È apparsa per la prima volta ieri il 4 maggio, con un video su Instagram, in un momento in cui attorno alla Biennale Arte 2026 si concentra una tensione crescente. Anastasia Karneeva, curatrice del Padiglione russo, sceglie una comunicazione diretta per affermare una posizione precisa: «l’arte deve rimanere indipendente».
Il video arriva a pochi giorni dall’apertura e si inserisce in un quadro già segnato da polemiche e pressioni politiche. Karneeva costruisce un discorso lineare, evitando lo scontro diretto ma chiarendo il proprio punto di vista. «Vorrei ringraziare la Biennale per aver sostenuto l’idea di avere tutti i Paesi rappresentati qui», afferma, ribadendo il valore della partecipazione come principio fondativo.
Il nodo centrale è il ruolo del padiglione. «L’apertura di questo padiglione e di ogni padiglione è significativa perché diventano luoghi per accrescere la conoscenza e la comprensione reciproche. In un padiglione chiuso al contrario nulla può crescere». La dichiarazione è netta e si colloca dentro il dibattito internazionale sulla presenza russa: non una difesa esplicita, ma una rivendicazione della funzione culturale della Biennale come spazio di dialogo.
Karneeva insiste anche sul lavoro degli artisti, spostando l’attenzione sul contenuto espositivo: «Artisti di talento provenienti da tutto il mondo hanno lavorato duramente per essere qui a Venezia e meritano tutta la nostra attenzione e il nostro rispetto». E aggiunge un passaggio che definisce la sua linea: «nei prossimi giorni vorrei che l’arte fosse l’unica voce in tutti i padiglioni».
La scelta di comunicare attraverso Instagram rafforza il senso dell’intervento. Non un comunicato istituzionale, ma un messaggio diretto, costruito per circolare rapidamente e raggiungere un pubblico globale. In questo formato, il tono resta misurato, quasi trattenuto, ma ogni frase è calibrata per ribadire una posizione chiara.
Il video si chiude con un invito e un’immagine simbolica: «Venite a trovarci per scoprire insieme la bellezza del nostro progetto. L’albero è radicato nel cielo». Una chiusura che introduce una dimensione più evocativa, spostando il discorso oltre la contingenza immediata.



