Torino investe nell’arte contemporanea e intreccia storie tra opere, quotidianità, tempo, spazio, memoria e identità con mostre memorabili che producono economia e conoscenza e benessere collettivo. Tra le migliori mostre del 2025, è in corso (fino al 26 giugno 2026) al MAO Museo d’Arte Orientale, nel cuore del Quadrilatero romano a Torino, la personale di Chiharu Shiota (Osaka, 1972), artista giapponese che vive e lavora a Berlino, riconoscibile per i suoi iconici fili rossi e neri, trappole visive ed emotive, capaci di tessere trame di vita e arte. I suoi ambienti espansivi sono concepiti non per occupare uno spazio, bensì abitarlo, attraversarlo, come “architetture emotive”. The Soul Trembles, titolo della mostra monografica dell’artista giapponese, comprende il passaggio dalle sue opere ambientali site-specific alle sezioni del Mao, in connessione con le sue collezioni permanenti. Il valore della mostra sta in questo dialogo non scritto tra ciò che sappiamo di trovare in questo magnifico ‘tempio’ dedicato alle arti asiatiche, e ciò che non sappiamo di trovare, frammenti delle nostre esperienze emotive in fili rossi e neri, ambienti labirintici da attraversare, come spazi di riflessione sulla vita e della morte, sulla trascendenza e impermanenza, profondità e leggerezza. Curata da Mami Kataoka, direttrice del Mori Art Museum, con Davide Quadrio, direttore del MAO, e l’assistenza curatoriale di Anna Musini e Francesca Filisetti, la mostra a Torino è una prima in assoluto dell’artista nipponica, che trova casa proprio all’interno del museo di arte orientale in Occidente.

Le sue installazioni ambientali fatte di fili rossi e neri, oggetti quotidiani tratti dal vissuto o esperienze (negative e positive) di Shiota si caricano qui di nuovi significati; tutto rimanda ad altro e le cose banali trasudano di memoria, diventano reperti di un tempo soggettivo e collettivo insieme, in cui si vive l’esperienza di una dilatazione spaziotemporale. Il fruitore anche non addetto o vittima dell’arte concettuale non si stupisce di trovare qui oggetti decontestualizzati dalla vita reale, banali, in dialogo con sculture votive, Buddha, arazzi, libri antichi, vasi, ceramiche, paraventi, oggetti per la cerimonia del te, e tanto altro ancora perché da subito entra in sintonia con l’emotività dell’artista.

Le installazioni site-specific che vanno per la maggiore nei luoghi istituzionali, come strategia culturale per portare un pubblico più ampio a visitare i musei, sono mirate a fare riscoprire le collezioni permanenti, ma non sempre ci riescono. I musei sono sempre più concepiti come ‘organismi viventi’, macchine estetiche in dialogo con cittadini del mondo globale e il proprio territorio senza perdere il loro dovere non solo di stupire con istallazioni faraoniche, bensì di informare e formare pensiero critico sul presente. Shiota a Torino, nel museo MAO dove si trovano molte opere legate a Buddha e al Tibet, oltre agli interventi site-specific espone disegni, fotografie, sculture e assemblaggi di materiali diversi di eco dadaista e vocazione minimalista, per inscenare storie della condizione umana tra gioia e sofferenza, arrivi e sempre nuove partenze sul percorso impervio della propria vita che è connessa a quella degli altri; e ciascuno ha il suo viaggio e il suo trauma esistenziale.

