Parigi, 9 Rue Charlot, nel cuore del Marais, a pochi passi dal Musée Picasso, inaugura la prima personale di Scotty Ramon. Varcato il grande portone in legno verde acqua si entra negli spazi di Ruttkowski;68, galleria tedesca fondata nel 2010, con sedi a Colonia, New York e ora anche nella capitale francese.
Echoes of the Past è il titolo della mostra, aperta lo scorso 30 gennaio. Ma chi è Scotty Ramon? O meglio: chi si cela dietro questo pseudonimo? È Scott Mescudi, conosciuto dal grande pubblico come Kid Cudi. Se i fan conoscono Cudi per una musica emotivamente vulnerabile e per una creatività capace di piegare i generi, l’appuntamento parigino segna un passaggio in una direzione differente. Sotto il nome di Scotty Ramon, l’artista originario di Cleveland ha dedicato circa un anno alla costruzione di un corpus di opere che riflettono lo stesso conflitto interiore che attraversa la sua discografia.
L’idea della pittura nasce molto prima della musica. Cresciuto in Ohio negli anni Ottanta, sognava di diventare fumettista: disegnava personaggi di Space Jam e delle Teenage Mutant Ninja Turtles prima di inventare i propri. La madre lo incoraggiò, regalandogli un cavalletto e iscrivendolo a lezioni d’arte.
Oggi quella libertà infantile riaffiora, intrecciandosi con l’esperienza adulta. La sua pratica visiva si fonda sulle stesse giustapposizioni di malinconia e felicità che definiscono il suo stile musicale. Più che autoritratti, i dipinti sembrano tappe di una ricerca identitaria, tentativi di rafforzare un sé fragile ma combattivo.
La mostra presenta dieci dipinti. Le tele sono essenziali, quasi spoglie. Al centro compare spesso una piccola figura impegnata in gesti che alludono all’auto-sabotaggio. Si chiama Max, alter ego visivo di Ramon, incarnazione del suo “bambino interiore”.

Max, con jeans larghi e postura incerta, è inseguito da demoni dall’aspetto ambiguamente gioioso o fronteggia un’ombra dagli occhi rossi che incombe minacciosa. Talvolta resta solo una testa levigata, resa in marrone, con lineamenti ridotti al minimo: un’immagine che restituisce la solitudine del confronto con le proprie verità interiori.
L’impulso a dipingere si è riacceso due anni fa, quando Ramon ha ripreso in mano il pennello. Il primo lavoro, SABOTAGE (2024), mostra Max isolato su uno sfondo rosa mentre porta un coltello alla gola. Segue THE WATCHER (2024), dove un minuscolo Max affronta un grande volto demoniaco che emerge da un campo blu.
In un angolo della galleria si trova Versus (2025), scultura in fibra di vetro derivata da SABOTAGE #2 VERSUS (2024), con un evidente richiamo alle figure Companion di KAWS. Qui Max sorride mentre una figura gli squarcia il petto brandendo un pugnale: visione cupa dei demoni interiori, ma anche possibile allegoria di resistenza, con i pugni alzati come pronto alla lotta.

Il fulcro della mostra è FREE (2024). Max fluttua sopra un cielo disseminato di nuvole, evocando l’immagine dell’astronauta sospeso nello spazio che Ramon ha raccontato nelle sue memorie: un’esplorazione solitaria alla ricerca di un territorio inesplorato.
A completare il percorso, un componente sonoro originale diffuso nello spazio espositivo. Lontano dalle strutture liriche del rap, le tracce sono atmosferiche e propulsive, costruite su sintetizzatori e pulsazioni elettroniche che amplificano l’esperienza visiva. È un ambiente immersivo, quasi totale.
Nella musica Cudi ha sempre cantato la vulnerabilità: da GHOST! a Mr. Rager, fino a Day ’n’ Nite, i testi parlano apertamente di ansia, depressione e dipendenze. “Madness, the magnet, keeps attracting me”, confessava nel 2008. Resta da capire se Max riuscirà a correre più veloce dei propri fantasmi.


