“Io non cerco la forma. Non cerco il minimo. Non cerco la bellezza. Tolgo ciò che è già risolto. L’opera non rappresenta. Non racconta. Non descrive, STA è ciò che rimane quando tutto il resto è finito”. Lo pensa e lo scrive Karam Sebastiano Cannarella (1942), a commento dei suoi dipinti recenti, pittore siciliano, errante navigato di lungo corso, che ha vissuto in diversi paesi europei e Maghreb, dove ha maturato un linguaggio post espressionista-intimista al di fuori di qualsiasi catalogazione all’insegna della libertà espressiva. Non si dimenticano i suoi spazi di luce sulla soglia tra memoria e oblio, dipinti in una serie di opere recenti esposte per la prima volta nella mostra “Restanza” a cura di Vera Agosti, nella galleria Manuel Zoia Galley a Milano di via Maroncelli 7, dove l’ombra si fa sostanza di ciò che resta tra un vissuto e un abbandono, un tradimento e l’illusione di metafisiche presenze in neoluoghi sospesi tra ciò che è già accaduto e qualcosa che deve ancora manifestarsi; come si vede nei dipinti nel 2026: Spiraglio, La soglia rimasta, e Confessionale, come dispositivi del vuoto saturo di memoria di presenze assenti sature di memoria soggettiva e collettiva.

Pittore e scrittore, trova nella luce spazi vuoti abitati da qualcosa che è già passato ma resta come eterno presente nella sua pittura autentica e verace, che sarebbe piaciuta a Giovanni Testori (1923-1993). Restano nello sguardo di chi osserva i suoi dipinti incentrati sulla dimensione del vuoto; un concetto chiave nella sua ricerca spiritualista, nutrita di cultura arabo-islamica, in cui Karam trova nella luce l’architettura visiva del concetto di restanza, dove dimora la sua anima nomade alla ricerca di (in)forme stadi di elevazione del corpo verso l’essenza dell’essere oltre qui e adesso. Partire e restare sono due poli della storia dell’umanità, per il pittore migrare e restare coincidono nei luoghi dipinti di un eterno presente nel nuovo ciclo di opere subordinate al concetto di “ReS-tanza”, un neologismo da intendersi come res – cosa in latino, una parola che assume diversi significati a seconda del contesto. Karam, a modo suo configura cose in case di luce come res cogitans (la sostanza pensante, ciò che è mente) e la res extensa (la sostanza materiale ed estesa, cioè il corpo), secondo il filosofo Cartesio (1596-1650) in questa serie di opere dai toni scuri abitato da bagliori, ferite, tagli di luce abbacinante in cui ci si sente ancorati e sospesi, osservati e insieme protetti da chissà quale misteriosa entità preesistente.
Le sue stanze monacali e silenti trattengono luce, trasudano spaesamento e bellezza del vivere, edificano la sublime “restanza” anche là dove compare un oggetto ready made di un vissuto enigmatico, come una parrucca, un paio di scarpe o una camicia bianca lacerata, svolazzante in un campo appena arato, come per esempio compare in Dopo Lavoro (2026), dove tutto è silenzio e sublime attesa di qualche imprevedibile fenomeno del presente che ruota intorno alla necessità, volontà e al desiderio insieme di generare nuovi significati e attese di luoghi altri e oltre la realtà, che nell’osservatore aprono riflessioni sull’esigenza di immaginare insolite modalità dell’abitare ancora tutte da inventare.

La restanza è un’attitudine dell’anima, di chi cerca e vuole capire il fine ultimo dell’essere “pre-stato” al mondo, in cui tutto cambia troppo velocemente, sul crinale della vulnerabilità. Karam Sebastiano Cannarella resta in un futuro-presente evocato e materializzato dalla luce, anche se mentre dipinge è già metaforicamente in viaggio verso nuovi orizzonti, attraverso la memoria e stando fermo nella sua pittura meditativa, scandita da gesti, ripensamenti e stratificazioni tonali vibranti, contrasti tra ombre e lampi luminosi, in cui il restare non include soltanto l’accettazione di un destino, bensì si manifesta come volontà, o meglio scelta di abitare il vuoto nell’attesa di tracce di rivelazione, di uno spazio infinito: segni per lo più verticali, quasi soglie, che raccontano storie di chi resta andando via, tra assenza e in dissolvenza, con “tagli” abbacinanti nell’oscurità che paradossalmente evocano le “attese” di Lucio Fontana (1899-1968).

L’attesa di luce di Karam è attenzione, ascolto al silenzio, pazienza e devozione al pensiero di una partenza restante nella pittura di memoria: un viaggio metafisico non come evasione, bensì riflessione conoscitiva del proprio spazio vitale, definendo una dimensione del nuovo, sulle tracce di delusioni e desideri che presuppongono cambiamenti radicali, senza sapere quali. E, come scrive Emanuele Beluffi, direttore del Il Giornale Off, nel testo pubblicato in catalogo distribuito in galleria: “Quando entri nel suo studio e vedi le opere fatte e finite, la prima cosa che ti colpisce è la luce. Una luce che non ha nulla a che fare con i rimandi scolastici ai giganti del Seicento-che qui risulterebbero stucchevoli-ma una luce elettrica,, pirotecnica e nel contempo ancestrale. E’ una luce che non si limita a illuminare oggetti, ma fonda lo spazio. È una luce che resiste, che si incunea tra le crepe di un posto abbandonato e taglia le ombre. Ma è, paradossalmente, una luce che illumina il vuoto”.


