La critica d’arte? Non esiste. Per esistere, dovrebbe essere libera, e se vive dentro al sistema non può esserlo

Con questo articolo, proseguiamo il dibattito iniziato con l’articolo di Alessandro Riva sulla crisi della critica d’arte (Modesta proposta per il 2026: aboliamo la critica d’arte!).

La critica d’arte è morta e nemmeno io sto tanto bene: una di queste due frasi è falsa, infatti la critica d’arte non esiste. Non esiste in quella fattispecie di reato al quale comunemente pensiamo,  vedi  la dicitura “a cura di” scritta sul comunicato stampa con font più grossi di quelli del nome dell’artista: una mania di gigantismo non richiesto che si riverbera nei rapporti e nelle relazioni. Dire che la critica d’arte sia morta è un po’ una boutade alla Carmelo Bene, quando dal palco del Teatro Parioli in Roma sparava ad alzo zero sul pubblico dicendo “siete degli zombie!“, “siete morti!” e poco mancava che ispirato da un Roberto Freak Antoni dicesse pure “siete un pubblico di merda!”.

Caro Alessandro, la critica d’arte non è da abolire, come hai detto nel tuo articolo su Artuu, perché quello che non c’è non si può rompere e quindi nemmeno abolire. Svolgimento: la critica d’arte può essere legittimamente anche maleducata purché costruttiva. Quello che non dovrebbe mancare è l’onestà intellettuale ma questa, almeno nel piccolo mondo antico della provincia italiana, è merce rara come una Ferrari Straman. Il perché è presto detto: nell’arte (contemporanea) l’apporto teorico non ha lo stesso potere di quello dell’ingegnere che poi deve costruire il ponte sullo Stretto di Messina: non è lo stesso fottuto campo da gioco, non è lo stesso campionato e non è nemmeno lo stesso sport, perché lì la teoria è assolutamente necessaria, qui no e Giove lo fulmini a chi ora dice “sì-ma-anche”.

La critica d’arte deve essere libera. Il critico stesso deve esserlo. Quando Rene Ricard pubblicò quell’articolessa su Artforum in cui presentava un nuovo artista sbucato fuori dal cartone dei barboni a N.Y. non solo firmò una pietra miliare della critica d’arte (The Radiant Child, era il 1981 ma la trovate digitalizzata sul webbe) che avrebbe poi sancito il successo planetario di Jean Michel Basquiat, ma dimostrò plasticamente, inchiostro nero su carta, cosa fosse (e cosa sia, o dovrebbe essere oggi) la critica d’arte: Rene Ricard era un talent scout, un critico d’arte, un letterato maudit con le pezze al culo, con le sue relazioni e i suoi contatti in quegli anni formidabili a N.Y. dove ti bastava appendere con lo scotch un disegno sul muro sgarrupato di una fabbrica abbandonata per atterrare nei salotti giusti, previa relazione giusta, direttamente dalla carta straccia sui marciapiedi di Lower East Side. Sia detto per inciso: quel lungo, lunghissimo articolo era tutto fuorché un articolo di taglio giornalistico. A leggerlo ti fai due palle cubiche così, era un mini saggio di massa concentrata come quella di un buco nero, scritto con uno stile molto letterario e poco prosaico, perfetto per quella Bibbia laica da secchioni che era Artforum, sulle cui pagine il suddetto Rene Ricard a metà fra critica stradaiola e critica raffinata (mess and finesse, potremmo dire) presentava la scena artistica dell’East Village per poi chiedersi a bomba che cosa rendesse qualcosa “arte”. E soprattutto perché si apprezzasse tanto il lavoro di tale Jean Michel Basquiat, un tizio che insieme agli emergenti Judy Rifka e Keith Haring stava ridefinendo il vocabolario visivo contemporaneo anche se nessuno se ne stava accorgendo, nessuno tranne lui, Rene Ricard, il poeta maledetto, il peccatore in cerca di peccati, il Brandon Lee gaiamente lieve e lungimirante (andate a vedere o rivedere lo splendido film di Schnabel).

Come Ricard non era il facchino di nessuno, così il critico d’arte e la critica d’arte (nel senso dell’attività critica: non me ne frega un cazzo dell’inclusione di genere) dev’esser libero da condizionamenti, soprattutto qui nella provincia, dove il potere è poca cosa rispetto al vero Potere, quello adulto, quello con la P maiuscola, quello che controlla le azioni di un sistema. Non ce l’hanno le riviste, non ce l’hanno i vari operatori di settore e men che meno i critici d’arte: qui il massimo di potere che uno può esercitare è la sua capacità di influenzare qualcun altro con il proprio carisma, ma non stiamo parlando di un Luigi Bisignani che sussurrava ai potenti passeggiando tra le stanze dei bottoni. Si mettessero quindi in pace gli artisti una buona volta, soprattutto quelli “giovani”, cioè quelli che hanno trenta/quarant’anni suonati: è del tutto inutile scodinzolare davanti ai curators usciti ieri mattina dall’Accademia che si danno arie di grandezza (devi farne di strada bimbo se vuoi scoprire com’è fatto il mondo).

