Se questa estate avete intenzione di visitare la Biennale di Venezia, ecco cosa non perdere per non schiattare dal caldo e allo stesso tempo fare un viaggio tra intelligenze naturali, artificiali e collettive.
“Intelligens. Natural. Artificial. Collective”, la 19ª Biennale di Architettura curata da Carlo Ratti, racconta – attraverso progetti molto diversi tra loro – di comunità, di coabitazione e di nuove forme di intelligenza. Fin da subito emerge un chiaro intento sociale: molte delle ricerche esposte propongono modi più equi di “stare al mondo”, rispondendo a urgenze che, oggi, è impossibile ignorare. Questa Biennale non si rifugia nell’estetica o nell’astrazione, ma sceglie di confrontarsi in modo diretto e autentico con le problematiche reali.
All’interno di questo quadro, i padiglioni nazionali si distribuiscono tra le Corderie dell’Arsenale e i Giardini – dove, va detto, il Padiglione centrale è chiuso per restauri. Interessante la scelta curatoriale di ricercare una coerenza tematica tra le Partecipazioni Nazionali, sulla scia del modello proposto da Rem Koolhaas nel 2014: un effetto domino di riflessioni, che dà vita a un esperimento collettivo di voci e intelligenze eterogenee.
Ogni nazione racconta una storia, un problema, un tempo e uno spazio specifici. Ed è proprio qui che la mostra dimostra la sua forza: niente generalizzazioni, ma una pluralità di sguardi, tutti riconosciuti come egualmente validi. Per questo motivo vi porto fuori dai percorsi più battuti dell’Arsenale e dei Giardini, tra padiglioni e progetti distribuiti – e spesso nascosti – nella città. Non sono necessariamente i “migliori”, ma in una Biennale che celebra l’equità, vale la pena dare attenzione anche a ciò che resta ai margini del racconto ufficiale.
Ecco la nostra breve guida:

“Parallel Worlds Exhibition from Macao China” (Evento collaterale)
Proprio di fronte all’ingresso delle Corderie dell’Arsenale, la partecipazione di Macao si distingue per la scelta di medium. La mostra fotografica a cura di Wang Shu (vincitore del premio Pritzker nel 2012) e Lu Wenyu espone scatti di Iwan Baan – vincitore del Leone d’Oro alla 13 Biennale di Architettura con il progetto Torre di David / Gran Horizonte – e progetti di ricerca della China Academy of Art e dell’University of Saint Joseph. Parallel Worlds, attraverso le immagini di Baan e la ricerca dell’istituto di Saint Joseph, “Mapping Macau’s Urban Evolution 1557-2022”, mostra gli sviluppi architettonici, urbanistici – e umani – di una città che racchiude due identità molto diverse tra loro.
Nella “Las Vegas dell’Est”, infatti, coesistono una parte storica con casinò ed evoluzione moderna e una parte invisibile, non “innovativa” e in-voluta. L’esposizione evidenzia proprio il divario tra queste due dimensioni che sopravvivono in uno stesso spazio, due mondi visibilmente in contrasto che coabitano entro la medesima realtà. Sorge spontaneo il quesito: “Quanti volti può avere una città?”

“Lavaforming”, Padiglione Nazionale Islanda (Partecipazione Nazionale)
Il progetto di s.ap architects Lavaforming sviluppa una proposta di uso della lava incandescente come valida risorsa. L’esposizione presenta, attraverso installazioni video (su schermi, su parete e un videogioco), sculture e racconti, la lava come materiale da costruzione sostenibile per il futuro. Anche in questo caso, la ricerca e l’idea sono strettamente connessi alla realtà islandese, costituendo una proposta site-specific che valorizza il territorio e le sue proprietà.
Attraverso un’estetica e rimandi distopici e fantascientifici, il padiglione islandese crea una narrazione efficace e perfettamente curata attorno a una proposta tecnologica realmente possibile. L’indagine proposta spazia dall’estrazione all’esplorazione dell’uso del basalto in campo industriale, descrivendo uno scenario possibile in una chiave narrativa che unisce passato e presente. Il folklore gioca un ruolo fondamentale, ribadendo il concetto di radice territoriale in modo non-conservativo ma proiettato verso un futuro migliore per la comunità.

