ci provo comunque: a fine mese ci sarà il vernissage a Bari del tuo nuovo progetto. Mi aspetto qualcosa di dirompente: cosa puoi anticiparmi?
A fine mese sarò a Bari, alla Galleria d’Arte MISIA, dove porterò una serie di opere inedite che attraversano il mio percorso, dal subvertising delle origini alle nuove produzioni nate in studio. È un dialogo tra due mondi — la strada e lo spazio chiuso — che in realtà si completano a vicenda. Sarà un percorso che mette insieme ciò che ero e ciò che sto diventando, sempre nel segno della sovversione e della libertà artistica.





