Tutto nasce da un disegno: uno schizzo, un’architettura, un’idea. Per molti è l’inizio di qualcosa che prenderà formalismi diversi. Per altri è azione pura e fondamento di una pratica e di un fluire che conserva una sua autonomia. La Collezione Ramo nasce da questa consapevolezza, dal ruolo del disegno e dalla sua capacità di definire un universo unico che si sviluppa intorno al suo fondatore, collezionista e imprenditore milanese Giuseppe Rabolini (scomparso nel 2018), che ha costruito una raccolta di opere datate XX e XXI secolo. Acquerelli, collage, pastelli e altre tecniche raccontano le suggestioni, le storie e gli artisti che hanno attraversato due secoli, inclusa la contemporaneità.
Con questo spirito, Milano Drawing Week arriva alla sua quinta edizione, realizzata da Irina Zucca Alessandrini, curatrice della collezione che conta a oggi circa 800 opere, in collaborazione e con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano, e che animerà la città fino al 30 novembre 2025. Gli artisti selezionati, che nel loro lavoro utilizzano il disegno, hanno scelto un’opera della collezione con cui dialogare, attivando con le gallerie di riferimento una serie di mostre diffuse, insieme a un programma di appuntamenti: concerti, performance, workshop e talk, e per il terzo anno consecutivo, un premio sostenuto dal Gruppo Censeo.

Senza titolo, 1962
Tempera su carta, 52 x 35 cm
Courtesy Collezione Ramo, Milano
A Casa degli Artisti, la mostra TOOMANYRECORDSS. Disegni a 33 giri del collettivo parigino More Projects, di cui fanno parte Davide Bertocchi e Sergio Verástegui, è accompagnata nella serata inaugurale dalla performance musicale di Reeve Schumacher e Quite A Village con il suo vinyl dj set. Il progetto si articola in un lungo serpentone di vinili su cui diversi artisti sono stati invitati a intervenire. Più di un centinaio le opere a oggi, 55 quelle portate a Milano (tra artisti italiani e internazionali), tra cui la traforatura di Stefano Arienti (Asola, 1961) su una compilation da discoteca, le stelle di Giovanni Oberti (Bergamo, 1982) su un disco di Gino Paolo, l’esplosione di Patrick Tuttofuoco (Milano, 1974) che nasconde l’immagine di un giovane Adriano Celentano, o ancora la colomba di Marta Roberti (Brescia, 1977) che copre la copertina colorata di una compilation di artisti vari.
Un lavoro che traccia una parte della storia della musica e che partecipa a un nuovo itinerario visivo, insieme all’archivio inedito e mai esposto prima di Vedovamazzei (Stella Scala e Simeone Crispino), dal titolo TIMELINE: 1993-2025. La vita disegnata dei Vedovamazzei, alla Cittadella degli Archivi del Comune di Milano, che da diverso tempo si apre come luogo di intersezione tra passato e presente. Già all’esterno, il neon giallo con la firma di Boccioni che campeggia a sette metri di altezza, opera degli artisti del 2018, crea una continuità con la collezione di disegni realizzati con tecniche diverse (penne a biro, matite, acquerelli). Un racconto intelligente e ironico del mondo intorno a loro che rompe il rigore degli archivi con le chiome di capelli di un gruppo di donne, gli accessori di moda e i personaggi iconici, da Al Pacino a Mickey Mouse consolato da Pinocchio tra gli alberi.

