L’abbiamo raggiunto, telefonicamente, per una lunga chiacchierata, mentre è in Thailandia, tra i contrasti di Bangkok e le meraviglie archeologiche di Ayutthaya e Sukhothai, dove i templi induisti e buddhisti resistono come cicatrici splendenti del tempo. Ma ha poco tempo per fare il turista zen, perché il suo calendario è già fitto di mostre a partire da settembre.
Lui è Ivan Quaroni, saggista, critico d’arte e curatore di mostre che in più di vent’anni di attività ha collezionato un bel po’ di medaglie al valore: fornirne un prospetto informativo sarebbe come fare un lungo elenco e dal momento che non abbiamo la fissa dell’archivio (e nemmeno della collezione, ça va sans dire) non ne citiamo nemmeno una. Sarà lui, in questa intervista d’estate 2025 in via di estinzione, a parlarcene. Mostre ma non solo, perché con lui abbiamo parlato anche di musica, di letteratura, di misticismo e di come, a volte, le arti si tocchino in modi che non ti aspetti.

Partiamo dal qui e ora. Ivan, Thailandia: Bangkok che ribolle, templi millenari ad Ayutthaya e Sukhothai, caldo tropicale che non perdona. In mezzo a tutto questo, cosa ti ha colpito di più dal punto di vista artistico o spirituale?
Tutti si aspettano che i viaggi debbano essere sempre belli, intensi, fantastici. In questa vacanza in Thailandia ho capito molte cose di me. Per esempio, che una certa Asia non fa per me. Bangkok è un inferno in Terra… e con temperature infernali. La cucina tailandese non mi fa impazzire, il clima tropicale, poi, non favorisce il riposo. Però, ci sono alcune cose notevoli in Thailandia, come le antiche capitali di Ayutthaya e Sukhothai, dove si possono ammirare antichi e meravigliosi templi induisti e buddisti. Posti che oggi sono siti archeologici, ma che un tempo dovevano essere importanti centri spirituali. Molto bello è anche il nord, i dintorni di Chang Mai con le sue giungle e cascate che ricordano certi scenari cinematografici da Guerra del Vietnam. Insomma, la morfologia tipica del Sud-Est asiatico. L’arte contemporanea non l’ho vista a Bangkok e, sinceramente, non l’ho neanche cercata.
Settembre è alle porte. Il tuo calendario post-vacanze è già blindato. Quali mostre stai preparando e cosa ti entusiasma di più di questi nuovi progetti?
In effetti settembre comincia con una fitta agenda di mostre. Sabato 6 inauguro la mostra Naviganti di Fabrizio Molinario alla Galleria Gliacrobati di Torino, uno spazio dedicato alla Outsider Art. Il 15 settembre, al Palazzo Pirelli di Milano espongo le nuove opere di Daniela Volpi, che avevo già seguito in una precedente mostra al Museo delle Mille Miglia di Brescia. Ho anche una interessante collaborazione con Gianni Maimeri, che ha coinvolto la multinazionale farmaceutica Viatris nella realizzazione di una mostra di Pietro Geranzani (attualmente in mostra anche a Palazzo Citterio) presso gli uffici della sede milanese. Insomma, una mostra pensata appositamente per i dipendenti dell’azienda. Il 25 settembre sono in quella che considero ormai un luogo del cuore, la Galleria Antonio Colombo Arte Contemporanea in via Solferino 44, dove curo la personale di Jacopo Ginanneschi, intitolata L’ultimo segreto, e il progetto speciale di Giuseppe Veneziano per il Magic Bus (la Project Room della galleria), una sua personale rilettura delle Piazze d’Italia di De Chirico. Per concludere, sabato 27 settembre sono a Modena dalla mia amica Ersilia Sarrecchia, alla galleria Ranarossa, per la doppia personale di Laura Muolo e Grazia Salierno, intitolata “Soviel Schein, soviel sein”, dal verso di una canzone di Franco Battiato. Ecco, di quel che faccio mi entusiasma il fatto di potermi occupare di cose differenti, linguaggi, approcci, esperienze, sguardi eterogenei. Ho ormai da tempo superato l’idea di fare della critica militante. Mi interessano cose contraddittorie. C’è bisogno di meno militanza e di maggiore comprensione delle dinamiche espressive. Ci sono giù abbastanza dissidi nel mondo… posso fare a meno delle scaramucce tra critici.

Dal pentagramma alla tela. Prima di diventare un nome di peso nell’arte contemporanea, hai operato nel settore musicale. Ce la racconti questa “prima vita”? E come si è intrecciata con quella attuale?
Mi piace la musica, posso definirmi un appassionato (soprattutto di Post-Punk e New Wave) ma non so leggere il pentagramma. Ho lavorato nel settore musicale, ma è stata una breve e divertente parentesi. Ho fatto il redattore per due programmi di Claudio Cecchetto per Rai Radiodue, la mitica Hit Parade e 99 alle 9 e ho fatto perfino un’edizione di Sanremo Giovani, quella condotta da Max Pezzali e Alessia Merz. Tutta esperienza, interessante… ma a me piaceva di più l’arte e, francamente, non ero tagliato per stare in quel mondo.
Quando curi, “componi”? Quando allestisci o pensi a una mostra o a un artista, la musica ti accompagna? Nel senso: curi anche con le orecchie?
No, curo con gli occhi e con la testa. La musica appartiene a una sfera più privata della mia vita. Qualche volta viene fuori nei testi, sotto forma di citazione, ma per lo più è una cosa che non c’entra con l’arte. Capita che ne parli con alcuni amici artisti. Ne parlavo spesso con Luca Beatrice quando ci incontravamo. Lui sapeva della mia esperienza pregressa e per questo mi aveva invitato a scrivere un testo sui rapporti tra arte e musica italiana tra gli anni Ottanta e Duemila per la mostra Sound & Vision.