“Microarchitecture through AI: Making New Memories with Ancient Monuments”, Padiglione Nazionale Armenia (Partecipazione Nazionale)
Il padiglione armeno propone una riflessione sull’uso della tecnologia nella salvaguardia di una memoria culturale e architettonica. A cura di Marianna Karapetyan, la mostra nasce da una mappatura e scansione 3D di monumenti del patrimonio architettonico armeno e della Repubblica di Artsakh. In seguito alla mappatura, il progetto propone un addestramento mirato dell’intelligenza artificiale, affinché questa possa generare nuovi frammenti architettonici per “reimmaginare l’essenza perduta dei monumenti e scolpirli nuovamente nella roccia”.
In Microarchitecture through AI: Making New Memories with Ancient Monuments la tecnologia preserva, mantiene la memoria e consente di crearne di nuova a partire da un passato e un presente costantemente minacciati e vulnerabili davanti a conflitti, cambiamento climatico e negligenza. Nasce così una tradizione innovativa: una ricognizione, riproposizione e reinterpretazione della memoria, punto di partenza per la creazione di nuove narrazioni che salvaguardino il passato in forme e modi. “Le creazioni virtuali vengono poi scolpite nella pietra tufo – tradizionale dell’Armenia – combinando le antiche geometrie con le ricche strutture del panorama culturale armeno”.

“Kaynuna”, Padiglione Nazionale del Kuwait (Partecipazione Nazionale)
“Il patrimonio architettonico del Kuwait affronta una crisi di sé, senza siti accessibili che ne mantengano l’integrità storica. Il DNA dell’architettura vernacolare è alterato e gli approcci di conservazione della fine degli anni ‘80 e dell’inizio degli anni ’90 hanno come risultato mutazioni che tentano di simulare qualità materiali perse attraverso la modernizzazione”. È da qui che parte la riflessione di Kaynuna: una ricerca metodologica che si oppone alle nuove proposte costruttive. A cura di Hamad Alkhaleefi, Mohammad Kassem, Naser Ashour e Rabab Raes Kazem, l’indagine propone come modello la coesistenza tra essere umano e ambiente naturale, considerando questo legame come un’ispirazione nella progettazione.
Contro una modernizzazione che erode il patrimonio vernacolare, il Padiglione del Kuwait propone un quadro di recupero basato su cultura e sostenibilità. Il progetto mostra quindi una problematica specifica del territorio e una soluzione tecnologica che contrasti la modernizzazione, che favorisca le scelte di riuso piuttosto che quelle di demolizione. Sostenibilità e memoria – storica ma anche umana – sono quindi i motori per un nuovo modo di progettare, che ricordi quel legame tra essere umano e natura cardine nella nozione stessa di architettura.

“Opera Aperta”, Padiglione Nazionale Santa Sede (Partecipazione Nazionale)
All’interno del Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, a cura di Marina Otero Verzier, e Giovanna Zabotti, si sviluppa un progetto che parla di cura. Una cornice suggestiva perfettamente allestita – e non allestita -: un cantiere aperto che mostra in diretta cosa significhi curare uno spazio, restaurare, far rivivere. Obiettivo di Opera Aperta è quello di creare uno spazio fruibile (altro atto di cura), nel quale partecipare a workshop ed eventi di restauro (ancora una volta, cura) o semplicemente scegliere di stare.
Il Padiglione Santa Sede regala a Venezia uno spazio aperto – che è forse ciò che più manca alla città -, un luogo gratuito per la comunità. In “mostra” si possono vedere tutti gli strumenti del restauro e un pianoforte, elementi ridotti all’essenza ma sufficientemente eloquenti di per sé. Una proposta che lascia la possibilità di essere interpretata, vissuta, apprezzata da chiunque e in modo libero, aperto. Uno spazio che agisce concretamente nella realtà in cui è inserito, pur restando in silenzio, un atto di cura necessario.


