Dresda, 22 luglio 1918. “Cara signorina Moos, la testa ve l’ho spedita oggi… la bambola è un’opera d’arte straordinaria. Il cranio, perfetto, già svela che vi siete messa di grande impegno al lavoro”. L’incipit della prima lettera inviata da Oskar Kokoschka è da brivido. Si sa, quando entrano in scena delle bambole nel mondo degli adulti, emerge sempre una sottile – e per nulla rassicurante – vena di feticismo che si insinua nel territorio del perturbante, talvolta con esiti tragici, ma talvolta anche grotteschi. Hermine Moss è una semplice ragazza di Monaco, e la sua vera passione sono le bambole: le crea intrecciando all’uncinetto fili di lana e di ferro. Le sue curiose pupattole, un po’ buffe e un po’ infantili, hanno conquistato un certo successo. A lei si rivolge Oskar Kokoschka, con la bizzarra (chiamiamola così, cercando di astenerci da qualsiasi forma di giudizio) richiesta di riprodurre in dimensioni reali le fattezze dell’amata Alma Mahler, che lo aveva abbandonato (nel frattempo si è sposata con Walter Gropius, architetto e urbanista fondatore del Bauhaus e presto in contemporanea una nuova relazione con lo scrittore Franz Werfel).
Si erano conosciuti nell’aprile del 1912. Lui ha appena compiuto 26 anni; lei ne ha 7 di più di più, musa di artisti, seduttrice di geni, vedova del grande compositore Gustav Mahler, oggetto del desiderio di tutta Vienna (fra i tanti amanti il pittore Gustav Klimt). Vivono un amore intenso tra il 1912 e il 1914, contrassegnato da litigi, incomprensioni, malumori e, soprattutto, gelosie che il pittore prova – non esattamente a torto. Un amore artisticamente racchiuso nel celebre dipinto La Sposa del Vento (conservato nel Kunstmuseum di Basilea). E che finisce nel peggiore dei modi. Quando un giorno arriva a casa una cassetta contenente la maschera mortuaria di Mahler, un busto realizzato da Rodin, lui impazzisce di gelosia. La scaglia a terra, colmo di rabbia, urlando contro ad Alma (incinta) che il loro bambino assomiglierà al defunto marito. Alma, per tutta risposta, andrà in clinica e abortirà. Tornerà a casa, almeno all’inizio, ma il rapporto è ormai definitivamente compromesso. Di lì a poco, Alma lo abbandona bruscamente, scegliendo un altro genio, l’architetto Walter Gropius. Kokoschka non sa accettare l’abbandono: parte per la guerra come chi cerca la morte e torna ferito, lacerato nel corpo e nella mente (prima con un proiettile alla testa, poi con una baionetta conficcata nel petto), liberarsi dall’ossesione amorosa per Alma. La desidera a ogni costo, e poco importa se sia in carne e ossa o solo un fantoccio di pezza.

La singolare storia della bambola-feticcio di Oskar Kokoschka, con le fattezze a grandezza naturale dell’amata, è al centro del nuovo romanzo di Giuseppina Manin, per lungo tempo alla redazione Cultura e Spettacoli del “Corriere della Sera, La bambolaia, pubblicato da La Nave di Teseo. Un romanzo scritto in un modo che si legge d’un fiato, che esplora le pieghe più oscure dell’animo umano, dove il desiderio si trasforma in ossessione, l’amore in possessione. Le sue distorsioni e le conseguenze grottesche che può generare.
Una storia che cattura e inquieta e che si addentra nella regione segreta del perturbante, quella soglia dove l’arte, come descrive Freud prorpio in quegli anni (1919) nel saggio Das Unheimliche (“Il Perturbante”) che riesce a sedurre e a spaventare allo stesso tempo. Un territorio di vertigine percettiva, in cui l’abituale perde la propria quieta evidenza lasciando affiorare un senso di estraneità che destabilizza. Sempre nel 1919, Ernst Lubitsch, prima dell’esilio in America, girò il film muto Die Puppe (1919), interamente giocato sul registro scherzoso: per ricevere l’eredità del ricco zio malato, il barone von Chanterelle, Lancelot deve sposarsi. Ma, avendo paura delle donne, il giovane organizza un finto matrimonio in cui la sposa è una bambola a grandezza umana fabbricata da Hilarius a immagine e somiglianza di sua figlia, Ossi. Senonché, quando l’automa inavvertitamente si rompe, la vera Ossi, all’insaputa di tutti, si sostituisce alla bambola. Da qui nascono una serie di equivoci comici, fraintendimenti e situazioni surreali nello stile frizzante e teatrale della “Lubitsch touch”.

