Per chi già conosceva gli intensi ritratti della sua serie del 2022, Friends & Heroes, dedicata ad alcuni dei suoi “amici”, oltre che “eroi”, dello schermo o della musica – come Bob Dylan, Al Pacino, Elizabeth Taylor, Keith Richards e molti altri –, o che per qualche motivo si fosse trovato a visitare la sua personale newyorkese A Bunch of Stuff, allestita nell’ottobre del 2024 allo Starrett-Lehigh Building di Chelsea, scoprire “l’altro volto” di Johnny Depp, quello più segreto, intimo e decisamente meno conosciuto dal grande pubblico, ovvero quello di pittore e artista visivo, non è certo una sorpresa. Chi lo segue da anni in maniera non superficiale, sa infatti che, accanto all’indimenticabile interprete di Edward mani di forbice, Ed Wood, Donnie Brasco, Paura e delirio a Las Vegas e del pirata Jack Sparrow, esistono almeno altri due Johnny Depp: il musicista – quello che ha iniziato a suonare la chitarra prima ancora di recitare, che ha inciso un album con Jeff Beck, che ha condiviso il palco con Alice Cooper e Joe Perry negli Hollywood Vampires – e, appunto, l’artista visivo, il più intimo e forse il più segreto, quello che da decenni riempie instancabilmente taccuini, carte, tele, lavorando lontano dai riflettori con un ostinato senso di necessità. E chi lo ha seguito, infine, anche come regista nel suo recente e drammatico Modigliani – film che ricostruisce la parabola tormentata dell’artista livornese e presentato in anteprima al Festival di Venezia – sa quanto l’arte visiva, il sogno della pittura e la sua urgenza assoluta siano, per Depp, non una fuga ma una parte strutturale della sua vita creativa, quando non addirittura una sorta di ossessione silenziosa.

Oggi, però, è la prima volta che sbarcano, anche in una galleria italiana, alcune delle sue opere. Si tratta di Study I e Study II, due lavori su carta in edizione limitata, presentati a Milano, negli spazi della galleria Deodato Arte. Sono due fiori, due semplici fiori: che affiorano lentamente, come se venissero alla luce non dalla terra ma dallo stesso trascorrere del tempo; fiori che emergono da superfici logorate, crepate, attraversate da velature e segni di colore, dove il tempo non è sfondo ma diventa soggetto, materia viva del dipingere. Sono i cosiddetti Yesterday’s Flowers, che per la prima volta portano la produzione artistica di uno degli attori più amati e discussi di Hollywood a Milano, aprendo le porte di una dimensione intima, sospesa, quasi meditativa dell’artista. In questi fiori, che emergono da superfici logorate e attraversate da crepe, si coglie la parte più autentica della sua ricerca: un’idea di pittura come traccia, come memoria, come resistenza all’oblio. È un gesto pittorico delicato ma di grande autenticità, la parte visibile di un lavoro che Depp porta avanti da anni, lontano dagli schermi del cinema, e che solo di rado decide di far affiorare dal suo circuito più privato, come se volesse custodire un dialogo segreto con il tempo che passa, con la sua memoria, con i fantasmi, le paure, gli amori, le passioni e le presenze che hanno puntellato tutta la sua vita. Sono, queste di Depp, figure di fiori che resistono al trascorrere del tempo, immagini che non cedono all’oblio, ma lo attraversano, trasformando anche il passare dei giorni, dei mesi, degli anni in una componente dello stesso atto del dipingere.

I petali dei “fiori di ieri” non si offrono infatti come “semplici” soggetti, né come oggetti decorativi, ma come frammenti di una memoria che non vuole dissolversi. Non sono nature morte: sono, semmai, esempi di quella che il maestro della Metafisica, Giorgio De Chirico, chiamava Vita Silente (libera interpretazione dell’inglese Still Life), ovvero fiori, piante, frutti, che celano una vita dentro di sé, una vita silenziosa appunto, che solo l’artista è in grado di portare allo scoperto, con i suoi colori e il suo inconfondibile segno. Sono simili, in modo forse misterioso ma non casuale, questi fiori creati da uno degli attori più amati della scena hollywoodiana, a ciò che Marcel Proust, uno dei più grandi scrittori del Novecento, scriveva dei famosi biancospini di Combray: fiori che, nel loro essere guardati, provocavano nel narratore un turbamento impossibile da tradurre in parole. “Come davanti a quei capolavori che si crede di poter vedere meglio dopo aver smesso per un poco di guardarli”, scriveva Proust nella Recherche, “avevo un bel farmi schermo delle mani per non avere nient’altro sotto gli occhi: il sentimento che risvegliavano in me continuava a essere oscuro e vago e cercava invano di liberarsi, di venire ad aderire ai loro fiori”. Così accade anche davanti a questi Yesterday’s Flowers: più li osservi, più sembrano sottrarsi alla definizione, come se la pittura respirasse e, al posto dell’immagine, restasse solo quell’emozione primigenia che l’ha generata.
Il titolo stesso, Yesterday’s Flowers, è del resto già una dichiarazione di poetica: i fiori di ieri, quelli che, pur appassendo, continuano a emanare una luce interiore. È come se Depp, dopo una vita spesa a interpretare i destini e le maschere degli altri, cercasse ora di dare forma al proprio passato, di restituire un’immagine a ciò che resta quando i riflettori si spengono. Non è un’estetica della malinconia, ma una riflessione sulla continuità: la bellezza non risiede nella negazione del tempo, bensì nella sua accettazione. Ogni fiore diventa allora un autoritratto, ogni petalo un piccolo atto di resistenza all’oblio.

