Davanti all’ingresso di Triennale Milano, da giovedì 24 luglio e fino al 2 settembre 2025, campeggia l’elefante della Namibia, la nuova scultura in cartapesta dell’artista Jacopo Allegrucci. L’opera monumentale rappresenta il secondo episodio della serie La fragilità del futuro, un progetto concepito come parte integrante della 24a Esposizione Internazionale, Inequalities, dedicata al tema delle disuguaglianze globali, ambientali e sociali. A poche settimane di distanza dalla distruzione vandalica della balenottera azzurra – prima opera della serie – l’installazione dell’elefante rinnova l’impegno della Triennale nel proporre un dialogo visivo tra bellezza, ecologia e vulnerabilità.
La scultura si impone non solo per le sue dimensioni, ma per la delicatezza con cui è stata concepita: la cartapesta, materiale fragile e riciclabile, qui si fa simbolo di un equilibrio messo costantemente alla prova, quello tra umanità e ambiente. L’elefante della Namibia non è solo una replica naturalistica, ma una presenza silenziosa e resistente che racconta – nel suo stesso essere materiale deperibile – la condizione precaria delle specie animali minacciate dall’azione umana. L’opera si integra con il progetto curatoriale di Inequalities, offrendo al visitatore un’introduzione visiva potente e immediata al tema delle fratture ecologiche e sociali che attraversano il nostro tempo.
Jacopo Allegrucci, artista e carrista noto per la sua maestria nella modellazione della cartapesta, prosegue così un ciclo di quattro installazioni all’aperto che seguiranno un calendario preciso: dopo l’elefante, sarà la volta della giraffa di Rothschild (in esposizione dal 3 settembre al 5 ottobre) e dell’ippopotamo (dal 6 ottobre al 9 novembre), completando il quartetto di animali scelti per rappresentare altrettante specie vulnerabili. L’intero progetto nasce come un invito a osservare e a riflettere: la minaccia di estinzione diventa esperienza estetica, sollecitando uno sguardo critico ma empatico.
La scelta della cartapesta come materiale scultoreo non è casuale: effimera, sensibile al tempo e agli agenti atmosferici, questa materia si deteriora esattamente come gli ecosistemi che tenta di rappresentare. Nella serie La fragilità del futuro, ogni animale è quindi un corpo fragile e temporaneo, la cui esistenza visibile è limitata e soggetta a trasformazione. La distruzione della balenottera azzurra – sebbene non prevista – non fa che rafforzare il messaggio originario dell’artista, aggiungendo alla narrazione una componente reale di perdita e violazione, emblematica della fragilità di ogni forma di vita oggi minacciata.
Con questo secondo intervento, la Triennale Milano ribadisce il ruolo dell’arte pubblica come strumento di consapevolezza civile. Inserita in uno spazio di passaggio e di visibilità quotidiana, la scultura si rivolge a un pubblico ampio e variegato, proponendo un gesto simbolico di cura e attenzione, e mostrando come la materia stessa dell’arte possa farsi veicolo di riflessione. La monumentalità dell’elefante si oppone alla sua stessa instabilità, richiamando il paradosso del nostro tempo: quello di una civiltà capace di creare e distruggere con la stessa rapidità.
All’interno del più ampio programma espositivo di Inequalities, il lavoro di Allegrucci si posiziona come interfaccia sensoriale e narrativa, aprendo la strada a una serie di opere e progetti che affrontano il tema delle disuguaglianze da molteplici angolature. La dimensione ecologica si intreccia così con quella politica, economica, relazionale: ogni animale scolpito diventa figura di un mondo minacciato, testimone silenzioso di un sistema instabile e diseguale.
In attesa delle prossime installazioni, l’elefante della Namibia si impone come immagine totemica di questa edizione della Triennale: non tanto per la sua imponenza formale, ma per l’intensità etica del suo messaggio. Nell’atto di sostare davanti alla sua figura, il visitatore viene invitato a sospendere lo sguardo, ad accogliere la fragilità come condizione condivisa, e a riformulare il proprio ruolo nel rapporto con il vivente.
Il progetto La fragilità del futuro proseguirà dunque nelle prossime settimane, completando il ciclo di quattro animali e restituendo al pubblico una narrazione poetica ma lucida dell’epoca in cui viviamo. Con la sua scelta di linguaggio e materiali, Jacopo Allegrucci offre un esempio coerente e profondo di come la scultura contemporanea possa tornare a interrogare l’urgenza del presente, non per ammonire, ma per rendere visibile – nel corpo fragile delle sue creature – il tempo che resta.