Radical lightings, 2025
Pigment on paper, 84 x 70 cm
Courtesy l’artista e Szydlowski Gallery, Varsavia
Otto le gallerie, tra cui quelle ospitate per l’occasione. In un luogo segreto della centralissima Milano si apre uno spazio elegante tra affreschi alle pareti, soffitti voltati o a cassettoni, con le opere di Katarzyna Wiesiolek (Nowogard, Polonia, 1990). Proposta dalla Szydlowski Gallery di Varsavia, l’artista crea pigmenti puri, selezionando con attenzione e rigore i supporti su cui si posano liberamente e crea paesaggi e atmosfere sensuali e poetiche, in dialogo linguistico (Radical lightings, il titolo della sua opera), cromatico e concettuale con Radical Writings (Exercitium, ABC-1) di Irma Blank. Un blu immenso e enigmatico capace di toccare le corde del dato sensibile, come gli intrecci azzurri nell’opera senza titolo di Pietro Dorazio del 1962 da Monica De Cardenas, che trova affinità nelle sovrapposizioni di strati e nei tratteggi di Slawomir Eisner (Wodzislaw, Polonia, 1976). L’artista polacco crea paesaggi emotivi e cromatici attraverso passaggi di colore che lentamente si scuriscono attraverso nuances tenui e delicate. In un’altra serie riprende la figurazione classica rinascimentale di Palma il Vecchio, Bernardino Luini e Giovanni Antonio Boltraffio in cui i soggetti ritratti si intuiscono ma non sono definiti per via dell’uso del tratteggio che rende le opere velate, quasi evanescenti.
Il blu è il filo estetico che lega Emi Ligabue (Mantova, 1957) da Bonvini 1909 con alcuni artisti di questa edizione, ma sono la serialità e la ripetizione, alcune delle caratteristiche del lavoro di Alighiero Boetti, con cui l’artista sceglie di accostarsi. Ligabue sceglie Minimo e massimo, trenta / quarantanove sette 4 opera del 1974, realizzata con collage e frottage come, con la medesima tecnica dello sfregamento di una matita, carboncino, ecc., crea i suoi monocromi blu (tendente al viola) come quello della carta copiativa per eccellenza.
La fragilità della materia permette il passaggio del segno tra l’originale e la copia, in cui l’azione compiuta nella possibilità di ripetere quel passaggio infinite volte, si affranca alla modalità della serie e della replica. In mostra anche leporelli e cartoline. Pungente la realtà che appare, invece, nella pratica di Lorenzo Scotto Di Luzio (Pozzuoli, 1972) da Vistamare, che per l’occasione realizza una nuova produzione Amate sponde (il titolo della mostra), presentando nuovi disegni a matita, inchiostro di china e carboncino, quest’ultima tecnica come quella utilizzata da Carlo Carrà nell’opera scelta dalla Collezione Ramo, la Brocca del 1961.

Disco: Hongkong Syndicat, Too Much, 1985
Intervento: gouache e acrilico, 2025
Courtesy TOOMANYRECORDSS- Disegni a 33 giri
In una felice sintesi formale attraverso la sanguigna grassa e le impressioni calcografiche degli animali, Pietro Fachini (Milano, 1994) compie attraverso il disegno un’indagine diretta del mondo circostante. Da ArtNoble Gallery, esplora la dimensione non umana dei galli da combattimento. Un lavoro iniziato nel corso di una residenza messicana, motivo per cui la scelta naturale è stata l’incontro con i polli di Renato Guttuso, un’iconografia di matrice realista, che l’artista siciliano utilizzava insieme alle nature morte e alle rappresentazioni della vita agreste che popola i suoi quadri. È ancora la natura che prende forza attraverso la libertà segnica e spontanea di Thomas Berra (Desio, 1986) da UNA Galleria, nella sede di Via Lazzaro Palazzi 3, a Milano, con nuove produzioni vegetali che sono un elogio delle vagabonde, riprendendo il titolo del saggio del botanico francese Gilles Clément.

Piante infestanti che l’artista raffigura nelle tonalità del verde, o nei disegni a carboncino in bianco e nero, che alterna a soggetti più figurativi e caricaturali, in cui le figure sono esili, spesso appena abbozzate. Come è accennato con un’essenzialità estetica il paesaggio evocato dalla personificazione della luna, disegnata a grafite da Osvaldo Licini, in Senza titolo (Amalassunta), che l’artista ha scelto di portare in galleria.
APALAZZOGALLERY di Brescia per l’occasione ospitata in Via Meravigli 4, presenta una mostra di Marta Pierobon (Brescia, 1979), che condivide con Alberto Savinio l’idea della trasformazione. Nell’opera Promenade, disegno del 1947, di cui realizzerà anche il quadro, due centauri metà umani e metà animali, passeggiano fuori dalla città, con la figura femminile che indossa un cappello di gusto francese. Pierobon presenta disegni, alcuni di nuova produzione, in continuità con il principio di metamorfosi in cui nella serie Mare di mani, l’acqua restituisce l’onda con una parte umana.
Mani, lingua e occhi sono elementi caratteristici della sua narrazione e strumenti per conoscere il mondo, che prendono vita attraverso tecniche diverse in cui l’ironia e la dimensione onirica trovano nel disegno, un luogo e un rifugio sicuro. L’ironia si manifesta con Francesco De Bernardi (Vimercate, 1985) e una narrazione dissacrante che mostra la fragilità umana, in un duplice movimento tra realtà e mondo fantastico, da Triangolo, che da Cremona si sposta per l’occasione in Via Gioberti 1, a Milano. I disegni trovano un’affinità formale con l’opera del 1971, Timbri – sbuffi per le ore di ufficio di Mirella Bentivoglio, con una del 2022 di Bernardi in cui le scarpe diventano timbri e le impronte formano degli sbuffi grafici.
Il disegno dimostra la sua capacità di raccontare il mondo in modi differenti attraverso il tempo. Che si tratti di un’indagine dal vivo, di una memoria, di una visione lontana dal reale e che attinge a simbolismi, immaginazioni o utopie, si conferma come presenza e segno tangibile che non tradisce la sua forza espressiva e il suo ruolo autonomo e indipendente.




