Il gesto è sempre lo stesso: un pollice che scorre verso l’alto. Cambiano i contenuti, ma soprattutto cambia il significato culturale di quel movimento. Per anni il doomscrolling, quell’abitudine quasi compulsiva di navigare tra notizie negative e ansiogene, è stato raccontato come il simbolo di una patologia contemporanea, un automatismo alimentato dagli algoritmi e dalla nostra incapacità di staccare gli occhi dallo schermo. E se quello scroll infinito, perlopiù viziato da un sentimento di ansia e insoddisfazione, si trasformasse invece in una diversa forma di comprensione ed educazione? La domanda è meno ingenua di quanto sembri. Se la nostra principale interfaccia con il mondo è diventata un feed, forse il punto è capire quali effetti stia producendo sulla nostra idea stessa di apprendimento.
Il cervello ama le scorciatoie
Il successo del doomscrolling non nasce soltanto dall’ingegneria delle piattaforme: chiama in causa le neuroscienze. Il cervello umano è programmato per dare priorità ai segnali di pericolo, il cosiddetto negativity bias. Le notizie allarmanti attirano naturalmente l’attenzione perché, dal punto di vista evolutivo, ignorare una minaccia poteva essere fatale. Gli algoritmi hanno semplicemente imparato a sfruttare questa predisposizione, alimentando un ciclo in cui paura e curiosità si rafforzano reciprocamente.
Una scoping review, pubblicata nel giugno 2026 sul “Journal of Social Media Research” (Avcı et al.) e focalizzata sull’analisi di cinquanta studi empirici sul fenomeno, conferma che il doomscrolling è generalmente definito come un “consumo ripetitivo, prolungato e difficile da interrompere di notizie digitali negative, spinto da incertezza, bisogno informativo e disagio emotivo”. I fattori individuali più associati al comportamento includono “la paura di perdersi qualcosa, l’intolleranza all’incertezza, la vulnerabilità emotiva e la scarsa autoregolazione“. Non sorprende allora che numerosi studi abbiano collegato questa abitudine a stati di ansia, sfiducia e senso di impotenza: lo studio descrive il doomscrolling come un “fenomeno multidimensionale all’intersezione tra uso dei media digitali, comunicazione di crisi e salute mentale“.
Ma se il nostro cervello cerca continuamente novità e ricompense immediate, allora diventa inevitabile una domanda: è possibile utilizzare gli stessi meccanismi per imparare davvero?

Dall’attenzione alla navigazione
Per molto tempo abbiamo pensato che imparare significasse approfondire: leggere un libro, seguire una lezione, guardare un documentario dall’inizio alla fine. Oggi, invece, gran parte di ciò che sappiamo arriva sotto forma di clip, estratti, reel, caroselli, highlight. La grammatica della conoscenza è già cambiata in maniera drammatica.
L’UNESCO parla di una generazione la cui vita si svolge senza soluzione di continuità tra spazi online e offline, sottolineando come apprendimento, relazioni e accesso all’informazione siano sempre più modellati dagli ambienti digitali, ormai un’infrastruttura imprescindibile della vita quotidiana. Per questo, la risposta non può limitarsi a vietare gli schermi: occorre sviluppare una solida alfabetizzazione digitale e una capacità critica di interpretare ciò che gli algoritmi ci mostrano. Navigare in un arcipelago di notizie frammentate significa abituare la mente a muoversi lungo percorsi non lineari, un’abilità che richiede sempre nuovi livelli di consapevolezza. A tal proposito, in una recente inchiesta sul fenomeno, il “Guardian” osserva che “non tutto lo screen time è uguale“: psicologi e ricercatori spiegano che lo stesso smartphone che alimenta il doomscrolling può diventare uno strumento di crescita quando il tempo sullo schermo è “intenzionale e cosciente”, orientato verso attività creative, educative o collaborative piuttosto che verso un consumo passivo. È una distinzione decisiva che chiama in causa non tanto il gesto in sé, quanto l’intenzione che lo guida.
Il sapere come feed
Le piattaforme educative già da tempo hanno progressivamente iniziato ad adottare il linguaggio e i tempi dei social. Le lezioni diventano microcontenuti. I corsi si trasformano in sequenze brevi. La gamification sostituisce, almeno in parte, la lezione frontale. L’apprendimento assume il ritmo del feed. Applicazioni come Duolingo, Brilliant, Quizlet o Skillshare sono tra gli esempi di strumenti capaci di sfruttare le stesse dinamiche dell’engagement digitale per favorire concentrazione e acquisizione di competenze. La logica è semplice: se il cervello ama tornare continuamente sullo schermo, forse conviene offrirgli qualcosa di più utile con cui alimentare la conoscenza.
Ma il microlearning coincide davvero con quella che definiamo “conoscenza profonda”? Nei dibattiti sempre più frequenti sull’uso degli schermi a scuola, le preoccupazioni di insegnanti e ricercatori si focalizzano sul fatto che competenze fondamentali, come la lettura prolungata, la scrittura a mano, la discussione in presenza, rischiano di essere progressivamente marginalizzate da una crescente difficoltà a sostenere l’attenzione. Una recente review del “Journal of Social Media Research” segnala tra gli effetti emergenti del doomscrolling anche implicazioni sociali e occupazionali: distrazione, riduzione della produttività, percezione alterata del rischio. Dati che interrogano scuola, famiglie e soprattutto la salute individuale.
Diversi modi di leggere la realtà
Per secoli il sapere è stato organizzato in opere complete: libri, enciclopedie, lezioni. Oggi assomiglia sempre più a una rete di nodi interconnessi: si entra in un argomento attraverso un reel, si approfondisce con un podcast, si verifica una fonte in un articolo scientifico, si discute tutto su Reddit. La conoscenza diventa modulare, frastagliata, distribuita lungo canali e linguaggi diversi. Un modello che ha il vantaggio di produrre opportunità di accesso mai verificatesi prima, ma che comporta anche un rischio: confondere la familiarità con la comprensione. Il problema non è quindi che usiamo TikTok per “imparare” qualcosa, ma che spesso lo facciamo senza distinguere tra conoscenza e intrattenimento, tra esposizione e comprensione.
Il tempo della scelta tra l’analogico e il digitale, tra il libro e il reel non è nemmeno più il centro della questione: la vera sfida riguarda la nostra capacità di costruire strumenti critici per abitare entrambi gli spazi. Forse il futuro dell’apprendimento non sarà una sostituzione della profondità con la frammentazione, ma la capacità di trasformare frammenti in conoscenza, collegamenti in pensiero, informazioni in comprensione.




