La cronaca nera come un romanzo. L’Atlante storico della mala milanese racconta l’altro volto della città

Milano simbolo della capitale economica del Paese spesso raccontata come città del lavoro, della finanza, dell’industria, della moda, del design e dell’innovazione. Ma accanto a questa narrazione ufficiale, esiste una storia parallela, fatta di traffici clandestini, equilibri criminali, quartieri e personaggi che hanno segnato in modo sotterraneo la vita della città. Una storia che attraversa decenni di trasformazioni economiche e sociali e che ha accompagnato, quasi in controluce, la crescita della metropoli. Con Atlante storico della mala milanese (1963- 1993) edito dalla casa editrice Le Milieu, Laura Antonella Carli e Nicola Erba ripercorrono proprio questa geografia nascosta. Il loro lavoro non è soltanto un racconto di criminalità, ma una mappa che intreccia luoghi, eventi e protagonisti della Mala Milanese per restituire un quadro più complesso della Milano del secondo Novecento. Dalla prima sparatoria tra clan mafiosi negli anni Sessanta fino alla stagione delle stragi dei primi anni Novanta, l’Atlante segue le trasformazioni della città e quelle della sua malavita. In questa intervista, gli autori ci introducono alla genesi del progetto, il lungo lavoro di ricerca che ha portato alla costruzione del volume e il modo in cui memoria, cronaca e immaginario hanno contribuito a formare il mito dei banditi di Milano. Ne emerge il ritratto di una città in continuo cambiamento, dove la storia della criminalità diventa anche uno specchio delle trasformazioni economiche, sociali e culturali di Milano.

Come nasce la vostra collaborazione? È stato un incontro naturale o un’urgenza condivisa nel raccontare un lato rimosso della città?

Entrambe le risposte possono essere considerate corrette. L’interesse per la storia rimossa della nostra città ci ha spronato a lavorare su questo progetto. Come Milieu, stavamo da anni raccogliendo materiale su questi argomenti: periodici, libri, fotografie, interviste. A quel punto il lavoro ha preso forma anche grazie al coinvolgimento della giornalista e autrice Laura Antonella Carli, che ha contribuito alla definizione della struttura dell’Atlante e alla sua scrittura. Volevamo mettere tutto nero su bianco ma con razionalità e con una struttura grafica accattivante – e su questo punto Francesca Rossi, responsabile del progetto grafico, è stata decisiva. Lo studio è stato lungo e impegnativo, con sessioni di progettazione che hanno sempre di più configurato la struttura dell’Atlante, come un puzzle con centinaia di tasselli: in totale, quasi due anni tra ricerca, scrittura e revisione. Ma alla fine siamo riusciti a dare forma a un libro che prova a restituire una parte importante della storia di Milano.

Cosa vi ha spinto a costruire un Atlante? Perché sentivate la necessità di mappare e ordinare questa storia?

Milano è una città in continuo cambiamento. Una città che ha sempre avuto una malavita capace di seguire i mutamenti dei flussi economici. C’era anche la volontà di superare la triade Turatello, Epaminonda, Vallanzasca: la mala a Milano è stata molto altro. Ritornando al puzzle, i tasselli erano tantissimi e andavano riordinati. Ricomporre la storia della mala milanese, seguendone rotte e mappe, significa anche rileggere la storia sociale ed economica della città da un’altra prospettiva.

Perché avete scelto l’arco 1963-1993? Sono date simboliche o veri punti di frattura nella storia di Milano?

Riteniamo che fosse indispensabile dare un inizio e una fine al progetto, individuando due date di cesura. Nel 1963 avviene la prima sparatoria a Milano, in viale Regina Giovanna, fra due clan di Cosa Nostra. Nel 1993 esplode un’autobomba in via Palestro: è un attentato di Cosa Nostra. In questo arco di trent’anni la città ha vissuto enormi cambiamenti economici, nel bene e nel male. La struttura del capitale è passata dall’industria al settore terziario e la malavita si è adeguata. Seguendo i flussi di denaro – follow the money – si può spiegare molto di quello che è accaduto in città, e forse anche di ciò che potrà accadere in futuro.

Esisteva davvero un’etica della ligéra, come veniva chiamata la vecchia mala milanese? O è una nostalgia costruita a posteriori? Cosa cambia rispetto alla criminalità di oggi?

Esiste un’etica anche nella mala, è la stessa etica che ti rende credibile anche nel mondo reale, nella vita, sul lavoro. Potremmo dire che esisteva. Col diffondersi del contrabbando di sostanze stupefacenti anche questo tipo di “etica” si è dissolta di pari passo con i mutamenti e il degrado che i rapporti economici, dato l’alto profitto e il rischio, ha originato. La spietatezza dei rapporti di forza nell’economia legale è trasmessa per osmosi anche in quella extralegale, partendo dal presupposto che gli Stati, penalizzando sempre di più, incoraggiano a delinquere. Esempio classico è rappresentato dal proibizionismo, come negli Usa degli anni Venti con le bevande alcoliche, anche oggi con le sostanze stupefacenti.

Perché dare spazio alle figure femminili della mala? Sono state marginali o semplicemente poco raccontate?

Sono fondamentali. Da sempre. Non sempre in seconda fila, anzi spesso in prima. Nell’Atlante ne troverete diverse: in alcuni casi amplificate dagli echi scandalistici della stampa, in altri rimaste più sottotraccia. Non vogliamo anticipare troppo: vi consigliamo di leggere l’Atlante e farvi un’idea. Anche per noi è stata un’emozione scoprire le loro storie di mala.