La pittura, una passione intima e segreta
La pittura, per Johnny Depp, non è del resto mai stata una distrazione tardiva né un esercizio di vanità. È un linguaggio che lo accompagna da sempre. Prima della fama, prima del cinema, prima dei ruoli che l’hanno reso un’icona planetaria, e prima, naturalmente, del suo ritorno alla regia con il suo bellissimo ritratto di Modigliani “sulle ali della follia”, c’era un ragazzo, e in seguito un giovane uomo, che passava le notti a disegnare volti, sogni, inquietudini, paure. Disegnare significava dare contorno al silenzio, costruire uno spazio dove il mondo potesse finalmente smettere di urlare. Questa abitudine non l’ha mai abbandonata, neppure nei momenti di massima esposizione, e anzi, negli anni francesi trascorsi con la sua compagna, Vanessa Paradis, si è trasformata in una forma quotidiana di intimità.
A Le Hameau, infatti, la grande casa nel Sud della Francia dove ha vissuto con Vanessa e la loro figlioletta Lily-Rose, Depp dipingeva acquerelli e piccole nature silenziose, autoritratti e rose: una per Lily-Rose ogni San Valentino, una per Vanessa per la Festa della Mamma. Non fiori comprati al mercato, ma fiori fatti a mano, dipinti ad acquerello come si scrive una lettera d’amore. Gesti minimi, rituali privati, più che opere d’arte. “Era come guardare la vita attraverso la luce che entra piano”, ha ricordato anni dopo parlando di quel periodo, e infatti, quando nel 2025 quegli acquerelli riaffioreranno nella serie Let the Light In, è come se si aprisse un cassetto del tempo, tirandone fuori la traccia intatta di un’esistenza fatta di quiete domestica, di amore, di felicità, con una leggera traccia di malinconia e di rimpianto. La luce che attraversa quelle opere – morbida, domestica, quasi tattile – non illumina un soggetto, ma una condizione: quella di chi sa che la bellezza è effimera e proprio per questo va custodita, disegnata, simboleggiata.

Dopo quell’esperienza, la pittura di Depp assume un tono più consapevole. Con Friends & Heroes (2022), la sua prima serie ufficiale di ritratti, l’artista rendeva omaggio non a icone astratte, ma a persone reali che fanno parte della sua storia e della sua generazione. Bob Dylan, Al Pacino, Elizabeth Taylor, Keith Richards, Heath Ledger, Hunter S. Thompson, Bob Marley: non modelli ideali, ma compagni di viaggio, presenze, amici. Pacino è la concentrazione pura del mestiere d’attore, Dylan la voce che non si piega, Richards l’amico fraterno, archetipo del suo doppio rock e modello vivente del suo Jack Sparrow; Taylor, con la sua ironia intatta, è la bellezza che non si lascia consolare. In quei ritratti non c’era distanza né venerazione: erano omaggi intimi, privati, che in qualche modo diventavano specchi, modi per riconoscere in ciascuno di loro una parte del proprio cammino, e per restituire – attraverso lo sguardo dell’altro – un frammento della propria identità.
Il suo linguaggio pittorico, oscillante fra Pop, neo-espressionismo e un tocco di ruspante stile Street, porta i segni delle sue influenze più dirette – Julian Schnabel e Jean-Michel Basquiat – ma li piega a una sensibilità diaristica, affettiva, quasi memoriale. Ogni sua tela è infatti un appunto visivo, un frammento di racconto. Con A Bunch of Stuff (la grande esposizione svoltasi a New York nell’autunno del 2024), Depp porta tutto questo all’estremo, costruendo una mostra immersiva nello Starrett-Lehigh Building di Chelsea, fatta di tende rosse, stanze bianche e nere, taccuini, fotografie, oggetti personali, grandi scritte a mano (“Question Everything”, “Buy the Ticket, Take the Ride”). Non un percorso ordinato, ma un flusso di memoria e di materia, di accumuli, di ricordi. Era, in fondo, quella mostra, una sorta di autoritratto diffuso: il tentativo di mettere ordine in “un mucchio di cose”, come suggeriva il titolo volutamente dimesso, rinunciando alla monumentalità per abbracciare la frammentarietà della vita stessa.

Yesterday’s Flowers, oggi a Milano, potremmo ben dire che rappresenti il contrappunto di quella stagione: dopo la coralità, la sottrazione; dopo il clamore, l’intimità e il silenzio; dopo il racconto, la sintesi. Due sole opere, su carta, realizzate con una tecnica mista che intreccia pittura e digitale. È come se Depp, dopo aver raccontato tutto, decidesse di togliere, di asciugare, di restare con ciò che davvero conta.
C’è un paradosso sottile nella figura di Johnny Depp, e forse è proprio questo a rendere la sua arte non casuale, ma originaria: un uomo abituato al clamore che cerca, nei giochi sottili delle sfumature di colore, la concentrazione e il silenzio; un’icona globale che sceglie di dipingere ciò che sfiorisce, con un elemento sottile di malinconia esistenziale; un attore che ha passato la vita a prestare il proprio volto agli altri e che, con i suoi fiori di ieri, prova a restituire un volto alla propria intimità: a parlare, finalmente, di sé, dell’uomo e non del personaggio. Nei Yesterday’s Flowers non c’è infatti la nostalgia di chi vorrebbe fermare il tempo, ma la maturità di chi lo accetta e lo trasforma. È, forse, la lezione più semplice e più difficile che l’arte possa dare: che la vita, come la pittura, non ha a che fare con l’eternità, ma con la durata. E che ogni segno, ogni traccia, ogni colore – anche il più tenue – può bastare, a volte, per tenere accesa una piccola luce nel tempo che passa, inesorabilmente, senza possibilità di un ritorno.





