Non solo prodotti, marchi o design iconico: le nostre imprese sono fatte anche da storie, visioni e identità collettive. La mostra “1956–2026: CHE IMPRESE! Le imprese italiane tra eredità e futuro”, inaugurata al Cimbali Group Flagship di via Forcella a Milano nell’ambito di Milano MuseoCity 2026, parte da qui: dall’idea che l’impresa non sia soltanto economia, ma una delle forme più profonde attraverso cui un paese costruisce cultura.
Il progetto, curato da MUMAC – Museo della Macchina per Caffè di Cimbali Group in collaborazione con l’Associazione MuseoCity, mette in dialogo due date simboliche: 1956 e 2026. La prima coincide con i Giochi Olimpici invernali di Cortina d’Ampezzo, momento di grande visibilità internazionale per l’Italia del dopoguerra; la seconda con il presente, segnato da nuove trasformazioni tecnologiche e sociali. In mezzo, settant’anni di industria, design, ricerca e immaginario collettivo.
Ad aprire l’incontro inaugurale è stata Federica Borrelli, responsabile dei progetti speciali di MuseoCity, ricordando la missione della manifestazione nata nel 2016: portare alla luce luoghi culturali spesso poco conosciuti e allargare l’idea stessa di museo. Secondo Borrelli, i musei d’impresa stanno assumendo oggi un ruolo sempre più centrale nella narrazione culturale contemporanea: «Fare impresa è fare cultura», ha sottolineato, ricordando come soprattutto in Lombardia la storia economica e industriale abbia contribuito a modellare identità sociali e culturali.
Per questo MuseoCity da anni affianca ai musei civici e alle grandi istituzioni anche archivi e musei aziendali, riconoscendoli come parte integrante del patrimonio della città.

L’idea della mostra nasce proprio da un oggetto conservato nelle collezioni del MUMAC, come ha spiegato la direttrice Barbara Foglia: una macchina per caffè Cambi Olimpic del 1956, realizzata in occasione delle Olimpiadi di Cortina e decorata con i cinque cerchi olimpici. Quel pezzo ha suggerito la chiave narrativa dell’intero progetto: mettere in relazione impresa sportiva e impresa industriale, due mondi che condividono valori profondi, visione, disciplina, spirito di squadra, ricerca costante del miglioramento.
Attorno a questa intuizione si sviluppa un percorso espositivo che coinvolge alcuni dei più importanti archivi e musei aziendali italiani: da Olivetti a Pirelli, da Lavazza a Barilla, fino a realtà come Kartell, Alessi o Martini. Ogni istituzione presenta due oggetti simbolici – uno del 1956 e uno contemporaneo – per raccontare come siano cambiati tecnologie, linguaggi e immaginari.
A riflettere su questo arco temporale è stato Marco Amato, vicepresidente di Museimpresa e direttore del Museo Lavazza, che ha proposto un parallelismo illuminante: “nel 1956 la televisione pubblica era una tecnologia ancora giovane, capace di generare entusiasmo ma anche timori; nel 2026 lo stesso ruolo sembra essere assunto dall’intelligenza artificiale”.
In entrambi i casi, si tratta di innovazioni radicali che ridefiniscono il modo di comunicare e di produrre cultura. Ma ciò che colpisce, osserva Amato, è soprattutto la continuità di un percorso: settant’anni di imprese italiane segnati da una tensione costante verso la qualità e la sperimentazione. Un processo che non nasce solo da intuizioni creative, ma da un sapere concreto: “C’è un sapere che passa attraverso le mani, attraverso il lavoro degli operai specializzati che rendono reali i progetti dei designer”.

