In provincia di Pisa, a Villa Pacchiani, c’è una collezione che attraversa cinquant’anni di arte contemporanea

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Nella cornice di Santa Croce sull’Arno (PI) sorge Villa Pacchiani, presidio culturale dedicato all’arte contemporanea dal 1991. Tre piani, un giardino e una terrazza sono parte del luogo che ospita la mostra Opere dalla Collezione Pieroni – Stiefelmeier. Uno sguardo sulla genealogia del contemporaneo, inaugurata lo scorso 9 maggio.

Sotto la guida del curatore Alessandro Cocchieri, ciò che emerge è un organismo vivo in cui il tempo è relativo e le opere tornano a respirare fuori dal deposito, in continuo confronto tra loro e con la villa. Un tempo abitazione privata, oggi l’edificio è un contenitore che avvolge il suo contenuto, ma senza coperchio: ogni sala accoglie due, tre o quattro opere di molteplici letture, linguaggi e temporalità, per creare un atlante dell’arte contemporanea dagli anni Settanta ad oggi.

Diagonal black metal ladder leans across a white gallery corner, with a red vertical panel on the wall behind it and its shadow cast on the walls.
Opere dalla Collezione Pieroni – Stiefelmeier, 2026, Installation view, Villa Pacchiani, Santa Croce sull’Arno (PI) Foto Gino Di Paolo. Courtesy Villa Pacchiani

Varcando la soglia dell’ingresso, il silenzio naturale viene rotto dalle voci di canti popolari: ad accogliere è Anita (2011) di Maurizio Savini, una bicicletta dritta in piedi, pronta per affrontare il viaggio nel tempo che attende al piano superiore. Attraversando l’elegante scala in ferro battuto come un sentiero nel bosco, l’eco musicale si fa più lontano; la strada, però, è sbarrata dal corridoio di Ettore Spalletti, per ricordare che alcuni spazi si attraversano solo con lo sguardo. In cerca di una via d’uscita, gli occhi si posano sul Lenzuolo biancogrigio (1974) di Carla Accardi, pronto ad avvolgere il corpo in un fresco abbraccio.

Nel salone centrale il respiro si fa più calmo, per contemplare le Forme complesse n.49 (1989) di Sol Lewitt: il bianco delle punte compete con i colorati affreschi del soffitto, riflettendo sulle tele vuote di Giulio Paolini in Doppio senso (1986-87). Girando attorno alle punte dell’iceberg, il viaggio prosegue: lungo il cammino si incontra Oltre lo steccato (1985) di Felice Levini, immagine che rivela e nasconde all’occorrenza, come la Frase del giorno (2013) di HH. Lim.

Dilapidated room with a window, long wooden ceiling beams, and tables covered in black sheets; shattered glass scattered along the tiled floor.
Opere dalla Collezione Pieroni – Stiefelmeier, 2026, Installation view, Villa Pacchiani, Santa Croce sull’Arno (PI). Foto Gino Di Paolo. Courtesy Villa Pacchiani

Sono stratagemmi per scomporre la realtà e scoprirla ogni volta diversa: è un modo di esserci, di stare al mondo, guardando tutto attraverso il Caleidoscopio (1997) di Bruna Esposito, è un invito a fermarsi per contemplare il bello delle cose, anche quelle che all’apparenza non sembrano averlo. Nella sala adiacente, però, lo spazio torna quasi inaccessibile, occupato dai tavoli ricoperti di piombo e dai vetri rotti, un tempo bicchieri: è la Deposizione (2006) di Jimmie Durham e Jannis Kounellis, all’apparenza un controsenso che non concede il riposo, ma spinge verso la ricerca di un posto stabile, sicuro, segreto.

L’olfatto e l’udito sono chiamati in causa nei lavori di Gianfranco Baruchello e di Luigi Ontani: due sensi che respirano grazie alle tre matasse di Remo Salvadori, fili di aquiloni tirati da un vento immaginario, aria che attiva i due sensi. Non ci sono suoni né odori nella sala seguente, dove il silenzio regna come in una stanza vuota, eppure lo spazio è colmo di significato: Voce (1995) è una delle scale sospese realizzate da Marco Bagnoli, impegnata in un discorso diretto con l’opera di Miroslaw Bałka; l’una interroga l’altra sulle leggi del tempo e dello spazio, ma ciascuna giunge alla sua personale conclusione.

Le stesse domande, prima silenziose, sono racchiuse in un’unica frase ormai lampante: How did I get here? I exclaimed (2010) di Joseph Kosuth trasforma in parole quello che nelle altre opere è reso visibile agli occhi. La scritta a neon riassume i pensieri che rimbalzano tra le sculture di Cristina Iglesias e Bizhan Bassiri, volumi e forme che respingono, lasciando fuori tutto e tutti. Allontanati ancora una volta, il corpo e lo spirito trovano finalmente pace nell’avvolgente nuvola di Vito Acconci: Cloud of sounds (2005) permette di immergersi in un’architettura sospesa che si fa poesia e performance insieme.

Pink bicycle with front basket on a white pedestal beside an ornate black railing and yellow walls in a stairwell setting.
Opere dalla Collezione Pieroni – Stiefelmeier, 2026, Installation view, Villa Pacchiani, Santa Croce sull’Arno (PI). Foto Gino Di Paolo. Courtesy Villa Pacchiani

Realizzata per il neonato Sound Art Museum di Radioartemobile a Roma, l’opera racchiude in sé i principi fondamentali che hanno guidato le azioni di Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier fin dall’inizio e dato vita a strutture fluide, capaci di creare connessioni inedite e dimensioni nuove, sovvertendo ogni convenzione. La stessa energia si riflette nella scelta delle opere della collezione, mai sole e in continuo dialogo, presenze vive quanto gli artisti in carne ed ossa.Il cammino affrontato finora ha l’odore del caffè gustato al solito bar, il sapore di un bicchiere di vino bevuto a tavola, il suono di una risata condivisa e l’avventura di un viaggio in pullmino con gli amici di una vita. Ma c’è molto di più; ce lo spiega Vito Acconci: “Tentiamo di progettare spazi che rovescino il mondo, che lo rivoltino come un guanto, che liberino la gente […], cerchiamo di creare espedienti e strumenti che le persone possano usare.” Per fare “ciò che non dovrebbero fare”. Per andare “dove non dovrebbero andare.