Dire che il critico d’arte ha da esser libero significa dire che, mentre ci sta magnificando il lavoro di un artista o lo sta sputtanando con argomentazioni precise e puntuali, deve fare solo quello, non deve pensare anche alle rate della Porsche. Un po’ prima di abbandonare questa valle di lacrime, Luciano Inga Pin scrisse sul cataloghino di una delle sue ultime mostre che l’arte è fedeltà al presente (Made to measure era il titolo di quella collettiva, eravamo nel 2008). Io aggiungerei: “buttando ogni tanto gli occhi al passato”. Un critico d’arte deve essere uno che studia (meno legge le riviste specializzate, meglio è) e che scrive qualcosa (su quelle stesse riviste, tiè!). Deve spaziare nella cultura alta e nella cultura di massa, fare scorribande fra l’economia, la storia, la filosofia e l’esoterismo e la pubblicità e lo story telling, da Lovecraft all’armocromista della Schlein, dal giornale al saggio critico, dal romanzo agli screen di TikTok: questo è il post-post-modernismo bellezza, lo ha detto il filosofo Richard Rorty e se l’ha detto lui ‘sti cazzi.

Il critico d’arte deve essere uno scopritore di talenti, uno che va dal gallerista e gli dice “secondo me dovresti conoscere questo artista” (vale anche il contrario). Deve avere un’idea in testa e comunicarla, non solo con la parola scritta, ma pure attraverso una mostra, se la mostra è (anche) un progetto economico da cui non dipende per la sua stessa sopravvivenza fisica nella giungla. Del resto il povero Germano Celant non aveva detto che curare una mostra è un po’ come scrivere un saggio critico? (lo disse, lo disse, non ricordo più dove e quando ma lo disse).
Jerry Saltz (che prima di fare il critico d’arte faceva il camionista), pur non avendo assolutamente nulla del cliché del critico arcigno non era certo uno che le mandasse a dire (uso il verbo al passato non perché non sia più tra noi, ma dopo quella photo opportunity con Obama, mah….). Andatevi a leggere o rileggere i suoi formidabili articoli pubblicati sul Village Voice negli anni novanta e Duemila, tipo quello sulle recondite armonie di Andreas Gursky e Thomas Struth, o quello su Rudolf Stingel che dopo aver messo in mostra un ritratto della sua gallerista era riuscito a non farsi dare di leccaculo, o quello sulla voce fuori dal coro (dei Baselitz e dei Kiefer e degli Schnabel) Luc Tuymans.

Caro Alessandro, nel 2026 aboliamo la critica d’arte, ché tanto non c’è mai stata e il sistema dell’arte andrebbe avanti benissimo anche senza di lei. Non siamo nati ieri e sappiamo bene che il mondo dell’arte è intrinsecamente basato sulle relazioni. Senza relazioni non vai da nessuna parte, vale per gli artisti e vale per tutti gli operatore di settore. Puoi essere l’artista che rinnoverà l’arte del ventunesimo secolo, ma se te ne stai rintanato nel tuo studio continuerai  a fare la tua splendida arte e a non contare un cazzo. E forse è meglio così: cosa c’è di meglio di fare quel che si ama (o si odia) di più, ma senza i mal di testa di chi con la sua arte vuole camparci a tutti i costi? Può essere che alcuni critici e alcuni curators (dico alcuni perché sono buono) siano artisti o scrittori mancati, ma l’impressione è che spesso – o forse sempre – la critica d’arte sia oggi percepita come un taxi per fare i protagonisti dell’estate: una volta i galleristi non avevano troppo bisogno dei critici e men che meno dei curators, le loro mostre se le curavano da soli e anche oggi molti fanno così. Forse perché sanno che le relazioni, la famose relazioni su cui si regge il sistema, sono un’arma a doppio taglio: magari mi porti un po’ di ciccia, critico dei miei stivali!


Fare critica d’arte non equivale per forza a dire che la corazzata Potemkin è una cagata pazzesca. Non occorre sgomitare a brutto muso come John Gotti lungo la Main Street. Ma dove sono le stroncature di un Gianfalco Papini che buttava merda su Kant e Nietzsche? Potevi essere d’accordo e in disaccordo con lui, ma non potevi non vedere come lo facesse con sommo costrutto. Dove sono i saggi critici di un Bertrand Russell dell’arte contemporanea? Era un logico e matematico che spiegava la storia del pensiero occidentale meglio di tutti i noiosissimi parrucconi d’ateneo impiegando metà delle loro pagine e istruiva più di loro. E, tanto per restare nella nostra tranquillizzante “safe zone”, dov’è un critico oggi à la Matteo Marangoni? O uno come lo scrittore Michelle Houellebecq? (sì, si intende d’arte pure lui). Ma sono certo che, se potessero scegliere, continuerebbero a fare quello che stavano e stanno facendo e considererebbero la critica d’arte alla stregua di una bella vacanza o una bella auto d’epoca.

La critica d’arte per essere tale deve essere libera da condizionamenti di sorta. Il critico d’arte può essere ricco come Giangi Feltrinelli o può essere povero come la merda (meglio se povero: ha fame ed è incazzato), ma  sarebbe bene che non facesse della critica d’arte la sua fonte di sostentamento. Però, caro Alessandro, mi sa che tutti vanno in quella esatta direzione. E allora, cambiando una parola di una canzone del vecchio Vasco Rossi, vien da chiedersi: “la libertà dove l’avete persa?”.

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