“Il prossimo direttore Musicale del Teatro, Myung-Whun Chung, raggiunge il suo undicesimo titolo d’opera alla Scala (i concerti sono più di 140, in sede e in tournée) con questo nuovo allestimento di Carmen di Bizet coprodotto con il Covent Garden di Londra e il Teatro Real di Madrid. Damiano Michieletto e lo scenografo Paolo Fantin riducono al minimo il colore locale per costruire uno spettacolo scarno ed efficace, concentrato sull’ineluttabile destino dei protagonisti.”
Quasi anticipando la Prima del prossimo 7 dicembre, Damiano Michieletto e Myung-Whun Chung collaborano nella messa in scena di una delle opere più rappresentate di sempre, “Carmen” di Georges Bizet, qui estrapolata dalla consueta ambientazione sivigliana per approdare nella Spagna rurale degli anni Settanta, a giudicare dai bei costumi di Carla Teti. Molto meno folklore per la storia della sigaraia che prima seduce il soldato Don Josè, che per lei diserta, e poi lo lascia per il torero Escamillo, provocando la furia omicida che metterà fine alla sua esistenza, ma un alto potenziale di connessione con la realtà.
Il femminicidio – ovvero l’uccisione di una donna per mano di un uomo che la considera un oggetto di sua proprietà o quantomeno inferiore, di cui può disporre – è un argomento più vivo che mai nella nostra società, sia per l’aumento dei casi che per il tentativo di negazione di alcuni personaggi della nostra classe politica e “Carmen” ne è forse l’esempio più fulgido dell’opera lirica, ma, come spesso accade, il tema rimane di contorno e, qui, come una conseguenza inevitabile del destino.

Michieletto sceglie, infatti, di portare in scena la figura, non prevista dall’opera, della madre di Don Josè, vestita a lutto e recante la carta dei tarocchi della Morte. La sua presenza è costante in scena fin dal prologo e, sul finale dell’opera, conclude la sua funzione gettando l’Arcano* sul cadavere di Carmen, quasi a voler dire che Il Fato è Inevitabile, o un più prosaico Te la sei cercata.
Una scelta stilistica che nemmeno il pubblico del Teatro Scaligero sembra condividere, probabilmente più perché si aspettava la vistosa vivacità di una “Carmen” classica che per la lettura poco contemporanea, ma a volte rimanere nel dubbio ha il suo fascino.
Sulle belle scene di Paolo Fantin, Michieletto è però bravissimo a gestire le masse in scena, compreso il coro dei monelli della prima parte dell’opera, e i bravi interpreti, a cominciare da Clémentine Margaine, la cui Carmen non è la femme fatale della tradizione, ma una donna ribelle, anarchica e molto furba nell’utilizzare le sue arti di seduzione. Le manca, però, la forte passionalità, che d’altronde non troviamo nemmeno nell’Escamillo del georgiano Giorgi Manoshvili, al suo debutto al Teatro della Scala con bella voce, ma poco fascino. Insospettatamente misurato, nonché il più applaudito tra i protagonisti, il Don José di Vittorio Grigolo, con voce piena e rotonda senza gli eccessi istrionici che caratterizzano fin troppe sue performance. Ottimi anche gli altri membri del cast: Natalia Tanasii (Micaela), Pierre Doyen (Le Dancaïre), Loïc Félix (Le Remendado), Simone Del Savio (Moralès), Sarah Dufresne (Frasquita), Marine Chagnon (Mercédès). Come sempre superbo il coro, diretto da Alberto Malazzi, bene anche quello delle voci bianche guidato da Brunella Clerici.

La lettura del nuovo direttore musicale della Scala, Myung-Whun Chung si accorda con l’assenza della solita passionalità della “Carmen” e punta su un suono lucido e corposo, con accelerazioni inaspettate e momenti di lirismo etereo, bellissima da ascoltare.
Questa “Carmen” estiva non è una rappresentazione straordinaria, pur non essendo malfatta: sembra quasi che il duo Chung – Michieletto sia scaldando i motori per l’inizio di dicembre… e speriamo tutti che sia proprio così.



Come sempre sei fantastica ❤️❤️❤️❤️❤️❤️❤️❤️❤️❤️❤️❤️