In Sight: Prada Frames 2026 interroga il potere (e il costo) delle immagini

“We needed this”, ne avevamo bisogno, mi sussurra all’orecchio una collega giapponese a cui non faccio in tempo a chiedere il nome. Abbiamo da poco finito di applaudire (molto) Jonas Staal e Alfredo Jaar, ospiti dell’ultima parte di questa quinta edizione di Prada Frames, il simposio annuale curato dallo studio di design e ricerca Formafantasma. L’idea di prenotare con largo anticipo una lecture (solo microfono e voce, niente immagini, niente effetti speciali) di oltre un’ora nel mezzo della roboante Design Week che marcia al ritmo di “chi si ferma è perduto” parrebbe eccentrica, e invece.

È – detta semplicemente – la cosa di cui si avevamo davvero bisogno. Specie se, come capita qui su Artuu, su questa settimana in cui il design spesso prende a braccetto l’arte e la moda, ci si deve ragionar su. Sotto il titolo In Sight, l’edizione di quest’anno ha messo al centro la produzione di immagini, intesa come forza culturale, politica e materiale: in un’epoca in cui la cultura dell’immateriale sembra privilegiare la rappresentazione rispetto ai fatti, Prada Frames invita a interrogarsi sulla natura stessa di ciò che guardiamo. Oggi le immagini non sono più semplici specchi della realtà, ma grovigli di contraddizioni dove il confine tra creazione umana e generazione algoritmica si fa sempre più labile: in che modo la sovrabbondanza visiva influenza la nostra capacità di distinguere la verità dal resto? Come è fatto il nostro ecosistema visivo? 

Courtyard scene with ornate red-brick building and arched colonnade; people gathered near a neon 'PRADA FRAMES' sign.

Gli speaker che nei tre giorni di programmazione, da domenica a ieri, si sono alternati sono tutti da top list: (Paola Antonelli, Hans Ulrich Obrist, giusto per citarne due). Uno dei punti cardine del simposio è stato la demistificazione dell’immaterialità digitale: la produzione di immagini ha un impatto fisico profondo, poiché poggia su infrastrutture che estraggono risorse, consumano energia e modellano territori. 

Staal, artista olandese e ricercatore sui temi della propaganda, lo ha spiegato benissimo nel suo appassionato intervento che ha messo al centro Koru, il mega-yacht di Jeff Bezos. Che cosa ci dicono le immagini di quella enorme barca che ci propone spesso l’algoritmo? Che cosa ci racconta quella (fake) della barca in fiamme? Al termine del suo discorso Staal ha donato a noi del pubblico – sala piena, gente in piedi, silenzio di tomba come di rado capita in eventi pubblici – un poster di Redistribute Extinction, il suo progetto di ricerca che ragiona sulla redistribuzione della ricchezza e sul ruolo politico di ogni immagine, vera o generata che sia. 

Il microfono è poi passato al maestro Alfredo Jaar, artista, architetto, filmmaker di origine cilena, 70 anni ottimamente portati e da tempo di stanza a New York. «Ogni immagine contiene un’ideologia – ha detto-: nessuna immagine è innocente. Le immagini non rappresentano la realtà, ma un’idea di realtà. Per questo tutti dobbiamo essere responsabili nel modo in cui usiamo e diffondiamo immagini». 

Ha poi parlato del suo celebre Rwanda Project, nato nel 1994, all’indomani del genocidio che da aprile a metà luglio del ’94 ha visto massacrare un milione di persone, principalmente di etnia Tutsi. L’artista si è recato quasi subito nel Paese africano, non appena conclusi gli scontri, per testimoniare il trauma di chi era sopravvissuto. «Son tornato a casa, a New York, con 3mila foto e mi sono domandato: che cosa ne so io, artista cileno che vive in America, di una cosa così? Come posso maneggiarla?». È nato così un progetto visivo di straordinaria potenza, con lavori realizzati fino al 2000: «L’intuizione è nata da uno scatto che ho fatto a una ragazzina che aveva visto con i suoi occhi i genitori venire ammazzati a colpi di machete. Quando mi sono avvicinato per fotografarla, si è voltata di scatto: mi è rimasta di lei solo una foto mossa, di spalle. Ci ho messo 5 anni a capire che quella foto era il senso di tutto e che l’unico modo per rappresentare una tragedia così terribile è mettere l’immagine fuori fuoco, perché nessuna messa a fuoco è possibile». E poi ripete: «Le immagini non sono mai innocenti».

Alfredo Jaar parla in un luogo speciale: Prada Frames per questa edizione è stata infatti ospitata nella Sacrestia della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, spazio rinascimentale tradizionalmente attribuito al Bramante, decorato con gli intarsi lignei di Domenico e Francesco Morone. L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci è nel Refettorio poco distante, nel chiostro risuona curata da Three Productions: tutto è al suo posto, qui. 

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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Francesca Amé
Francesca Amé
Milanese, mamma di due gagliarde adolescenti, ama raccontare il bicchiere mezzo pieno della vita, senza trascurare eventuali depositi sul fondo. Da quindici anni si dedica con passione alla cronaca culturale, italiana e internazionale, e firma interviste per alcune delle principali testate italiane. Fissata da sempre con l’arte contemporanea, è anche una travel addicted iper-organizzata. Ultimamente ha tradito la corsa con il pilates. Su Instagram è @realvistodame Testate con cui collabora per reportage culturali: ilGiornale, il Foglio, Vanity Fair Italia (show e viaggi). Vogue Italia (arts), Business People, Wired.it, Jesus

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