Un movimento di liberazione e riappropriazione del web in risposta alla “privatizzazione” promossa, nell’ultimo ventennio, in particolare dalle piattaforme social. L’indie web (abbreviazione di independent web) è un angolo dell’ecosistema di Internet dove non comandano gli algoritmi, i like non valgono nulla e ogni contenuto è realmente personale, originale e racconta qualcosa di più autentico. L’obiettivo delle community che si ritrovano nella dimensione più “indie” del web è quello di invogliare le persone a riprendersi la proprietà dei propri contenuti online, lontano dai social e dalle piattaforme centralizzate.
Il movimento si è generato, passo dopo passo, per mantenere vivo lo spirito personale e sperimentale della rete degli anni ‘90 e 2000, quando ogni sito aveva una forte impronta personale, diventando quasi un biglietto da visita digitale unico e spesso amatoriale. Una risposta alla crescente omologazione del web e al potere delle aziende big tech, ma anche alla commercializzazione e allo sfruttamento economico di ogni segmento della vita digitale.

L’indie web promuove la creazione di spazi online personali, siti autoprodotti, newsletter autonome e strumenti open source. L’obiettivo è di uscire dalla logica dei “giardini recintati” del web commerciale e tornare a una rete più aperta, libera e su misura per chi la abita. “Dell’Internet degli albori – ricorda Eleonora Caruso, scrittrice e autrice della newsletter ‘Il Carusello’ – amavo la creatività sfrenata, quel modo di pubblicare qualcosa senza sapere chi l’avrebbe letto, semplicemente perché sentivi il bisogno di condividerlo. Quella dimensione tra siti e community era speciale. Quando tutto ha cominciato a monetizzarsi, ho iniziato a soffrirne. Dai blog in poi è arrivato il denaro, la personalizzazione, l’idea che essere famosi su internet ti avrebbe favorito nel mondo reale. Per me già lì si era rotto qualcosa. Lo stesso Facebook all’inizio sembrava ancora un po’ un gioco, poi con i post sponsorizzati siamo entrati in una dimensione diversa. È stata la prima piattaforma, su larga scala, a introdurre una logica algoritmica di massa. I social hanno attirato quelli che noi chiamavamo scherzosamente ‘i normies’ e con loro è arrivata una sorta di ‘gentrificazione’: porta benefici, certo, ma anche molti contro per chi quegli spazi li abitava da tempo”.
Riallacciandosi a queste radici, l’indie web è il “fatto in casa”, con più autenticità e meno filtri, dove l’utente non è il prodotto, ma il protagonista. Una corrente che celebra la creatività, l’autonomia e il valore della connessione autentica. Un mondo di piccole creazioni artigianali, colorate, a volte scintillanti: pagine personali con fotografie, testi a mano o scritte pixelate, portfolio fatti in casa, webring che collegano siti di amici, GIF animate, guestbook da compilare come una sorta di cartolina virtuale, applicazioni chat essenziali solo per dirsi un veloce “ciao”. “Amo moltissimo – continua Caruso – i ‘personal website’, quegli spazi che non hanno altro scopo se non esistere per il piacere di chi li ha creati. Possono sembrare caotici, ma sono bellissimi. È il contrario dei social: non c’è una bacheca standardizzata, ma pagine fatte solo con le cose che il proprietario ama davvero. E c’è una meravigliosa anarchia grafica: ogni sito è diverso, imprevedibile. Alcuni sono pieni di glitter, gif animate, cose che luccicano. Un po’ come entrare nella cameretta di qualcuno che ti ha invitato a casa. Non è una vetrina, non è pensato per vendere o piacere. Molti non sono nemmeno ottimizzati per il mobile, ma è giusto così. È una piccola ribellione estetica, anche contro l’omologazione del design digitale”.

Sul sito indieweb.org, portale che raccoglie una community di siti web indipendenti e personali, è stato diffuso un vero e proprio manifesto dei principi del movimento: libertà, originalità e proprietà dei contenuti; possibilità di stabilire una connessione con tutti attraverso l’interoperabilità e l’utilizzo di standard aperti; semplicità nell’utilizzo che consente all’utente una maggiore facilità di controllo sui contenuti che vuole condividere. Un’altra piattaforma di riferimento è neocities.org che manifesta apertamente la volontà di offrire agli utenti tutti gli strumenti per riportare la creatività al centro della rete e propone siti personali e originali, in linea con il “web 1.0”.
Chiunque abbia un minimo di vita digitale sperimenta, ogni giorno, gioie e controversie nel rapporto quotidiano con le piattaforme. I social danno visibilità solo se vengono rispettate logiche imposte da algoritmi opachi, che decidono cosa mostrare e a chi. La visibilità organica, cioè quella spontanea, non pagata, è in calo costante. Per farsi notare, bisogna investire denaro. Nel frattempo, i dati personali viaggiano ovunque, spesso senza che ne abbiamo piena consapevolezza.

Ogni clic, ogni like, ogni parola digitata può diventare materiale da analizzare, vendere, usare per indirizzare pubblicità o influenzare comportamenti. Poi c’è il problema della moderazione: un post può essere rimosso per motivi poco chiari, mentre contenuti offensivi o falsi spesso restano online per giorni. Le regole cambiano all’improvviso, le piattaforme decidono cosa è accettabile e cosa no. L’indie web nasce dalla consapevolezza che siamo ormai abituati a vivere online dentro recinti sempre più asfittici. “Parte tutto da un desiderio – conclude Caruso – quello di creare un’alternativa culturale a ciò che oggi è l’egemonia delle grandi piattaforme. Non è solo nostalgia. C’è una volontà concreta di ricreare spazi propri, autogestiti, che non siano assorbiti da sistemi commerciali. È molto simile a quelle associazioni di quartiere che decidono di prendersi cura di uno spazio abbandonato: non per guadagnarci, ma per viverlo in un altro modo. Movimenti come quello dell’indie web esistono come controculture, ed è importante che rimangano tali. Le controculture oggi muoiono subito: vengono inglobate, commercializzate, trasformate in contenuto. Al momento non esiste una vera controcultura digitale perché tutto è vendibile. Siamo tutti nello stesso spazio. Creiamo bolle, sì, ma sempre dentro lo stesso sistema. Vorrei che sempre più persone scoprissero l’indie web, ma anche che rimanesse una dimensione alternativa. Perché oggi ne abbiamo bisogno come non mai”.