Nella mente sconvolta (dalla guerra e dalla ossessione amorosa) di Oskar c’erano forse anche le suggestioni suggerite dal mito di Pigmalione, il leggendario re di Cipro che scolpì una statua d’avorio con le sembianze di una donna, talmente bella che se ne innamorò perdutamente. La vestiva, la adornava, la accarezzava e le parlava come se fosse viva. Disperato, supplicò la dea Venere di concedergli una sposa altrettanto bella: la dea, commossa, esaudì la sua preghiera e animò la statua stessa. Di certo è il sogno di ogni artista: dare vita a ciò che immagina. Ma qui ci fermiamo, si aprirebbe una altro discorso, una riflessione sul potere creativo dell’arte o sulla perversioni sessuali, interpretate secondo l’approccio psicoanalitico. Limitiamoci a raccontare i fatti.

Oskar e la bambolaia
Kokoschka incontra Hermine Moos a Dresda nel 1918, dove In quegli anni insegnava alla Scuola di Belle Arti, alla galleria Richter, dietro suggerimento di un’altra bambolaia, Lotte Pritzel, dove un piccolo spazio, di quelli meno in vista, viene riservato alle sue bambole. Kokoschka appare sulla scena con sguardo allucinato, testa rasata come un galeotto, giacca sdrucita, scarponi militari ai piedi. Guarda le bambole di lei, una a una, le solleva, le soppesa, le palpeggia anche in modo un po’ sfacciato. Parrebbe solo un maniaco feticista. Poi, finalmente, si accorge dell’esistenza della bambolaia che invece ha subito riconosciuto il giovane ma già celebre pittore. Benché stupefatta e riluttante, Hermine alla fine accetterà di dare forma e materia al delirio dell’artista.
“Hermine, rendimi Alma. Ridammi i suoi seni, il suo sesso, sempre aperto al mio desiderio. Il cuore no. Quello non lo voglio più. La lingua sì, non la sua parola. In cambio ti darò tutto quello che vuoi, venderò ogni mio quadro, farò di te l’autrice di un’opera unica al mondo. La più vicina possibile alla creazione divina”. Quando Hermine ha detto di sì a quello strano K. è stata una pazza. Una pazza che ha accettato la proposta di un pazzo. Ma quando lui le ha preso le mani fra le sue e le si è inginocchiato davanti – il grande Oskar ai suoi piedi! – che altro poteva fare? Con un bel piglio narrativo, con la perizia di chi sa scandagliare gli umani paradossi, Giuseppina Manin mette in pagina la devastazione del desiderio, i suoi esiti più estremi e drammatici. E via via quella storia di follia amorosa si intreccia con la follia grande di una guerra che, appena finita, già semina i presupposti per un’altra, più grande, più spaventosa ancora. È proprio in quegli anni e proprio a Monaco che un ancora sconosciuto Adolf Hitler vaga per la città vendendo cartoline dipinte per sopravvivere e aizzando l’odio contro gli ebrei. Anche Kokoschka verrà qualificato dai nazisti artista ”degenerato”, le sue opere verranno oscurate dalla Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale.

