“Tutti i miei ricordi sono film”. La frase, in bocca a George Clooney nel ruolo di Jay Kelly, suona come una confessione: un uomo che ha vissuto così tanto sotto i riflettori da non saper più distinguere le immagini della propria vita da quelle proiettate sullo schermo. Ma nel nuovo film di Noah Baumbach, presentato in Concorso a Venezia 82, diventa la chiave di volta di un dramma sottile: l’impossibilità di distinguere la maschera dal volto, la finzione dalla vita, l’icona dall’uomo.
Jay Kelly, star idolatrata, è condannato a un doppio inganno: recita per mestiere davanti alla macchina da presa, e recita ancora – forse con più fatica – fuori dai set, costretto a incarnare quell’eroe impeccabile che il pubblico pretende. Ma dietro il sorriso scintillante si spalanca il vuoto: matrimoni naufragati, figlie dimenticate, un padre distante, amici inesistenti. “Un involucro vuoto”, lo definisce un ex compagno di studi, con la crudele precisione di chi sa che la gloria non basta a colmare il nulla.
Il viaggio che Baumbach orchestra – da Hollywood a Parigi fino a un festival toscano che il protagonista aveva sempre snobbato – è un pellegrinaggio laico, una ricognizione interiore sotto le sembianze di un itinerario mondano. Non è un caso che il film evochi, quasi in filigrana, l’itinerario esistenziale de Il posto delle fragole di Ingmar Bergman: anche lì, un uomo in viaggio per ricevere un premio si scopre a fare i conti con la propria vita. Ma se l’anziano Isak Borg era già prossimo al tramonto, Jay Kelly è ancora un volto stampato sui cartelloni, un idolo che non conosce oblio.

Baumbach – affiancato in sceneggiatura da Emily Mortimer e con il consueto tocco complice di Greta Gerwig – costruisce un film che danza sull’orlo tra ironia e malinconia, indagando le geometrie sottili del successo e la sua ombra velenosa. A incarnare questa parabola è un Clooney magnifico, in una delle prove più struggenti della sua carriera. C’è molto dell’attore reale in Jay Kelly: il fascino intatto, la leggerezza del sorriso, la sicurezza dell’uomo di mondo. Ma è quando Clooney incrina quell’immagine, quando trasforma la sua aura hollywoodiana in un’armatura che pesa, che il film tocca le sue corde più dolorose.
Accanto a lui, Adam Sandler sorprende ancora una volta nella sua dimensione drammatica, nei panni di un agente che sembra più un padre paziente che un gestore di carriere. L’Italia che Baumbach ci restituisce, tra la luce abbacinante della Toscana e i cliché un po’ stinti di certi personaggi di contorno, è cornice e al tempo stesso controcampo: sotto il sole dorato, Jay scivola sempre più nell’ombra di se stesso. Persino la folla adorante, con i suoi applausi e i selfie frenetici, non fa che isolare ulteriormente l’attore, che prende coscienza di quanto la sua vita privata sia stata sacrificata sull’altare della celebrità.

Il finale – un abbraccio ardente tra cinema e vita, che riecheggia Nuovo Cinema Paradiso e persino il caos visionario di Babylon – suggella la parabola con un gesto metacinematografico: Jay Kelly non esiste se non sullo schermo, nella proiezione collettiva che lo trasfigura e lo condanna. Ed è forse proprio lì, nell’immagine e nel mito, che il personaggio trova la sua unica e definitiva verità.
Con Jay Kelly, Baumbach ritrova la grazia disperata di Storia di un matrimonio, lasciandosi alle spalle le incertezze di Rumore bianco. E firma un film che è insieme analisi feroce e atto d’amore per il cinema e per il suo inganno più sottile: quello di raccontarci la vita attraverso il filtro della menzogna.





