Qualche mese fa l’Associated Press, una delle più importanti agenzie di stampa al mondo, ha annunciato la chiusura della sezione che si occupa delle recensioni dei libri. Una notizia che ha fatto il giro del mondo, sia per il prestigio della testata, alle prese con una decisione radicale e definitiva, sia perché probabilmente la scomparsa delle recensioni letterarie, nel contesto di una delle voci più importanti del giornalismo globale, racconta qualcosa di come si sta evolvendo il nostro rapporto con i media.
È la morte di un genere, quello della “critica” o è tutto l’ecosistema giornalistico che sta andando incontro, più o meno consapevolmente, a un’evoluzione della cui rapidità forse ci si sta rendendo conto solo adesso? La decisione dell’Ap, comunicata ai collaboratori esterni, è stata motivata dal basso numero di lettori e dall’insostenibilità delle risorse necessarie per produrre le recensioni. “Purtroppo, il pubblico delle recensioni di libri è relativamente basso e non possiamo più sostenere il tempo necessario per pianificare, coordinare, scrivere e revisionare”, si legge nella lettera firmata dalla direzione editoriale e diffusa integralmente sul proprio blog dall’esperto di marketing Dan Kennedy.
Critici e autori professionisti hanno deplorato la decisione dell’Ap come la fine di un’era basata sulla competenza, mentre altri hanno bollato queste preoccupazioni come semplici velleità elitarie, in un’epoca di democratizzazione dell’opinione.
La chiusura dell’hub letterario riflette il cambiamento dei consumi mediatici e le crescenti pressioni economiche sulle redazioni tradizionali, con contenuti specialistici sempre più difficili da sostenere in un’epoca dominata da metriche di click e traffico web. Però se è vero che la disintermediazione dei social media ha avuto un ruolo decisivo, ci sono anche altri fattori da analizzare per capire l’evoluzione del settore.

La critica sta morendo?
I segnali che la critica giornalistica e il settore delle recensioni siano entrati in una fase di estrema difficoltà sono evidenti ormai da diversi anni: nel 2024 la società editrice Condè Nast annunciava che “Pitchfork”, una delle voci più autorevoli della critica musicale, sarebbe stata assorbita all’interno del magazine “GQ”, ridimensionando pesantemente le ambizioni della testata che, oggi, appare molto diversa dall’irriverente e originale blog nato dalla passione di Ryan Schreiber.
Non va meglio sul fronte delle recensioni cinematografiche: ad agosto il “Chicago Tribune” ha eliminato la posizione di “critico cinematografico” dal proprio organigramma, portando lo storico critico della testata, Michael Phillips, a un’uscita anticipata dopo 25 anni di recensioni. Anche al “New York Times” i critici culturali vengono riassegnati, privati dei loro titoli, sostituiti da un nuovo approccio: non più recensioni, ma “saggi, nuove forme di narrazione, video e sperimentazioni con altre piattaforme”.
Tradotto: i critici devono adattarsi ai social media e scrivere molte meno recensioni tradizionali. Un passaggio interpretato come una sconfitta per la letteratura, la musica e la cultura in generale, in un mondo dominato dai trend velocissimi dei social media come TikTok. Dove l’attenzione degli utenti dura pochi secondi, rendendo insostenibili modelli di giornalismo nati in epoche in cui il sistema mediatico era molto diverso e rispondeva ad altri bisogni.

Nuovi pubblici, nuove esigenze
È però importante notare come questo cambiamento non investa allo stesso modo tutti i linguaggi artistici. La critica teatrale o quella d’arte contemporanea, per esempio, continua ad avere un pubblico di settore ma fedele, che legge riviste specializzate, frequenta festival e mostre, mantenendo allo stesso tempo un rapporto diretto e personale con le opere e gli autori.
Diverso è il destino della critica di cinema, musica e letteratura, travolta dalla velocità del digitale e dalla disintermediazione dei contenuti. In questi ambiti la figura del critico si è progressivamente dissolta in una miriade di voci: influencer, content creator, appassionati che producono recensioni in tempo reale e che spesso parlano più la lingua dell’intrattenimento che quella dell’analisi.
