Il 27 giugno, in Piazza San Silvestro a Roma è stata inaugurata la nuova installazione della street artist Alice Pasquini “I’m not a target”, in collaborazione con MSF, che ha come obiettivo quello di raccontare l’impatto che le guerre contemporanee hanno sui civili, rappresentando volti e storie vere di bambini, donne, operatori sanitari e medici coinvolti nei conflitti a Gaza, in Ucraina, in Sudan, nello Yemen e nella Repubblica Democratica del Congo. All’inaugurazione erano presenti l’operatrice umanitaria Martina Paesani, di Medici senza Frontiere, l’artista Alice Pasquini e l’attore Andrea Bosca che ha dato voce a testimonianze, storie e ricordi di chi ha vissuto in prima linea la guerra sulla propria pelle.
Alice Pasquini, nota come Alicè, a testimonianza della sua presenza nello spazio urbano, si è formata all’Accademia di Belle Arti di Roma e ha poi conseguito un master in critica d’arte presso l’Università Complutense di Madrid nel 2004, completando anche un corso di animazione alla Ars Animación School di Madrid. Artista visiva, illustratrice, scenografa e street artist, ha realizzato oltre 2.000 interventi tra muri e spazi pubblici in più di 100 città del mondo: New York, Berlino, Londra, Parigi, Mosca, Sydney, Buenos Aires, Marrakech e molte altre.

Le sue opere sono cariche di significato e si prefiggono un obiettivo: far conoscere storie che troppo spesso tendiamo ad ignorare, dare voce a chi non riesce a farsi sentire, portare quel grido di dolore che rischia di rimanere celato in chi lo prova. I suoi soggetti sono spesso donne, emarginati, bambini, tutti coloro che, per un mondo volto alla sopraffazione e finalizzato alla ricerca più incessante e contronatura che esista, ovvero quella del potere con ogni mezzo, sembrano non contare nulla.
Arrivando in Piazza San Silvestro veniamo catturati immediatamente dalle sue figure. Ci guardano, ci chiedono pietà e dignità, ci fanno sentire in colpa, impotenti e inutili, smuovono dentro di noi l’impellente bisogno di fare qualcosa. I volti sono carichi di emotività, i loro sguardi sono profondi, ci arrivano, scuotono le nostre coscienze, generano quell’empatia che dovrebbe essere alla base di ogni essere umano ma che, purtroppo, troppo spesso ci è estranea. Il medico che abbraccia un paziente facendo sentire la propria umanità, la mamma con la bambina addosso che non vuole compassione ma ci guarda con rabbia, come a dirci “siete veramente indifferenti a tutto questo?”, il signore anziano a cui non è rimasto altro che il proprio bastone a cui aggrapparsi, il bambino che si tiene stretto al padre in una vana ricerca di protezione che non potrà mai ricevere, tutti ci sconvolgono, tutti ci comunicano una sofferenza forte e sorda, che si insinua dentro di noi e non ci lascia in pace. L’installazione sarà visibile fino al 9 luglio.
Abbiamo incontrato l’artista, Alice Pasquini e l’attore Andrea Bosca.

Alice, come ti senti a essere qui oggi con le tue opere?
Questo lavoro con Medici senza frontiere per me è un lavoro molto importante, nato per la vicinanza e l’opportunità che ho avuto di vedere da vicino le loro storie; è stato molto emozionante, è difficile parlare di guerra e farlo senza retorica, soprattutto quando affronti delle storie vere. Sono molto contenta di essere qui, in un momento storico terribile. Questa installazione è stata portata a Ferrara, all’interno di un festival internazionale dove le opere erano collocate in modo da dare vita ad un abbraccio metaforico. Qui in Piazza San Silvestro chiaramente le dimensioni sono molto più vaste quindi le opere sono state poste in modo differente, ma l’effetto che ne scaturisce è lo stesso: la mia arte arriva. La street art è arte sociale per definizione e, anche in questo caso, è efficace.
Ti sei sempre mostrata attenta ai temi sociali e tutte le tue opere ne sono testimonianza diretta. Credi nel ruolo dell’artista che mette la sua arte a servizio della collettività? Pensi che la tua voce possa scuotere le coscienze o che almeno lanci un seme che possa germogliare con pazienza?
Non penso necessariamente che sia responsabilità degli artisti svegliare le coscienze, però gli artisti possono e devono essere un filtro del loro tempo. Serve avere sensibilità e umanità; come dicevo, per me l’arte ha senso solo se condivisa. Vedere arte in giro per le strade è un modo molto più diretto che andare in un museo. Ci passi per caso, non l’hai deciso, quella cosa per qualche motivo parla a te. La mia arte parla di rapporti umani, delle relazioni tra le persone, oltre che riferirsi molto spesso al mondo femminile. Anche in un contesto così orribile, una parte di umanità resta, deve restare. Anche queste storie che Andrea ci ha letto ci fanno riflettere e restituiscono umanità a chi la sta perdendo.

