Inutile negarlo: il substrato culturale e identitario italiano è legato alla condivisione, ai momenti a tavola, alla cucina di famiglia, alla consapevolezza dello stare: si tratta di riconoscere un momento di godimento scandito dal cibo e dal tempo di una pennica, in cui ritroviamo l’essenza del quieto vivere. Galeotto fu Fellini, inconsapevole innescatore di quell’ondata di dolci vite che scandiscono ormai questo contemporaneo e incerto tempo fatto di estetizzazione e stereotipo dell’italianità.
I cliché delle vite lente e del dolce far niente, insinuatisi per di più nell’ambito del turismo, sono la proiezione della tanto sospirata vacanza/merito, con la quale sfuggire per un po’ alla frenesia del quotidiano e aspirare a quel lifestyle bucolico da qualche anno in sovraesposizione sui social. Tantissime le città italiane in difficoltà da overtourism, ancor di più le realtà turistificate, depredate della loro intima natura, alla mercé del miglior offerente tra brand di lusso e commercio da cartolina, un parco giochi costruito ad hoc – difficile però da abitare davvero.
Già anni fa, l’Italian Sounding aveva creato non pochi problemi al settore enogastronomico, con imitazioni e simulazioni di prodotti tipici del nostro territorio, dal Parmesan al Romano Cheese, dalla Buffalo Mozzarella al Parma Ham. Ma come diceva Zalone “non si scrive l’Italia invano” e lo Chef Francesco Panella ha sentito la necessità, con Little Big Italy, di tracciare – seppur con intrattenimento – una linea ben definita tra ciò che effettivamente è realmente italiano all’estero e cosa no.

Comunque, attorno al cibo, si è poi sviluppata un’aura fatta di ospitalità, accoglienza e way of life che ha contribuito alla creazione di una sorta di mito, una risposta a una necessità, la possibilità di un calore umano posto a colmare i bisogni della contemporaneità più arida. Fattori identitari che hanno subito una brusca impennata e commercializzazione: abbiamo brandizzato e venduto un prodotto. L’italianità è stata esportata e l’italomania sembra irreversibile. Il mercato è ormai saturo. E ora?
Non è un caso che il termine “casa“ e la sua intenzionatissima trasposizione “house” abbiano prepotentemente riempito la scena delle realtà ristorative degli ultimi anni: la vibes d’ordine sembra essere l’intimità del focolare familiare, dimora di agio e confidenza, in cui il tasting sia abbinato all’experiencing. Tra welcoming, cortesia e in-formalità, le locations sono arredate con gusto impeccabile, e le fotografie retrò sembrano essere necessarie per rivendicare la propria appartenenza.

Il format “Casa Tua“, di Miky e Leticia Grendene, merita una particolare riflessione: dall’apertura della propria abitazione privata in occasione di feste con amici e cibo italiano, a un concept replicabile. Dai club privati di Miami e Aspen alla food hall a Brickell, un perfetto esempio di esportazione ed evoluzione di una decantata filosofia italiana, trattata pur sempre come evento piuttosto che quotidianità: la spettacolarizzazione di un’identità che da veracemente custodita diviene voracemente divulgata. Da quest’anno, “Casa Tua” è approdata anche a Capri, con servizi di ristorazione, rooftop bar e beach club (Mare, by Casa Tua) dell’Hotel La Palma: il più antico albergo dell’isola – dal 1800 eccellenza storica dell’ospitalità locale – è oggi gestito dal gruppo Oetker.
Una specie di allucinazione collettiva ha reso quasi impercettibile l’incoerenza di avvenimenti di questo tipo, per i quali ciò che ci è stato detto saper fare meglio, viene riproposto dopo essere stato morso, masticato, commentato e gustato dalle stesse persone a cui lo abbiamo servito la prima volta. Una follia importativa che abbiamo lasciato appartenesse alla richiesta – più che a noi – e che probabilmente non ci appartiene più. Se una cena a casa mia impone un dress code, qualcosa non torna.
Qual è il confine tra l’identità e la performance?
La questione potrebbe non essere un limite da imporci, quanto la disponibilità a non dissacrare quanto di più prezioso la nostra cultura abbia creato. La consapevolezza di un’identità è la cura della memoria stessa: la capacità di conservarne gli aspetti più autentici nonostante le tendenze auspichino la folklorizzazione selvaggia. Abbiamo preferito smettere di essere per iniziare a imitare noi stessi, iniziando a consumare una cultura che rischiamo di perdere per soddisfare uno sguardo esterno. Quando abbiamo lasciato che tutto ciò accadesse?
Siamo in tempo per riconoscerci ancora in tutto quello che non è una visione immaginaria. Perché una coscienza collettiva non svanisce nel nulla, ma non può palesarsi sulle macerie di una scenografia di mera fantasia.




