Ci sono opere che chiedono di essere guardate, altre chiedono di essere capite. Quelle di Joseph Kosuth, invece, chiedono di imparare nuovamente a leggere. La nuova installazione permanente realizzata dall’artista americano per il Museo del Novecento – una scritta al neon di ventotto metri intitolata Vedere le cose – non si limita ad aggiungere un’opera alla collezione del museo, ma modifica piuttosto il modo in cui ci rapportiamo allo spazio che la ospita e, soprattutto, alla città che la circonda. È un intervento che non finisce sulle pareti del museo, ma continua fuori, tra Piazza Duomo, Palazzo dell’Arengario, le prospettive urbane e il flusso continuo di persone che ogni giorno attraversano il centro di Milano.
L’artista sceglie di prestare la propria voce ad Alberto Savinio, riportando in luce un passaggio tratto dagli Scritti dispersi (1943-1952): «Il presente, che è nel tempo quello che la facciata è nello spazio, impedisce di vedere le cose in profondità.». Una frase sorprendentemente attuale. Savinio costruisce un parallelismo tanto semplice quanto potente: la facciata è ciò che vediamo immediatamente di un edificio, ma non coincide con ciò che quell’edificio è ed è stato realmente nel tempo. Allo stesso modo, il presente rischia di essere soltanto la superficie e se ci fermiamo all’immediatezza, vediamo soltanto una porzione delle cose, mai la loro complessità.
È un pensiero profondamente metafisico, ma anche estremamente contemporaneo. Viviamo immersi nella dittatura dell’istantaneo: scorriamo immagini, leggiamo titoli, consumiamo informazioni alla velocità di uno schermo. Siamo continuamente esposti alle superfici, leggiamo incessantemente ma raramente interpretiamo, consumiamo informazioni senza trasformarle in conoscenza. Kosuth sembra proporre il movimento opposto: rallentare, fermarsi, restituire alle parole il loro peso. Così come attraverso Savinio ci ricorda che la profondità richiede uno sforzo, un rallentamento dello sguardo. Del resto, tutta la ricerca dell’artista americano ruota da oltre cinquant’anni attorno a una domanda tanto semplice quanto rivoluzionaria: che cosa significa attribuire un significato alle cose? Se il linguaggio costruisce la nostra esperienza del mondo, allora anche una città non è soltanto un insieme di edifici. È un testo, un sistema di simboli da interpretare.
Il lavoro di Joseph Kosuth non produce immagini spettacolari né effetti immersivi, come molta dell’arte contemporanea destinata agli spazi pubblici. Al contrario, sceglie uno dei materiali più silenziosi ma potenti che esistano: il linguaggio. Ed è proprio questa apparente semplicità a renderlo sorprendentemente attuale. Una città non esiste soltanto per ciò che costruisce, ma anche per il vocabolario con cui i suoi abitanti la interpretano. Le piazze, i monumenti, le facciate e persino le insegne non sono elementi neutri, ma parole di un racconto collettivo che cambia continuamente significato a seconda dello sguardo di chi lo attraversa.
La nuova installazione permanente al Museo del Novecento non dovrebbe essere letta soltanto come un’importante acquisizione museale, ma anche e soprattutto come un dispositivo critico che restituisce centralità al linguaggio in un momento storico dominato dalla velocità delle immagini. Kosuth ci ricorda che l’arte contemporanea continua ad avere una funzione fondamentale: non decorare gli spazi, ma offrircene una nuova lettura.




