Kevin Abosch porta una nuova “specola” digitale a Milano: Parallax al Palazzo Citterio

Palazzo Citterio ospita Parallax, la nuova opera video generativa di Kevin Abosch, artista concettuale tra i pionieri internazionali nell’uso dell’intelligenza artificiale in ambito artistico. A cura di Clelia Patella e realizzato in collaborazione con il Museo nazionale dell’Arte Digitale, il progetto si inserisce nel solco di una ricerca visiva e concettuale che unisce arte e tecnologia, ridefinendo la relazione tra osservatore e immagine.

Concepita per il grande ledwall dell’edificio, Parallax si ispira alla presenza storica dell’Osservatorio Astronomico di Brera, attiguo al palazzo. In un ideale passaggio di testimone, l’opera si pone come una specola del XXI secolo: non più orientata verso le stelle, ma verso le profondità della percezione e della coscienza digitale.

Il titolo rimanda al fenomeno astronomico della parallasse, lo spostamento apparente di un oggetto celeste in base al punto di osservazione, da sempre fondamentale per misurare le distanze delle stelle. Abosch trasforma questo scarto in una chiave poetica e percettiva: cambiare punto di vista modifica non solo ciò che si vede, ma il senso stesso di ciò che si osserva.

Nel video, strutture fluttuanti si muovono lentamente in uno spazio indefinito, richiamando un’archeologia del futuro: forme ibride tra l’organico e il meccanico, che sembrano residui di un tempo ancora a venire. Sono immagini ambigue e perturbanti, familiari e al contempo aliene, che sollecitano l’osservatore a una riflessione profonda: cosa sto davvero guardando? E da dove sto guardando?

Come nel monolite di 2001: Odissea nello spazio, Parallax attiva un processo di trasformazione. Il soggetto osservante è messo in discussione, si specchia in una presenza altra – un avatar, un’interfaccia, forse una nuova forma di coscienza artificiale. Non più semplice simulacro, ma specchio deformato del sé.

In questa logica, l’intelligenza artificiale non è solo strumento, ma diventa agente di narrazione e interrogazione critica, aprendo scenari che coinvolgono il tempo, il corpo, il linguaggio e l’identità. Il confine tra umano e artificiale, tra visione e conoscenza, si fa sempre più sottile e instabile.

Parallax invita dunque lo spettatore a uscire dalla posizione passiva, diventando parte di un processo interpretativo e immaginativo. L’opera non si limita a essere guardata, ma chiede di essere esperita. È uno schermo, sì, ma anche un filtro cognitivo, un esercizio di sguardo che sollecita nuove domande su chi siamo e su come vediamo.

In un’epoca in cui l’immagine è pervasiva e spesso automatizzata, Abosch suggerisce la necessità di un’attenzione rinnovata, critica, consapevole. E lo fa attraverso un linguaggio visuale sofisticato, al confine tra estetica digitale, filosofia della percezione e spiritualità elettronica.

Parallax è, in definitiva, una meditazione visuale sull’alterità e sul cambiamento. Un invito a spostare il proprio asse, a decentrarsi, ad accettare l’ambiguità come forma di conoscenza. E in questo, si rivela opera profondamente contemporanea.

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