Jean Boghossian. La fragilità della materia e la luce del mistero a Palermo

In occasione del Giubileo 2025, la Chiesa di San Domenico a Palermo ospita Palea, la nuova personale dell’artista Jean Boghossian, organizzata dalla Fondazione Sebastiano Tusa con il sostegno del Comune di Palermo e dell’Assessorato comunale alla Cultura. La mostra, che ha inaugurato il 15 febbraio, segna il ritorno di Boghossian in città dopo Immaginario fiammeggiante (2023), confermando il profondo legame dell’artista con la Sicilia e la sua storia culturale.

Il titolo Palea riprende il termine usato da San Tommaso d’Aquino per definire, con sorprendente umiltà, la propria vasta opera teologica. Secondo la Ystoria Sancti Thomae de Aquino di Guglielmo da Tocco, l’Aquinate, di fronte alla grandezza del divino, considerava i suoi scritti “paglia” rispetto all’abisso del mistero di Dio. Questa consapevolezza dei limiti della parola umana di fronte all’eternità risuona nella pratica di Boghossian, che, attraverso la materia e il segno, esplora le tensioni tra visibile e invisibile, creazione e dissoluzione.

Nato ad Aleppo nel 1949 da famiglia armena, Boghossian ha sviluppato una ricerca artistica unica, basata sull’uso del fuoco come strumento espressivo. Bruciature, combustioni e incisioni diventano nei suoi lavori tracce visibili di un processo che trasforma la materia, lasciando emergere pattern imprevedibili e texture vibranti. La sua pratica si pone al crocevia tra distruzione e rinascita, evocando temi universali legati alla caducità e alla rigenerazione. In Palea, queste tensioni si amplificano grazie al dialogo con la storia e la spiritualità del luogo che accoglie la mostra.

La Chiesa di San Domenico, spesso definita il “Pantheon di Palermo” per le numerose tombe di figure illustri ospitate al suo interno, diventa così spazio di riflessione sul tempo, la memoria e la trascendenza. L’allestimento si confronta direttamente con la grande pala d’altare dedicata a San Tommaso, dipinta da Giovanni Paolo Fondulli nel 1573. Il confronto tra la pittura rinascimentale e le opere contemporanee di Boghossian genera un cortocircuito temporale: da un lato, l’iconografia tradizionale che celebra la sapienza del Dottore Angelico; dall’altro, superfici bruciate e stratificate che alludono a una conoscenza più intuitiva e sensoriale, fondata sulla trasformazione della materia.

Le opere esposte nella chiesa accentuano il contrasto tra presenza e assenza. I segni lasciati dal fuoco, i residui e le lacerazioni sulle tele e sulle carte raccontano un processo creativo che è anche esperienza di perdita e di resistenza. Questa poetica della combustione, apparentemente distruttiva, si rivela invece un atto di rivelazione: ciò che emerge dalle bruciature è una nuova forma, un’apparizione che nasce dall’annullamento della superficie originaria. Boghossian recupera così, in chiave contemporanea, la lezione delle tecniche sottrattive della storia dell’arte, ma declinandola in una dimensione esistenziale e spirituale.

Un’importante sezione della mostra è allestita presso il foyer di Villa Igiea, sede storica che ospita parallelamente alcune delle opere più recenti dell’artista. La collaborazione tra la Fondazione Sebastiano Tusa e il Gruppo Rocco Forte Hotels – già attivo nel precedente progetto espositivo – si rinnova con l’obiettivo di creare un ponte tra l’esperienza artistica e l’ospitalità, valorizzando la dimensione culturale di Palermo come meta di turismo consapevole. Il legame con la città è ulteriormente rafforzato dal richiamo a Sebastiano Tusa, archeologo e intellettuale la cui eredità culturale continua a essere fonte di ispirazione per iniziative che, come Palea, mettono in dialogo passato e presente.

Se Immaginario fiammeggiante aveva esplorato le forme dell’instabilità attraverso ritmi visivi serrati e dinamiche spaziali complesse, Palea propone un registro più meditativo. Le opere, spesso caratterizzate da cromie tenui e da superfici irregolari, sembrano sospese tra luce e ombra, evocando lo stesso senso di limite e trascendenza che San Tommaso attribuiva ai suoi scritti. Non c’è in Boghossian alcuna pretesa di completezza: i frammenti, i vuoti e le bruciature sono segni di un linguaggio che si sa imperfetto e provvisorio.

La scelta di un titolo legato alla nozione di “paglia” si rivela dunque duplice: da un lato rimanda alla fragilità della materia e alla leggerezza apparente delle superfici lavorate; dall’altro allude alla combustione, al potenziale distruttivo e rigenerativo del fuoco, elemento centrale nella pratica dell’artista. La paglia brucia facilmente, si consuma in un lampo, ma le sue ceneri restano come traccia di un passaggio, memoria di un gesto. È questa tensione tra effimero e permanente a costituire il cuore della mostra.

Il progetto si inserisce nel contesto del Giubileo 2025, offrendo una riflessione visiva che, pur non esplicitamente religiosa, dialoga con i temi della spiritualità, del limite umano e della ricerca del trascendente. L’arte di Boghossian non propone risposte ma apre spazi di interrogazione: le sue opere, fatte di segni che consumano la superficie e insieme la rivelano, invitano a confrontarsi con l’ambiguità del vedere e con la complessità del tempo che abitiamo. In questo senso, Palea è un invito a sostare nella fragilità, a considerare la bellezza che può nascere anche da ciò che si credeva perso o distrutto.

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