Nella prima sala al piano terra imbriglia il nostro sguardo Uncertain Journey, un ambiente composto da sagome di imbarcazioni (che sembrano corrose dal tempo) avvolte da fili rossi che si espandono in tutto lo spazio, come ragnatele in una caverna. Queste e altre opere di forte impatto emotivo e scenografico da attraversare, concepite come luoghi soglia tra la vita e la morte chiedono meditazione, e capacità di andare oltre l’oggetto esposto, perché stanno lì come presenza dell’assenza. Aprono una riflessione sulle migrazioni globali le trecento valige oscillanti di Accumulation – Searching for the Destination, fino all’installazione In Silence, queste e altre opere sono lì per interrogarci sul significato del nostro passaggio in questa vita. Quali tracce lasciamo di noi? Nel bene e nel male siamo le relazioni che riusciamo a imbastire nel tempo, e Shiota, come un pifferaio magico ci conduce dentro a spazi emotivi in cui lo spettatore si trova a confrontarsi tra l’intimità emotiva dell’artista e la propria senza saperlo, riflettendo poi sulla inconsistente vulnerabilità umana, così per un istante resta sospeso tra memoria individuale e collettiva, e qualcuno forse trova una consolazione di superamento anche di traumi personali, chissà! Sappiamo che l’arte non cambia il mondo, ma di certo modifica radicalmente il nostro modo di guardarlo.
Il tema principale della mostra di Shiota è l’instabilità emotiva, e alzi la mano chi non ce l’ha? In cui fili si fanno linguaggio di un diario individuale e collettivo, sospeso tra la vita e la morte, teso verso un tempo altro, e alla ricerca di una spiritualità latente mai riconosciuta. Se e quando l’arte nasce da una emergenza emotiva, allora l’opera è più autentica, sentita, vibrante, e in questo caso lo spettatore entra in una tacita empatia con essa. Accade con la mostra di Shiota che ha allestito l’esposizione mentre stava affrontando un cancro al terzo stadio, quindi a stretto contatto con il pensiero della morte, dichiarando che ‘disegnare’ con i fili nuovi spazi, fare arte l’ha salvata, creando connessioni tra dentro e fuori da sé ha trovato l’energia di potare a buon fine l’ambizioso progetto espositivo. L’arte si fa con tutto si sa, ma non tutto svela il senso i significati simbolici-formali.

Sappiamo che disegno, pittura, scultura, fotografia, video, incluso il corpo, le azioni e i luoghi nell’arte concettuale diventano strumento di espressione autoreferenziale, anche senza comunicare niente, come vediamo in molte mostre ospitate nelle fondazioni e nei musei d’arte contemporanea italiani. Però, al MAO i fili di Shiota acquisiscono significati nuovi, creano reti complesse tra Oriente e Occidente, attraverso ambienti inclusivi che avviluppano lo spettatore curioso di scoprire relazione tra gli oggetti della realtà e le opere della collezione permanente. Così il museo diventa spazio “vivo” che attiva riflessioni sul presente, e invita il fruitore a guardare oltre la tela, la parete o il foglio di carta, sulla soglia del tangibile verso l’invisibile, dove l’intreccio tra l’emotività dell’artista e il suo processo creativo, è l’opera in sé. Tutti gli oggetti esposti per l’artista portano in sé tracce di esperienze precedenti, memorie personali, conflitti, abbandoni, ma ci raccontano anche la solitudine dell’uomo globale e i conflitti, come il pianoforte bruciato, o le trecento valige, contenenti altrettante storie di migrazioni.

Chi di noi non conserva gli oggetti di chi non c’è più per mantenere viva della presenza dell’amata/o perduta? Siamo anche ciò che produciamo, e tutto nel tempo diventa traccia di ciò che siamo stati. Shiota ci racconta micro e macro storie di crisi esistenziali e globali, migrazioni e conflitti dell’essere umano, sospeso tra l’io e l’altro, distruzione e costruzione, l’assenza e presenza di chi amiamo e perdiamo, conflitto e tensione verso qualcosa che possa oltre la morte darci un significato, o per lo meno rassicurarci. Il MAO con questa imperdibile mostra di installazioni – non autoreferenziali – non ha puntato solo a sedurre o emozionare il pubblico, ma ha informato il pubblico su come l’artista ha interagito con il luogo e le sue collezioni, affiancando sala dopo sala pannelli esplicativi, utili per comprendere come e perché il fili di Shiota si sono connessi con l’essenza e il patrimonio del museo che in quanto tale deve continuare a informare e formare a nostra conoscenza sulla cultura asiatica, come storia del presente.