Le scommesse vinte. Se guardi indietro, quali sono i progetti che ti hanno dato più soddisfazione? Magari quelli in cui hai creduto in artisti allora sconosciuti che oggi sono diventati figure affermate?
Ho creduto molto nel progetto Italian Newbrow, con il quale ho partecipato alla Biennale di Praga, alla Biennale Giovani del Serrone di Monza e che ho perseguito attraverso numerose mostre pubbliche e private. Mi hanno accompagnato artisti molto diversi tra loro, ma il punto era proprio questo, quello di osservare non una falange ideologicamente compatta, ma un gruppo di individui con momentanei interessi comuni che si trovavano ad affrontare i mutamenti imposti dal cosiddetto Mondo Liquido Moderno di Zygmunt Bauman. Quelli con cui ho condiviso maggiormente sono stati Giuseppe Veneziano, Vanni Cuoghi, Paolo De Biasi e, per un certo periodo, anche Michael Rotondi, Giuliano Sale, Silvia Argiolas, che poi si sono disaffezionati al progetto. Non ho mai voluto che Italian Newbrow fosse un gruppo di artisti pop, ma l’etichetta di critico pop mi è rimasta. Pazienza, non è un mio problema quello delle etichette. Se sia una scommessa vinta o persa saranno altri a deciderlo… Io mi sono divertito.
Letteratura e misticismo: Ivan, tu sei l’unico operatore di settore che mi ha citato Maurizio Blondet, scrittore e giornalista sconosciutissimo pure ai gatti randagi. Nella tua formazione spuntano rimandi letterari e suggestioni quasi esoteriche. Quanto contano questi due mondi nel tuo modo di leggere e raccontare l’arte contemporanea?
Quel libro mi fu consigliato da un amico tormentato, un oblato cistercense che mi introdusse alle prime letture esoteriche. Mi interessa la spiritualità, non solo nelle letture, ma soprattutto nella pratica. Il mio percorso è stato accidentato, non lineare… e non è certo concluso. Chi mi conosce sa anche a cosa alludo. Non son cose di cui parlare in un’intervista.

Futuro venturo: se potessi curare una mostra in un luogo impossibile – una stazione spaziale, un monastero tibetano, una piattaforma petrolifera – quale sceglieresti e con quali artisti la faresti?
Questa è una domanda interessante. La risposta non piacerà a molti… L’arte contemporanea è l’espressione di una pluralità di ego ipertrofici. Esprime solo la visione personale degli artisti, i quali non sono interessati a questioni di ordine superiore e, soprattutto, non sono interessati a sconfiggere l’origine di tutti i mali, che è appunto l’ego. Ora, io mi trovo in uno stato di perenne contraddizione perché lavoro in un campo dominato dall’ego (anche dal mio ego), di cui avverto tutti i limiti e le storture. Ma l’arte non è sempre stata così. C’è un modo di fare arte che somiglia alla preghiera, che fa appello alle regioni superiori dello spirito umano, ma non è quella che vediamo oggi. Se potessi fare una mostra diversa, cercherei tra i pittori di icone ortodosse, tra i tessitori di tappeti bakhtiari, tra i monaci tibetani che compongono mandala, cercherei tra gli artigiani, tra i calligrafi, tra gli sciamani, se solo ne conoscessi personalmente qualcuno… Oppure tra gli uomini di spirito che si nascondono in piena vista tra le pieghe del sistema dell’arte contemporanea. Un’utopia…
Il male oscuro del contemporaneo. Sei uno che difende l’arte contemporanea con i denti e con la penna? Oppure c’è qualcosa che proprio non sopporti del sistema dell’arte di oggi? Puoi estendere la risposta al globo terracqueo o restringerla alla provincia italiana e/o al campo al governatorato meneghino
Difendo l’arte come campo avanzato della conoscenza umana, ma non l’attuale sistema artistico. Di quali altre evidenze abbiamo bisogno per capire che è un sistema corrotto?

Confessioni da curatore: hai mai detto “sì” a un artista o a un progetto solo per istinto, contro ogni logica curatoriale… e poi ti sei detto: “Avevo ragione io”? Vale anche il contrario.
Oddio, non ho tenuto il conto… Ho detto sì, quando avrei fatto meglio a dire di no, ma il mio è anche un mestiere. Mi rifiuto di considerarlo solo una passione. Non sono un ricco e viziato giovin signore che può permettersi di curare due mostre l’anno perché tanto ha alle spalle il patrimonio di famiglia. Faccio questo lavoro da venticinque anni, senza protezioni e santi in paradiso. Se dicessi sì solo quando mi va sarei semplicemente un appassionato, non un professionista.
Sogni mostruosamente proibiti. C’è un’opera o un artista che sogni di portare in mostra ma non è mai successo? E quanto sei disposto a spingerti per farlo accadere?
Amo gli acquarelli di Piero Crida, le ceramiche di Gabriel Mandel, i dipinti di Franco Battiato, le icone di Juri Camisasca, tutta gente fuori dal giro ufficiale dell’arte e che fa (o ha fatto) arte con tutt’altre intenzioni che fare i soldi e nutrire il proprio ego. Certo potrei farlo, potrei invitarli a qualche mostra, almeno quelli vivi… ma, sinceramente, loro vorrebbero?

La storia mai raccontata. Raccontaci un episodio borderline che ti è capitato nell’arte e che finora non hai mai raccontato a nessuno
Venticinque anni di esperienza nel mondo dell’arte italiano rappresentano una lunga sequenza di episodi borderline. È il motivo per cui non ci si annoia…