La mala è stata una crepa nel modello milanese o parte integrante del sistema?

Senza dubbio parte integrante del sistema. La mala milanese muta, incuneandosi nelle zone d’ombra della città e, non solo, creando anche nuove attività-talvolta perfettamente legali: attività commerciali, locali, edilizia – capaci di soddisfare bisogni nascosti della classe dirigente milanese e anche dei cittadini comuni che la abitano: droga, prostituzione, gioco d’azzardo. Di conseguenza è da sempre parte integrante del sistema, anche ai tempi della ligéra.

Esiste un’estetica della mala milanese diversa da quella romana o americana?

In parte sì, ma con molti cliché. Secondo noi è più simile a quella francese: i film con Simone Signoret, Jean Gabin, Jean-Paul Belmondo e Alain Delon hanno certamente influenzato il modo di vestire e di atteggiarsi in pubblico. Dall’estetica all’argot parlato, si è formato un immaginario molto riconoscibile, forse più evidente rispetto al mondo malavitoso romano o nordamericano. Hollywood ha comunque avuto un peso, vista la quantità di gangster movie arrivati in Italia dopo la Seconda guerra mondiale. È un bel dibattito, che meriterebbe di essere approfondito. Su questo immaginario esiste anche uno straordinario lavoro illustrato di Matteo Guarnaccia, pubblicato da Milieu e intitolato proprio MalaModa.

C’è un anno che considerate un punto di svolta decisivo?

Dal 1978 al 1982. Dopo l’arresto definitivo di Turatello nel 1977, a Milano scoppiò una guerra di mala che portò il mondo criminale a una metamorfosi destinata a ridefinire i rapporti di potere per almeno un decennio. Eventi cardine furono l’assassinio di Carlo Argento, la strage di Moncucco, l’omicidio dell’avvocato Calafiori e, per concludere, gli assassinii di Francis Turatello e Otello Onofri. Il potere criminale di Angelo Epaminonda, detto il Tebano, aprì la strada al flusso imponente dell’eroina e all’espansione della criminalità organizzata in città.

Perché si continua a tifare per il “grande colpo”? È fascinazione, rabbia sociale o immaginario cinematografico?

Fascinazione e rabbia sociale. Ma anche fuga dalla routine e dal lavoro alienante. II “grande colpo” rappresenta una rottura con l’ordine quotidiano, la promessa di un salto improvviso fuori dalle regole del gioco. È un tema quasi archetipico: senza queste suggestioni non esisterebbero il genere crime, il noir, il thriller. E naturalmente pesa anche l‘immaginario cinematografico, che da sempre alimenta questa fantasia di rivalsa e di libertà.

Quanto ha contato la vostra memoria personale nella costruzione di questa mappa collettiva?

Ha contato moltissimo. Uno dei nostri obiettivi è proprio quello di far riemergere dalla memoria dei lettori ricordi, suggestioni, luoghi: i bar di quartiere, certi personaggi, episodi rimasti nella memoria collettiva della città. Tutte le persone che hanno vissuto la Milano di quegli anni ne conservano qualcuno. L’Atlante nasce anche da questo: dal tentativo di mettere insieme frammenti di memoria individuale e ricomporli dentro una mappa più ampia della storia milanese.

Cinema, letteratura e media hanno amplificato o deformato la percezione della mala?

Come abbiamo in parte già accennato, inevitabilmente sì: nel bene e nel male. Il cinema ha avuto un peso enorme nell’immaginario della mala: dal cinema d’azione americano – Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Brian De Palma, Abel Ferrara, Michael Cimino – al polar francese di Jean-Pierre Melville, fino a fenomeni più popolari come l’ispettore Derrick. E ovviamente il poliziottesco italiano degli anni Settanta, in particolare i film di Fernando Di Leo. Nell’Atlante abbiamo cercato di restituire anche questa dimensione. Paolo Spagnuolo, studioso di cinema poliziottesco e thriller, ha curato un box dedicato proprio a questo immaginario. Abbiamo dato spazio anche ai media, soprattutto ai resoconti dei cronisti. Dario Fertilio, cronista di nera del Corriere diretto da Franco Di Bella, ha scritto un box in cui racconta come si svolgesse il lavoro di un cronista di nera in quegli anni. Abbiamo inoltre intervistato Luca Fazzo e Piero Colaprico, veterani della cronaca giudiziaria. Colaprico, anche come scrittore, ha contribuito a dare dignità letteraria al crime e al noir milanese, come prima di lui avevano fatto Augusto De Angelis e Giorgio Scerbanenco. Abbiamo avuto modo di coinvolgere anche Gioacchino Criaco sulle relazioni ‘ndranghetiste fra Aspromonte e Milano. Tutto questo ha contribuito a costruire l’immaginario della mala milanese, tra racconto, cronaca e rappresentazione.

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Paola Fiorido
Paola Fiorido
Paola Fiorido è un attrice performer Italiana che si è formata a NY presso l’ acting studio di James Price per approfondire la tecnica di Maisner. È stata editor at large per diverse testate internazionali, “Twill magazine”, “Beautiful Savage”, “NY arts magazine”, e altre. Ha lavorato per diversi anni in ambito televisivo nazionale promuovendo opere d’arte contemporanea e libri di svariati autori. Ha ampliato la sua conoscenza con una lunga permanenza in Cina a Pechino nel quartiere artistico 798 collaborando con diversi artisti.

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