Francesca Astrei, romana, classe 1995, è oggi una delle presenze più interessanti della nuova scena teatrale italiana. Diplomata nel 2018 presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, ha costruito un percorso artistico già solido e riconoscibile, in cui scrittura, regia e interpretazione si fondono in una ricerca personale (di rara maturità) orientata all’indagine della fragilità umana e delle forme più profonde della sofferenza interiore. Non sorprende così che il suo lavoro sia stato riconosciuto con numerosi premi della critica, che hanno messo in luce la capacità dell’artista di affrontare temi complessi con uno sguardo originale, una forte consapevolezza scenica e intensità interpretativa.
Nel 2023 si è imposta all’attenzione della critica vincendo FringeMi con Mi manca Van Gogh, monologo da lei scritto, diretto e interpretato. Il suo ultimo, nuovo, spettacolo, Io sono verticale, di cui è autrice e interprete, è stato Premiato con il Premio della Giuria alla XII edizione del festival Direction Under30–Teatro Sociale di Gualtieri.
Il titolo richiama i versi di Sylvia Plath, poetessa americana scomparsa suicida nel 1963 alll’età di 31 anni, nei quali l’immagine ossimorica della verticalità — associata all’apparente staticità della vita — si contrappone all’orizzontalità della morte, ma paradossalmente anche alla sua autentica vitalità. Stralci della poesia tratta da La ricerca dell’Oltre del 1961 recitano: “Io sono verticale ma preferirei essere orizzontale. Non sono un albero con radici nel suolo. A volte io penso che mentre dormo forse assomiglio a loro nel modo più perfetto con i miei pensieri andati in nebbia. Stare sdraiata è per me più naturale. Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me”.
Questo contrasto diventa per Astrei la chiave per raccontare la fatica quotidiana del “restare in piedi” di chi attraversa la depressione e non riesce più a sostenere il peso del vivere. Al centro dello spettacolo vi è la figura di Lazzaro, archetipo del vivo/morto, al chiuso nel proprio sepolcro, richiamato alla vita dalla parola di Gesù Cristo, “Alzati e cammina”.
Nella riscrittura scenica di Astrei, però, Lazzaro non si alza. Il corpo rimane nel sepolcro, immobile, nonostante l’invito insistente del Signore e le suppliche delle sorelle. Lazzaro non vuole uscire dal sepolcro: non ne ha la forza, non riesce a farlo, non riesce a intravedere un senso nel ritorno alla vita. Chiuso nel proprio dolore, ma continuamente richiamato alla vita da chi gli sta intorno, senza capire, si interroga: “Da verticale dove vado? Sono vivo solo da morto. L’eterno riposo mi culla”.
Con un gesto drammaturgico radicale, Astrei sottrae il miracolo della rinascita alla logica dell’evento spettacolare e lo restituisce alla sua dimensione drammatica: un passaggio doloroso e forse persino un atto di coraggio difficile da sostenere. Aprendo a una riflessione profonda sul significato stesso del vivere.
La resurrezione non è più un approdo glorioso, bensì un processo fragile, incompiuto e profondamente umano. Il sepolcro non è soltanto una tomba, ma una potente metafora dell’immobilità depressiva. Un luogo chiuso dellamente, mmobile e silenzioso in cui il dolore si trasforma paradossalmente in rifugio.
Lazzaro rimane chiuso nella tomba perché quella immobilità, quel silenzio sottratto al mondo, sembrano offrire una tregua dalla fatica di essere vivo. Uscirne significa tornare a confrontarsi con la propria fragilità, accettare il rischio e l’incertezza che accompagnano l’esperienza dell’essere vivi.

Dopo le repliche di Pisa, Roma, Carpi e San Lazzaro di Savena, Io sono verticale è arrivato a Milano per un’unica serata, il 18 luglio, nell’ambito della rassegna estiva La Corte degli Angeli, la nuova stagione del Teatro Oscar e del Teatro degli Angeli, diretti da Giacomo Poretti, Luca Doninelli e Gabriele Allevi: un progetto che trasforma il cortile del Teatro degli Angeli in un nuovo spazio culturale aperto alla città, a spettacoli, concerti, incontri e letture di poesia.
Un microfono montato su un’asta domina il palco nudo allestito all’aperto. L’attrice cerca di raggiungerlo per dar voce a una voce ormai già afona. L’asta si abbassa, fino a sfiorare il suolo, costringendola a piegarsi per continuare a cantare. Per seguirne la discesa deve abbassarsi sempre di più, fino a ritrovarsi schiacciata a terra, con il microfono che le pende sul volto. Accenna le parole di Hurt, la struggente canzone dei Nine Inch Nails, resa celebre dall’interpretazione di Johnny Cash. “Oggi mi sono ferito da solo/Per vedere se ero ancora in grado di sentire/ Mi sono concentrato sul dolore/ la sola cosa reale”. Le note, frammentate, accompagnano i movimenti sussultori del microfono. Ciò che dovrebbe amplificare la voce sembra invece sottrarle il respiro: la schiaccia, fino a costringerla a distendersi al suolo. Un fascio di luce ne illumina la sagoma. Un corpo che giace: è quello di Lazzaro di Betania, il risuscitato dei Vangeli.