In the province of Pisa, at Villa Pacchiani, there is a collection spanning fifty years of contemporary art.

In the setting of Santa Croce sull’Arno, in the Pisa province, Tuscany, stands Villa Pacchiani, a cultural outpost dedicated to contemporary art since 1991. Three floors, a garden, and a terrace form part of the venue hosting the exhibition Opere dalla Collezione Pieroni – Stiefelmeier. Uno sguardo sulla genealogia del contemporaneo, inaugurated on 9 May.

Under the guidance of curator Alessandro Cocchieri, what emerges is a living organism in which time becomes relative, and the works begin to breathe again outside storage, in constant dialogue with one another and with the villa. Once a private residence, the building is now a container that envelops its contents without a lid: each room hosts two, three, or four works open to multiple readings, languages, and temporalities, creating an atlas of contemporary art from the 1970s to the present day.

Crossing the threshold of the entrance, the natural silence is broken by the voices of folk songs: welcoming visitors is Maurizio Savini’s Anita (2011), an upright bicycle, ready to face the journey through time that awaits on the upper floor. Moving along the elegant wrought-iron staircase like a path through the woods, the musical echo grows more distant; the way, however, is blocked by Ettore Spalletti’s corridor, reminding us that some spaces can only be crossed with the gaze. Searching for a way out, the eyes fall on Carla Accardi’s Lenzuolo biancogrigio (1974), ready to wrap the body in a cool embrace.

In the central hall, the breath becomes calmer, allowing one to contemplate Sol LeWitt’s Forme complesse n.49 (1989): the white of the pointed forms competes with the colourful frescoes of the ceiling, reflecting on Giulio Paolini’s empty canvases in Doppio senso (1986–87). Moving around the tips of the iceberg, the journey continues: along the way, one encounters Felice Levini’s Oltre lo steccato (1985), an image that reveals and conceals as needed, like HH. Lim’s Frase del giorno (2013).

These are strategies for breaking reality apart and discovering it differently each time: it is a way of being present, of inhabiting the world, looking at everything through Bruna Esposito’s Caleidoscopio (1997); it is an invitation to pause and contemplate the beauty of things, even those that do not seem to possess it at first glance. In the adjacent room, however, the space becomes almost inaccessible again, occupied by tables covered in lead and broken glass, once glasses: this is Deposizione (2006) by Jimmie Durham and Jannis Kounellis, apparently a contradiction that offers no rest, but pushes one toward the search for a stable, safe, secret place.

Smell and hearing are called into play in the works of Gianfranco Baruchello and Luigi Ontani: two senses that breathe thanks to Remo Salvadori’s three skeins, kite strings pulled by an imaginary wind, an air that activates both senses. There are no sounds or smells in the following room, where silence reigns as in an empty chamber, and yet the space is full of meaning: Voce (1995) is one of the suspended staircases created by Marco Bagnoli, engaged in a direct conversation with the work of Mirosław Bałka; one questions the other on the laws of time and space, but each reaches its own personal conclusion.

The same questions, previously silent, are enclosed in a single sentence that now appears unmistakable: Joseph Kosuth’s How did I get here? I exclaimed (2010) transforms into words what the other works make visible to the eye. The neon writing sums up the thoughts bouncing between the sculptures of Cristina Iglesias and Bizhan Bassiri, volumes and forms that repel, leaving everything and everyone outside. Once again pushed away, body and spirit finally find peace in the enveloping cloud by Vito Acconci: Cloud of Sounds (2005) allows one to immerse oneself in a suspended architecture that becomes poetry and performance at once.

Created for the newly founded Sound Art Museum of Radioartemobile in Rome, the work contains within itself the fundamental principles that guided the actions of Mario Pieroni and Dora Stiefelmeier from the very beginning, giving life to fluid structures capable of creating unexpected connections and new dimensions, overturning every convention. The same energy is reflected in the selection of works from the collection, never isolated and always in dialogue, presences as alive as the artists in flesh and blood.

The path followed so far carries the smell of coffee enjoyed at the usual bar, the taste of a glass of wine drunk at the table, the sound of a shared laugh, and the adventure of a minibus journey with lifelong friends. But there is much more; Vito Acconci explains it to us: “We try to design spaces that turn the world upside down, that turn it inside out like a glove, that free people […], we try to create devices and tools that people can use.” To do “what they are not supposed to do.” To go “where they are not supposed to go.”

Poster for 'No Curves' solo show with a Mona Lisa portrait wearing neon yellow virtual-reality style goggles, set in a vivid geometric collage; includes dates and venue details (free admission).
CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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Anna Maddalena
Anna Maddalena
Sono nata a Roma nel 1999 e sono laureata in Studi Storico-artistici all'Università La Sapienza. Attualmente sono una studentessa laureanda in Comunicazione e Didattica dell'Arte all'Accademia di Belle Arti di Roma. In questi anni ho svolto alcuni tirocini come assistente in diverse gallerie d'arte contemporanea e ho collaborato con associazioni culturali per la realizzazione di vari eventi espositivi. Il mio obiettivo è acquisire più esperienza possibile sul campo per intraprendere la carriera di curatore d'arte.

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