Colpita, quasi affascinata dalla grande passione del pittore per Alma e lusingata dal ricevere un incarico da cotanto personaggio, accetta la sfida, pur consapevole della follia. I due iniziano un fitto scambio epistolare. Seguiranno dodici lettere maniacali di Oskar Kokoschka, che l’assilla senza requie, con disegni, dettagli anatomici, richieste raccapriccianti sui materiali da impiegare, e minuziose istruzioni. Voleva che la bambola avesse seni “ripieni di cotone” e per i genitali usare crine di cavallo fine e riccio, ricavati da un vecchio divano disinfettato. Quello che all’inizio sembrava solo una stravagante richiesta e un lavoro bizzarro diventa per la giovane Hermine una fascinazione morbosa; le si affeziona, arriverà fino a privarsi dei propri capelli, i soi stessi riccioli, per donarle alla bambola, non riuscendo a trovare di meglio per accontentare il pittore.
Dopo nove mesi di lavoro, nell’aprile del 1919, la bambola arrivò in una grande cassa piena di trucioli. Il colpo fu terribile: la bambola risultante è, a dir poco, inquietante e assomiglia più a un grottesco mostro piumato che a un simulacro erotico. Seguirà una lettera, l’ultima, durissima, spietata. Kokoschka non le risparmia nulla, recrimina sui materiali scadenti, le cuciture approssimative, le proporzioni sbagliate di gambe e braccia. Che si fa a questo punto? Visto l’esito disastroso, forse meglio rinunciarvi del tutto. Invece di essere rispedita al mittente, la pupattola se la tiene. Compra per lei abiti costosi e biancheria intima. La porta in giro in carrozza, agitando la mano piumata della sua singolare compagna in segno di saluto per chi incontra. Ha anche affittato un palco all’Opera, e alla sera arriva con lei al braccio, vestita di raso rosso, una camelia appuntata sul petto, una fascia luccicante a trattenere i capelli ramati. Maîtresse impareggiabile nell’accudire la docile padroncina, Reserl, la governante di casa, si occupava di tutto: farle indossare i gioielli e le sue scarpe, preparare perfino il manichino nel letto del padrone di casa, lasciandolo nudo sotto le coperte. E poi, immancabilmente, ci si infilava anche lei. “Reserl mi ha aiutato soprattutto nel gioco di fantasia che facevo con la mia bambola”, ammetterà Kokoschka nell’autobiografia.
La bambola diventa musa ispiratrice

Per un paio d’anni la poupée, il suo feticcio, la dama silenziosa, come la chiamava, diventa non solo la compagna di vita di Oskar ma la sua musa protagonista di tre tele memorabili. Le foto originali e la riproduzione della bambola di Oskar Kokoschka fanno parte della collezione permanente del Leopold Museum di Vienna.
Nella Femme en bleu (1919) giace distesa su un divano, la mano destra a reggere la testa, i seni bianchi, il colore della morte ma anche delle piume di cigno, tratteggiati con densi colpi di pennello, bene esposti fuori dalla camicetta blu. Nel sucessivo Mann mit Puppe (1922), si ritrovano, distorti, gli stilemi di un precedente Autoritratto con Alma Mahler: al posto della donna adesso c’è la bambola: il corpo ripiegato, inarticolato, nudo, le mani appoggiate sopra i seni. Accanto, vestito, il pittore posa una mano su una gamba di lei, e con l’ altra ne indica il sesso. Quel sesso senza il quale aveva scritto a Hermine sarebbe un mostro.
Infine la terza tela. Autoportrait au-chevalet (1920/1922) lo ritrae nel suo studio all’Accademia di Dresda, le spalle rivolte alle grandi vetrate da cui irrompono il cielo e il fiume, il proflo della città con i tetti e i campanili. Accanto al cavalletto, ritta ma in formato ridotto, la bambola nuda lo osserva con gli occhi tondi, bistrati di nero, la bocca scarlatta che può aprirsi ma non emettere suoni, come voleva Kokoschka. Le gambe inutilmente aperte su un sesso ormai privo di attrattive. In contrasto, la figura del pittore domina la scena in primo piano: Kokoschka, completamente vestito, impugna con decisione il pennello, è completamente vestito, il grembiule macchiato dei colori della tavolozza, il pennello in mano, il grembiule macchiato dei colori della tavolozza, la testa sproporzionata incassata nelle spalle. Oskar non la guarda più. L’Alma di carne è stata esorcizzata, quella di pezza non serve più. Da oggetto del desiderio è diventata un fagotto tragicomico, imbarazzante. Così somigliante a quella di tanti uomini che, piuttosto di farsi sfuggire l’oggetto del desiderio, preferiscono farlo a pezzi.
La bambola con le sembianze di Alma fu ritrovata in giardino, decapitata e apparentemente intrisa di sangue, che si rivelò poi essere solo vino. Fu la polizia, avvertita da alcuni passanti convinti di trovarsi davanti agli esiti di un barbaro e orribile omicidio, a scoprirlo. “Eravamo tutti ubriachi”, scrive Kokoschka nella sua autobiografia. “Mi ha guarito dalla passione”, dichiarò. Anche l’Alma di pezza, dunque, doveva essere eliminata. Tragica anche la fine di Hermine Moos: morirà suicida il 15 agosto del 1928, tre giorni dopo il suo quarantesimo compleanno. Si suicida anche la sorella Henriette nel 1941 per non essere deportata, la mamma Sophie viene uccisa a 77 anni nel campo di Treblinka. Chi invece se la passa benissimo è Alma: si trasferì in America insieme al terzo marito Werfel, nel 1941 dove visse fino alla sua morte nel 1964. Finalmente senza amanti gelosi, scrive i suoi lieder e diventa antisemita, pur avendo avuto due mariti ebrei, schierandosi apertamente con i nazisti.
Giuseppina Manin: “Tra la bambolaia e Kokoschka un gioco inquietante“

