La casa, il corpo, l’abisso. Die My Love e la maternità come vertigine di sé

Presentato in concorso al 78º Festival di Cannes, Die My Love segna il ritorno di Lynne Ramsay a un cinema radicalmente corporeo e interiore, capace di esplorare le zone più impervie dell’esperienza umana senza mai ricorrere a facili mediazioni. Ispirato al romanzo Matate, amor di Ariana Harwicz, e interpretato da Jennifer Lawrence e Robert Pattinson, il film conduce lo spettatore in un Montana remoto e rarefatto. È qui che prende forma la storia di Grace e Jackson, una coppia apparentemente sospesa in una quiete domestica che nasconde, fin dalle prime immagini, i segni di una disgregazione profonda.

Ci sono luoghi che sembrano fatti per accogliere il silenzio, ma che in realtà lo usano come un’arma. In Die My Love la casa isolata nel Montana è un organismo ostile, un ventre vuoto che amplifica ogni frattura interiore fino a renderla inaggirabile. Lynne Ramsay apre il film con una condizione da abitare: quella di una donna che, dopo aver dato la vita, scopre di non riconoscere più la propria.

Grace è una donna che ha appena attraversato il parto e ne è uscita irriconoscibile a se stessa. Scriveva, o forse credeva di scrivere; ora le parole l’hanno abbandonata come un organo atrofizzato. La maternità non si è rivelata una soglia iniziatica ma più un esilio. Ramsay la racconta come una crisi, una mutazione: Grace scivola in un’altra forma, una zona liminale dove identità, linguaggio e desiderio cessano di coincidere.

Il film procede per attriti. Non c’è un arco narrativo da seguire, ma una materia emotiva che si accumula, si stratifica, fermenta. Grace è abitata da forze incompatibili, una pluralità che non trova più contenimento. La vediamo muoversi come un animale ferito, strisciare, graffiare le superfici domestiche, assaggiare il mondo con gesti infantili e disturbanti. Una regressione, un rifiuto radicale della postura adulta, sociale, leggibile. Il suo corpo diventa il luogo di un conflitto irrisolvibile, un campo magnetico che respinge ogni tentativo di contatto.

Jackson, il compagno, è una presenza sfocata, quasi laterale. Ramsay lo filma come si filmano gli ostacoli involontari: è un uomo incapace di vedere, di ascoltare, di sostare nel disagio. Le sue rassicurazioni, le sue minimizzazioni, le sue fughe quotidiane non fanno che approfondire il fossato che Grace scava attorno a sé. La depressione, suggerisce il film, è un’architettura difensiva, una fortificazione contro il mondo percepito come minaccia, è un abisso nell’abisso.

La regia di Ramsay è chirurgica e ossessiva. La macchina da presa non concede tregua, resta incollata al corpo di Grace. Ogni inquadratura sembra misurare le distanze tra i corpi, le collisioni mancate, i silenzi che si addensano fino a diventare materia. Anche il paesaggio, lontano dall’offrire un controcampo salvifico, partecipa alla stessa oppressione: boschi, cieli, tramonti sono avvolti da una cupezza uniforme, come se la natura stessa fosse stata contagiata dal malessere umano.

Non c’è un prima a cui tornare, né un dopo da attendere: la frattura è già avvenuta. Ramsay rifiuta qualsiasi genealogia della felicità perduta: entriamo nella storia quando l’aria è già irrespirabile. Die My Love non cerca redenzioni né diagnosi. È un film che osserva, con lucidità spietata, cosa accade quando una donna non riesce più a riconoscersi nel proprio corpo. Il corpo di Grace è filmato come una superficie in eccesso, un involucro che ha assolto alla sua funzione biologica e ora appare superfluo, ingombrante, quasi indecente. Un corpo che non chiede di essere compreso ma riconosciuto nella sua irriducibile opacità. Ramsay non offre consolazione: ci invita a restare dentro quell’opacità, a sostenerne lo sguardo. È un gesto politico prima ancora che estetico, un atto di cinema che rifiuta la pacificazione e sceglie la vertigine.

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