Ma chi è oggi il critico? E cosa ci si aspetta da lui? Spencer Kornhaber, redattore culturale di “The Atlantic” sostiene che “la critica è qualcosa che scaturisce dalla vita, elaborando ciò che plasma il tuo mondo con le persone che ti circondano. La critica può essere la conversazione che fai dopo il cinema con i tuoi amici. E, naturalmente, questo porta alla scrittura e al giornalismo più raffinato. Ma più che mai, l’esperienza artistica delle persone è mediata non dalle voci delle pubblicazioni, ma dai loro feed social. Se sei un critico il cui mezzo principale è TikTok o YouTube, stai lavorando in formati che incoraggiano il volume. La strategia per qualsiasi tiktoker di successo è pubblicare più volte al giorno. Questo richiede di lavorare a un ritmo completamente incompatibile con una recensione ponderata”.
A questo scenario si aggiunge ora l’impatto dell’intelligenza artificiale, che sta ridefinendo ulteriormente la natura della critica. Gli algoritmi sono già in grado di generare riassunti, schede e persino pseudo-recensioni coerenti e stilisticamente corrette, ma prive di esperienza, sensibilità e contesto. Alcune redazioni sperimentano modelli ibridi, in cui l’Ia fornisce supporto analitico, come confrontare dati, tendenze o ricezioni del pubblico, mentre il giudizio umano resta (per ora) insostituibile. Tuttavia, la velocità con cui l’Ia può produrre contenuti rischia di accentuare il problema di fondo: un ecosistema saturo, dove la quantità vince sulla qualità e dove la riflessione cede il passo all’automazione.
Un contesto sempre più frammentato
In questo contesto, la critica si è democratizzata ma frammentata, perdendo quella funzione di guida culturale che un tempo la caratterizzava.
La pressione dei tempi, la velocità, la soglia dell’attenzione sempre più bassa per chi legge e “consuma” contenuti, la quantità di materiale in rete – oggi chiunque è nelle condizioni di recensire qualunque aspetto della vita quotidiana – hanno pesantemente modificato e condizionato l’aura che ha sempre circondato la figura stessa del critico musicale, letterario o cinematografico. I recensori un tempo pubblicavano giudizi prima dell’uscita delle opere, creando attesa e acquisendo autorevolezza quasi oracolare. Oggi le recensioni arrivano quando il pubblico ha già accesso ai contenuti sulle piattaforme digitali.
L’abbondanza di informazioni online e la possibilità per chiunque di reperire dati e confrontare opinioni hanno eroso drasticamente l’autorità del critico tradizionale. Il suo ruolo di mediatore esclusivo tra opera e pubblico è scomparso. Appare ormai preistoria quel premio Pulitzer vinto nel 1975 da Roger Ebert, leggendario critico cinematografico del “Chicago Sun-Times” e primo giornalista di settore a conquistare il prestigioso riconoscimento.
Jesse Hassenger, in una riflessione sul “Guardian”, sostiene che per scrivere davvero di cinema (ma anche di musica, TV o videogiochi) “servono critici con una conoscenza profonda e di lungo corso del mezzo, non persone che vivono solo di anteprime o di tendenze recenti”. “La critica – spiega – non è semplice giornalismo ma una conversazione tra chi scrive, chi legge e l’opera stessa: un modo per orientare, non per escludere. Tuttavia, molte testate oggi, nel tentativo di sembrare aperte e moderne, finiscono per inseguire gli influencer, figure che non sono vere professioniste ma cercano solo di monetizzare la propria immagine. Il paradosso è che testate come ‘Vanity Fair’ o il ‘New York Times’ non vogliono abbandonare la parola scritta, ma trattano la critica come qualcosa di accessorio, perdendo così la sua funzione più autentica”.
Eppure, paradossalmente, mentre le sezioni di critica scompaiono dalle grandi testate, nascono nuove forme di analisi culturale: newsletter indipendenti, podcast di autori specializzati, piattaforme di nicchia dove la riflessione ponderata trova ancora un pubblico, seppur più ristretto e frammentato. La critica non muore, si trasforma e si propone attraverso canali di settore. Ma resta da chiedersi se questa frammentazione rappresenti davvero una democratizzazione o, piuttosto, la perdita di quella funzione di orientamento collettivo che solo voci autorevoli e riconosciute per anni hanno potuto garantire ai lettori.





