Dopo le contestazioni alle mostre sulla schiavitù e le discriminazioni, l’amministrazione Trump minaccia di interrompere la collaborazione tra le agenzie federali e il più grande sistema museale statunitense. In gioco non c’è soltanto il bilancio, ma l’autonomia con cui un museo può interpretare la storia.
La pressione esercitata dalla Casa Bianca sullo Smithsonian Institution ha superato il terreno della polemica ideologica. L’amministrazione di Donald Trump minaccia ora di interrompere una parte delle relazioni operative che permettono al più importante sistema museale degli Stati Uniti di organizzare mostre, ampliare le collezioni e finanziare i propri programmi.
In una lettera indirizzata al Board of Regents, il segretario degli Interni Doug Burgum e il direttore del Domestic Policy Council Vince Haley sostengono che le agenzie federali non possano continuare a collaborare con lo Smithsonian sotto la sua attuale dirigenza. Fra le possibili misure compaiono la sospensione dei prestiti di reperti, il mancato supporto alle procedure di acquisto e l’interruzione delle sovvenzioni discrezionali.
Non si tratta ancora di un provvedimento esecutivo né della cancellazione automatica dei finanziamenti. La distinzione è decisiva: una parte consistente delle risorse dello Smithsonian viene stanziata direttamente dal Congresso e non può essere eliminata con una semplice lettera della Casa Bianca. L’amministrazione può però esercitare una pressione concreta attraverso le agenzie sottoposte al potere esecutivo, indebolendo la rete di cooperazione sulla quale si reggono ricerca, acquisizioni e programmazione espositiva.
Lo Smithsonian comprende 21 musei e gallerie, oltre al National Zoo e a numerosi centri di ricerca. Le sue collezioni attraversano arte, storia, aviazione, scienza, design, culture afroamericane e popolazioni native. Isolarlo dalle altre istituzioni federali significherebbe quindi ostacolare la circolazione di oggetti, risorse e competenze all’interno dello stesso patrimonio pubblico americano.
Al centro dello scontro c’è il modo in cui i musei raccontano la storia nazionale. La lettera accusa lo Smithsonian di avere adottato pratiche discriminatorie attraverso i programmi dedicati a diversità e inclusione e chiede alla dirigenza di incontrare l’amministrazione. Trump contesta da tempo quella che considera un’insistenza eccessiva sulle pagine più dolorose della storia statunitense, dalla schiavitù alle disuguaglianze razziali.
La nuova minaccia rappresenta l’ultimo passaggio di un’offensiva iniziata nel marzo 2025 con l’ordine esecutivo Restoring Truth and Sanity to American History. Nell’agosto dello stesso anno la Casa Bianca aveva avviato una revisione di alcune mostre in vista del 250° anniversario della Dichiarazione d’indipendenza, chiedendo di esaminare testi di sala, programmi educativi, siti internet e contenuti digitali.
Nel luglio 2026 Trump ha poi ordinato l’installazione di cartelli all’esterno del National Museum of American History per comunicare ai visitatori le contestazioni dell’amministrazione nei confronti del museo. La Casa Bianca aveva accusato l’istituzione di “antiamericanismo appena mascherato” e di “attivismo politico estremo”, contestazioni respinte dalla sua dirigenza.

Il segretario dello Smithsonian Lonnie Bunch ha definito ingiusta la rappresentazione del lavoro dell’istituzione proposta dalla Casa Bianca. Anthea Hartig, direttrice del National Museum of American History, ha invece ricordato al Congresso che il museo raggiunge la propria massima efficacia quando il patriottismo non viene imposto, ma nasce dalla conoscenza e dal confronto con la complessità del passato.
È proprio qui che la vicenda supera i confini americani. Un governo non deve necessariamente cancellare un’esposizione per condizionare un museo. Può intervenire sui prestiti, sulle nomine, sui finanziamenti e sugli strumenti amministrativi indispensabili al suo funzionamento. La pressione economica diventa così una forma indiretta di controllo curatoriale: non stabilisce esplicitamente che cosa debba essere rimosso, ma rende più difficile continuare a esporlo.
Storici e organizzazioni per i diritti civili temono che la richiesta di costruire una narrazione più “unificante” finisca per ridimensionare il racconto della schiavitù, della segregazione, delle migrazioni e delle lotte per i diritti. La questione non riguarda la possibilità di celebrare i risultati degli Stati Uniti, ma chi possa decidere quali aspetti del passato siano compatibili con quella celebrazione.
Lo Smithsonian nasce nel 1846 con la missione di accrescere e diffondere la conoscenza. Centottant’anni dopo, la sua struttura ibrida — finanziata in larga parte con risorse pubbliche ma dotata di autonomia scientifica — si trova sottoposta a una prova decisiva. Se la collaborazione federale venisse realmente interrotta, il danno non sarebbe soltanto economico: a essere compromessa potrebbe essere l’idea stessa del museo come luogo nel quale una nazione osserva la propria storia senza ricevere dal potere politico le conclusioni da trarne.