Lo spettacolo era appena cominciato quando, prima timidi accenni di pioggia, poi una violenta grandinata, hanno interrotto la magia della scena iniziale, costringendo il pubblico, l’artista e i tecnici, a un rapido e inatteso spostamento all’interno della sala del teatro.
Un fuori programma — il passaggio dal cortile aperto, improvvisamente trasformato in uno spazio ostile dalla furia della natura, al rifugio raccolto della sala interna — che, quasi per una singolare coincidenza scenica, ha reso tangibile la condizione di Lazzaro, rinchiuso nel suo sepolcro come estremo riparo dalla sofferenza del vivere.
Seduta quasi sempre su una sedia, Astrei affronta il tema della depressione non solo dal punto di vista di chi la abita, ma anche da quello di chi gli sta accanto e, pur desiderando comprenderne la sofferenza, resta incapace di cogliere fino in fondo un dolore, invisibile e indicibile.
Dolente e comica, struggente e popolare, l’attrice dà vita a un mondo di personaggi, tutti reinventati eppure riconoscibili. Con pochi gesti e una voce che cambia registro con naturalezza, costruisce un monologo a piu voci: una galleria di personaggi “apocrifi” disegnati con perizia. Ecco le sorelle di Lazzaro, Marta che cerca d’intrattenere i presenti durante l’attesa e Maria che piange disperata (“sarò sempre la sorella di un fratello morto); il nipotino Beniamino che spara domande a raffica per capire come mai lo zio sia così triste; un Giuda all’affannosa ricerca di trenta denari; la pettegola del paese Maria di Cleofa (era molto probabilmente sorella o cugina della madre di Gesù), la Maddalena, i discepoli Simon Pietro e Giovanni perennemente distratto e incapace di prendere nota per bene del miracolo a cui sta assistendo per tramandarlo ai posteri, persino un’esilarante pecora con l’accento ciociaro che commenta le azioni degli uomini. Francesca Astrei, per ogni personaggio che si avvicenda nella storia, cambia con bravura registri, inflessioni, intonazioni e timbri vocalici.

Tutti vogliono persuadere Lazzaro a lasciare il sepolcro, a tener fede alle parole del vangelo. Lazzaro avrà la forza di tornare alla vita? E che cosa significa, per lui, vivere? E se quel comando — “alzati e cammina” — non fosse una promessa di salvezza, ma l’inizio di una nuova condanna? Cosa significa ricevere un appello alla vita quando ogni energia vitale è stata consumata dalla sofferenza? Attorno a queste domande vertiginose si sviluppa lo spettacolo, che mette in discussione il significato , tutt’altro che scontato, di rinascita. Verso la conclusione, Lazzaro dà voce a una confessione tanto dolorosa quanto rivelatrice: “Tutto quest’amore, il vostro amore, invece di essere una salvezza per me è una trappola […], è una condanna!“. In queste parole emerge uno dei nuclei più profondi e perturbanti della depressione: a volte il dolore è così radicale che persino l’amore degli altri, pur sincero e ricambiato, non riesce a liberare, e l’invito alla vita rischia di trasformarsi in una esortazione persino crudele.
Come nel monologo precedente dell’autrice (Mi manca Van Gogh), anche qui Astrei mantiene un equilibrio raro tra leggerezza e profondità, passando con naturalezza dall’ironia quasi surreale a momenti di autentica densità drammatica (“Credo in una scrittura che restituisca la complessità del vivere, dove gli eventi comici e drammatici si mescolano continuamente“).
Un testo sorprendente che l’autrice/attrice attraversa con ritmo incalzante, senza quasi concedersi pause, sostenuta da un accurato lavoro ritmico e vocale. Uno spettacolo coinvolgente, profondamente umano, capace di sottrarsi a ogni facile consolazione e semplificazione per avvicinarsi alla depressione con ascolto, rispetto e consapevolezza. Affidando alla forza del teatro il compito di dare voce a ciò che, troppo spesso, rimane indicibile.
L’esibizione di Astrei è stata accolta dalla platea, al termine della serata, con entusiasmo e tre minuti di applausi. Quando siamo usciti, il temporale era cessato: sull’asfalto restavano grandi chicchi di grandine, illuminati dalle luci della sera. Come l’eco silenziosa di una tempesta ormai lontana.
Io sono verticale sarà in scena il 22 e il 23 agosto ad Arzo (Canton Ticino, Svizzera), nell’ambito del Festival internazionale di narrazione “Racconti di qui e d’altrove”; il 17 settembre al Teatro Elfo Puccini di Milano (in replica anche dal 24 al 29 novembre).




