La cultura hacker entra nei musei: DEAS porta la cybersicurezza a difesa del patrimonio italiano

Un museo oggi non è soltanto un edificio che custodisce opere, reperti e documenti. Dietro le sale espositive esiste un’infrastruttura composta da telecamere IP, sensori ambientali, sistemi antintrusione, archivi digitali, dispositivi connessi e piattaforme per la gestione delle collezioni. La trasformazione tecnologica ha ampliato le possibilità di conservare, studiare e rendere accessibile il patrimonio, ma ha anche introdotto nuove vulnerabilità. Proteggere un museo significa quindi mettere in sicurezza tanto gli spazi fisici quanto la rete invisibile che ne permette il funzionamento.

È in questo ambito che vuole intervenire DEAS, realtà italiana specializzata nella protezione e nella resilienza delle infrastrutture critiche e dei sistemi strategici. Fondata nel 2018 da Stefania Ranzato, l’azienda opera in contesti ad alta complessità, con particolare attenzione alla difesa, alle istituzioni e alle organizzazioni strategiche. Ora intende applicare alla tutela dell’arte le competenze sviluppate nella sicurezza offensiva, nel red teaming, nell’adversary emulation e nell’intelligenza artificiale applicata alla sicurezza.

«Arte e cultura sono asset strategici del Paese e dobbiamo iniziare a proteggerli anche come tali», afferma Ranzato. «Vogliamo mettere le migliori competenze cyber al servizio della loro protezione».

Al centro del progetto si trova una concezione della cultura hacker distante dall’immagine stereotipata del pirata informatico. Per DEAS, essere hacker significa prima di tutto osservare un sistema fuori dagli schemi, individuare ciò che gli altri non vedono e immaginare soluzioni non standardizzate. È una forma di pensiero fondata su talento, creatività e capacità di esplorare percorsi inattesi: caratteristiche che, almeno nel metodo, presentano affinità con la ricerca artistica.

Pensare come un attaccante permette di comprendere meglio come costruire una difesa. Attraverso test di penetrazione, valutazioni delle vulnerabilità e simulazioni controllate, gli specialisti possono verificare la resistenza di un’infrastruttura prima che una falla venga sfruttata. La cyber threat intelligence consente invece di osservare l’evoluzione delle minacce e anticipare tecniche e comportamenti potenzialmente pericolosi.

Courtesy DEAS

Applicate al patrimonio culturale, queste competenze possono aiutare a progettare sistemi nei quali sicurezza fisica e digitale siano considerate congiuntamente. Una telecamera è anche un dispositivo collegato alla rete; un sistema di controllo degli accessi comunica con un software; gli inventari possono contenere informazioni sulla posizione e sulla movimentazione delle opere. Una vulnerabilità informatica può compromettere dati, continuità operativa e dispositivi fisici.

La questione è particolarmente delicata in Italia, dove musei, biblioteche, archivi, chiese e collezioni sono spesso ospitati in edifici storici. Rafforzare la protezione senza interferire con la conservazione, l’accessibilità e la qualità della visita richiede soluzioni costruite sulle caratteristiche di ogni luogo. Non può esistere un unico modello applicabile indistintamente a una grande istituzione nazionale, a una casa-museo e a un piccolo archivio territoriale.

Resta inoltre decisivo il fattore umano. Una credenziale compromessa, un accesso configurato in modo scorretto o una comunicazione fraudolenta possono vanificare investimenti tecnologici importanti. Direttori, personale amministrativo, custodi, tecnici e responsabili della sicurezza fanno parte del medesimo sistema e devono condividere procedure, formazione e consapevolezza dei rischi.

«Stiamo lavorando perché questa visione possa tradursi anche in iniziative concrete», prosegue Ranzato. «Vogliamo promuovere una cultura della cyber offensive al servizio del patrimonio culturale e lavorare alla sottoscrizione di protocolli d’intesa con i musei».

L’iniziativa si inserisce in un settore nel quale l’Italia dispone già delle competenze del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, attivo anche nella Cyber Investigation. L’obiettivo non è sovrapporre funzioni differenti, ma favorire il dialogo tra istituzioni, ricerca, cultura e industria tecnologica. Per DEAS, mettere i talenti cyber al servizio dell’arte significa far incontrare due patrimoni italiani: quello ricevuto dalla storia e quello costruito attraverso le competenze delle nuove generazioni.

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Mattia Casanova
Mattia Casanova
Laureato in Economia e Gestione degli Eventi Culturali, il suo percorso lo ha portato a specializzarsi in Content Management e Web Design per il settore Artistico. Ha vissuto a Venezia, Londra e Cagliari.

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