Abbiamo rivolto alcune domande a Giuseppina Manin, che ci ha raccontato qualcosa in più sul suo nuovo romanzo.
Hermine Moos: è lei il fulcro de “La bambolaia”. Quando e come nasce la voglia di raccontare la sua storia?
A Parigi, al Musée d’art moderne de la Ville de Paris, un paio d’anni fa, stavo visitando la mostra dedicata ad Oskar Kokoschka. Rimasi colpita in una sala da una fotografia in cui una giovane ragazza era inginocchiata accanto a un grande, orrendo pupazzo gettato su un divano. Sapevo dell’esistenza di quel bizzarro feticcio: questa vicenda al limite del delirio di una ossessione amorosa, la racconta lo stesso artista, nella sua autobiografia La mia vita, letta non so più dove e dimenticata. A quel punto volevo saperne di più. Cercando sul web trovai un libriccino che racchiudeva tutte le lettere da lui spedite a Hermine Moos. Dodici nell’arco di nove mesi, da luglio 1918 a aprile 1919. Minuziosissime e a tratti inquietanti, piene di dettagli, con disegni allegati. Di lei, Hermine Moss, invece si sa ben poco. Le notizie sono vaghe e frammentarie. Le sue lettere in risposta non esistono più, Kokoschka le ha bruciate tutte quando decide di chiudere il capitolo bambola. Abbiamo solo delle fotografie, perché durante la costruzione della bambola, Hermine documentò il lavoro con una macchina fotografica Kodak. Si fece anche ritrarre dalla sorella insieme alla bambola, e alcune immagini sono persino buffe e spiritose – come quella in cui appare accanto a uno scheletro, poiché la bambola fu realizzata proprio a partire da uno scheletro vero, o almeno così sembra. In queste foto si vede una ragazza giovane, molto carina, con i capelli raccolti, un bel sorriso e un’aria pulita, gentile. E allora mi sono chiesta: come deve essersi sentita questa giovane donna di fronte a una richiesta del genere? Che cosa avrà provato? Come mai ha accettato quella sfida assurda? Cosa le sarà passato per la mente durante i lunghi mesi di quell’impresa demiurgica, per tanti versi somigliante a una gravidanza? Volevo darle una voce, volevo darle vita. Mi piaceva osservare l’intera storia dal suo punto di vista. Ed è da lì che nasce questo sguardo. Ho iniziato a fantasticare su di lei, a immaginarla nel suo laboratorio di Monaco intenta a mettere insieme una donna artificiale, ideata secondo le direttive dell’artista lontano, che da Dresda mandava istruzioni ambigue, talora al limite della molestia sessuale, avvinghiandola in un gioco pericoloso di eros e morte. Certamente non è la Hermine autentica, ma forse qualcosa in lei le somiglia.

Che rapporto nasce fra Hermine e Oskar? Sembra sfiorare una follia a due.
Come siano davvero andate le cose non lo so. Ho cercato di addentrarmi nella psiche di Hermine, una creatura sensibile e un po’ ingenua di fronte alla vita, immaginandone ogni sfumatura emotiva. La giovane comprende di essere stata trascinata in un’intimità insieme seducente e inquietante. Da un lato c’è il fascino: lavora saltuariamente come costumista al teatro di Monaco, ma rimane pur sempre una figura anonima. Kokoschka, invece, è già un pittore affermato, e si presenta da lei chiedendole semplicemente: “Fai questo per me”. All’improvviso si ritrova anche lei trasformata in oggetto del desiderio, proprio come Alma, da parte di un artista celebre, che le propone di creare insieme qualcosa di straordinario. Ed è difficile dire di no. In un certo senso, nella crudezza del linguaggio c’è anche qualcosa che assomiglia a un’iniziazione sessuale. Lui continua a fare riferimenti al corpo, suggerendole che, se ha dubbi su come realizzare una parte anatomica, può toccare se stessa o il corpo immaginario di Alma. La sua ossessione finisce per contagiare anche la povera Hermine che, superati i primi dubbi, s’immerge completamente nell’opera, intrecciando con la creatura un legame via via più intenso. La sorella, Henriette, cerca invano di riportarla alla realtà: quell’Alma di pezza sembra ormai essere diventata una parte stessa di Hermine…