Il fatto che su una preponderanza di bianchi, neri e grigi appaiano molti colori è una metafora del bisogno estremo di pace e una velata speranza di restituire il colore ad un mondo troppo buio?
Mah, diciamo che il colore ha degli effetti terapeutici, per sopravvivere non abbiamo bisogno dell’arte come ne abbiamo del cibo, ma senza arte l’umanità perde senso. I colori hanno una potenza: trasformare un luogo di passaggio. Questa piazza è già bellissima di per sé ma spesso questo genere di arte nasce in luoghi che sono non luoghi, posti abbandonati, di periferia, dimenticati dalle istituzioni, pericolosi per i cittadini. La street art può trasformarli in luoghi con un significato. Soprattutto in una metropoli dove siamo continuamente sovraeccitati da informazioni, cose da comprare, beni materiali, l’arte non deve vendere niente eppure vince, arriva al cuore.
I soggetti che hai rappresentato esprimono tante emozioni: dall’incredulità, al dolore, alla rabbia, al bisogno di contatto fisico che ritempra e unisce. Non c’è distinzione di origine, razza, età, ruoli sociali. Ciò sta a significare che specie di fronte al dolore, alla guerra, alla sopraffazione e al sopruso siamo tutti uguali e soggetti alla cosa più orribile che possa accadere all’essere umano, ovvero il suo totale annientamento come individuo?
Sì, è quello di cui abbiamo bisogno. La società contemporanea ci aliena e ci annulla. Con il mio lavoro ho cercato e cerco di riportare al centro la verità dell’anima.

Andrea, sei sempre molto partecipe e attivo nel sociale e, il tuo impegno con Every Child is my Child ne è una conferma. Cosa significa per te essere qui oggi con il privilegio di poter dare voce a chi non può farsi sentire e forse non potrà mai più farlo?
Per me è importante essere qui perché è il momento di unire le forze e non quello di disperdersi quando le persone che sono sul campo, che stanno veramente facendo la differenza tra vita e morte, aiutano bambini, aiutano le persone senza fare distinzioni, ma semplicemente rimanendo umane, sapendo che c’è un dolore, un danno sulla popolazione civile. Il nemico numero uno è sempre l’indifferenza. A volte le cose sono così gravi e grandi che non si riesce a capire come uscire dall’impotenza e ci si lascia vincere dall’indifferenza, l’errore più grande. Rispondendo in maniera attiva all’indifferenza si deve dar voce a chi non ce l’ha, si deve guardare ai diritti dei civili, delle persone che erano in ospedali che sono stati bombardati, alle persone più indifese del mondo. Secondo me è una risposta umana, spontanea, che chiunque abbia sensibilità ha in sé. Un artista sente il grido di dolore della gente, dei bambini, ed è importante adesso, artisticamente, raccontarlo in modo da toccare le coscienze e farci ricordare la nostra parte umana che non ha frontiere.
Tu stesso hai scritto un libro di poesie, La voce blu. Pensi che la poesia e il ricordo di esperienze dolorose come quelle della guerra, possano in un certo senso “curare l’anima” e generare ponti laddove non avremmo mai immaginato che sarebbero sorti?
Sicuramente la poesia ti aiuta a crescere come persona, ti porta a dare ascolto alla tua interiorità che poi, a sua volta, ti porta ad essere collegato con quell’anima grande che è la collettività. Penso che ognuno debba sprofondare dentro al proprio cuore, ascoltarsi, ma poi, quando si tocca qualcosa che si desidera ardentemente che accada nel mondo, ci si incontra con gli altri e si ha un riscontro tangibile nella realtà. I principi che attraverso la poesia o attraverso testimonianze dirette, come quelle che ho letto oggi, l’amore, la conoscenza, le emozioni che sentiamo diventano azione, diventano un partecipare alla vita della società e non soltanto un ritirarsi dentro sè stessi. Stare con noi stessi serve per migliorarci, per guarire delle ferite interiori, per dare un senso a qualcosa che ci sembra averne perso ma non è l’obiettivo. L’obiettivo della vita è vivere con gli altri. Noi in questo momento vediamo che i principi di convivenza, di rispetto, di pace, di amore e di rispetto dei popoli, sono stati da tutte le parti messi in discussione e sviliti. È importante che ci sia una risposta concreta, anche piccola, ma che arrivi. Non saranno le armi a finire questa guerra.

Qual è la speranza e l’augurio più grande che fai a chi sta soffrendo, a chi pensa di non avere più un futuro degno di essere vissuto?
Di resistere un giorno, un giorno e ancora un giorno. Pensando alle persone in difficoltà in questo momento, io come essere umano sento solo di dover fare qualcosa. Mi rivolgo quindi a chi si sente lontano da tutto questo: è veramente così lontano tutto questo? Oppure è qualcosa che possiamo fare insieme? Come chiedere che i diritti vengano rispettati, che ci sia cura per chi è malato, antidolorifici per chi soffre, ospedali non bombardati, un punto sano e sicuro dove si possa trovare del cibo, cose concrete per delle persone che muoiono in una maniera atroce, per le quali la storia ci chiederà dove eravamo, cosa abbiamo fatto. La disparità è troppo grossa. Parlando con gli operatori, che sono al centro della giornata di oggi e ai quali io do voce, tutti dicono, ed è una cosa che ancora non si riesce a capire, che, in ogni luogo di guerra, da Gaza, all’Ucraina, allo Yemen e a tutti gli altri conflitti aperti, è una cosa di un’atrocità mai vista, questa totale mancanza di umanità non è mai stata vista. Dire io non ho fatto niente, io sono in un paese civile e non c’entro niente è la cosa più grave di tutte. Non è così.

Concludiamo con la parte finale di una testimonianza che Andrea Bosca ha letto alla fine del suo reading: “Non siamo sicuri che le parole possano salvare delle vite, ma sappiamo con certezza che il silenzio uccide”.