I musei d’impresa diventano così luoghi dove questo sapere può essere raccontato e condiviso. Non depositi polverosi, ma strumenti strategici di narrazione: archivi digitalizzati, materiali storici e processi produttivi diventano contenuti capaci di dialogare con le nuove generazioni.
Il parallelo tra sport e impresa è stato sviluppato anche da Francesca Colombo, direttrice culturale della Biblioteca degli Alberi Milano – Fondazione Riccardo Catella.
Citazione di Dino Buzzati alla mano, “Non c’è sport, non c’è impresa che non sia anche una forma di arte”, Colombo ha individuato alcuni ingredienti comuni a ogni grande progetto: passione, motivazione, disciplina e spirito di squadra.
La sua esperienza alla guida della BAM ne è un esempio concreto. Quando otto anni fa il Comune di Milano le propose di dirigere un parco pubblico, l’idea sembrava lontana dal suo percorso professionale nel mondo della musica e dello spettacolo. Oggi quel parco è diventato un teatro a cielo aperto, con circa 300 eventi culturali gratuiti all’anno tra musica, danza e performance. Un’impresa culturale costruita, appunto, con gli stessi elementi che guidano anche le imprese industriali.
Nel corso dell’incontro è intervenuta anche Antonella Stelitano, giornalista e coautrice del volume “Le donne di Cortina 1956”, che ha riportato l’attenzione su un capitolo spesso marginale della storia olimpica: quello delle atlete e delle donne che, attorno ai Giochi, hanno contribuito a cambiare mentalità e immaginario.

Stelitano ha ricordato come proprio a Cortina si incrocino storie femminili capaci di lasciare segni duraturi. Alcune riguardano lo sport, altre la società e perfino l’industria. Tra queste, l’intuizione di una giovane donna che, osservando le monotone tute da sci dell’epoca – grigie e marroni – decise di sperimentare nuovi tessuti più elastici e performanti e di introdurre colori vivaci. Un dettaglio apparentemente marginale che oggi appare quasi ovvio, ma che allora cambiò il modo di pensare l’abbigliamento sportivo.
Tra passato e presente si disegna così una continuità fatta di passione, ostinazione e capacità di superare ostacoli. Perché, ha ricordato Stelitano, lo sport vive di un principio semplice e radicale: il limite è sempre qualcosa da superare. Ed è proprio questa tensione a renderlo un motore potente di cambiamento.
Un altro aspetto emerso nel dibattito riguarda l’importanza crescente dell’immagine e della comunicazione visiva. Il curatore della Triennale Damiano Gullì ha ricordato come molti grandi maestri del design abbiano contribuito a definire l’identità visiva dell’industria e dello sport italiani, citando figure come Franco Albini e Bob Noorda, autori tra l’altro della grafica della metropolitana milanese.
Grafica, lettering e progettazione visiva non sono elementi decorativi, ma strumenti fondamentali per costruire un immaginario condiviso. Lo dimostra anche il progetto degli Art Posters e Iconic Posters per le Olimpiadi e Paralimpiadi Milano-Cortina, curato da Gullì per la Triennale: una tradizione nata negli anni Sessanta che ha coinvolto nel tempo artisti come Andy Warhol o Tracey Emin.
Per l’edizione italiana il progetto ha scelto di dare spazio soprattutto a giovani artisti contemporanei, chiamati a reinterpretare i valori olimpici attraverso il proprio linguaggio. Un esempio di come arte, sport e comunicazione possano dialogare senza rinunciare alla libertà creativa.
Nel dibattito è emersa con forza anche una questione spesso fraintesa: il ruolo dei musei d’impresa rispetto alle istituzioni pubbliche.

Secondo Amato non si tratta di mondi separati o in competizione. Al contrario, quando un’azienda decide di investire nella propria memoria storica nasce quasi sempre una rete di relazioni con musei, istituzioni culturali e territorio.
Archivi e musei aziendali diventano così piattaforme attive: luoghi di ricerca, strumenti di comunicazione, ma anche spazi di collaborazione con il mondo della cultura. Gli oggetti esposti – macchine per caffè, pneumatici, utensili di design, manifesti pubblicitari – non raccontano soltanto l’evoluzione del Made in Italy. Raccontano soprattutto come l’industria abbia contribuito a costruire l’immaginario culturale del Novecento e del nuovo secolo.
Il dialogo tra 1956 e 2026 diventa quindi un modo per interrogare il presente: capire da dove nasce quella combinazione di creatività, tecnologia e saper fare che ancora oggi rende riconoscibile l’impresa italiana nel mondo.
E, forse, anche per ricordare che dietro ogni oggetto iconico – come dietro ogni impresa sportiva – c’è sempre la stessa origine: un’intuizione, una visione e il lavoro collettivo necessario per trasformarla in realtà.



