La gatta sul tetto che scotta, la verità scotta più della menzogna

È un dramma dell’ipocrisia, crudo e doloroso, attraversato da una tensione incessante tra verità e menzogna che permea ogni battuta. Al Teatro Franco Parenti di Milano, Leonardo Lidi (classe 1988) ha messo in scena, in tutta la sua bruciante ineluttabilità, La gatta sul tetto che scotta, testo fondamentale di Tennessee Williams, che gli valse il suo secondo Premio Pulitzer per la drammaturgia dopo quello ottenuto nel 1948 per Un tram che si chiama Desiderio. Lo spettacolo si avvale della nuova traduzione di Monica Capuani, capace di restituire intatta la secchezza e l’asprezza della parola di Williams, comprese le numerose e taglienti imprecazioni. Ben lontano dalla celebre versione cinematografia diretta da Richard Brooks del 1958 con Elizabeth Taylor e Paul Newman, con finale più ottimista e dialoghi più conciliatori.

La trama: l’intera famiglia Pollitt si riunisce nella vasta tenuta di Big Daddy, ricco proprietario di piantagioni di cotone, per festeggiare il compleanno del patriarca, a cui viene nascosta la verità sulla sua malattia incurabile. Tra segreti taciuti, ipocrisie e drammi inespressi, esplode una lotta per l’eredità. L’impronta registica di Leonardo Lidi è netta e originale si da subito. Fly me to the moon, celebre brano reso iconico da Frank Sinatra, cantata da un’impertinente e stonata bambina, tutta di rossa vestita, a sipario ancora chiuso è il prologo dello spettacolo. Una canzone d’amore romantica e sognante in cui si chiede alla persona amata di portarlo tra le stelle e di promettergli di essere sincero (“in other words please be true”). E crea volutamente una stonatura, con la camera da letto di Brick e Maggie, dove è concentrata l’intera vicenda, in un bianco marmoreo illuminata da luci fredde e neutre (scenografia e luci entrambe firmate da Nicolas Bovey).

Lo spazio è nudo, di un chiarore abbagliante, dal quale è impossibile sottrarsi. Nessun varco, nessuna via di fuga. Solo un luogo chiuso e implacabile, dove si consuma la morte simbolica della verità inghiottita dalle ipocrisie familiari, accumulate per anni senza mai esplodere. Non ci sono arredi, né porte né finestre: l’unica cosa che riempie lo spazio sono le bottiglie di alcol con cui Brick, ex calciatore e cronista sportivo, cerca di anestetizzzare il dolore per il suicidio dell’amico e collega Skiperr, e trovare pace ai sensi di colpa. Il contro canto, la stonatura, segna con forza il mondo di questo dramma. Fin dall’inizio, lo spazio domestico si rivela un luogo dove ogni parola, ogni gesto, risuonano di menzogne, non detti, e silenzi, caricati di tensione e verità inguhiottite dalla ipocrisia, accumulate per anni senza mai esplodere.

Foto di scena Luigi De Palma

Una delle innovazioni più potenti della regia è la scelta di rendere visibile in scena l’amico di Brick: Skipper, un ex compagno di squadra morto suicida perché innamorato di Brick e forse da lui ricambiato, figura che nel testo originale del drammaturo americano esiste soltanto nella mente del protagonista, il fantasma erotico di questo, e di un’omosessualità vissuta o immaginata fra desiderio e senso di colpa. Nell’allestimento di Lidi, invece diventa qui una presenza concreta, tangibile. Skipper ,un convincente Riccardo Michelettisi, aggira per la scena in boxer bianchi, attraversando la stanza in silenzio, con movimenti lenti e gesti quasi rituali. È lui a portare ossessivamente a Brick le bottiglie d’alcol, quasi invitandolo a scolare quell’ultimo goccio di whisky in grado di lenire la ferita della sua scomparsa, e anestetizzare la nausea per un matrimonio che lo disgusta. Ed è ancora lui a spostare di continuo in ogni angolo della stanza uno specchio mobile, che si fa metafora di autocoscienza e di smascheramento, riflesso di una verità che ogni personaggio rifiuta di guardare dentro di sé.
Mentre gli altri attori indossano i costumi di scena che richiamano il vintage anni Cinquanta (sono curati da Aurora Damanti) protetti dalle maschere sociali e dalle convenzioni, Skipper e Brick e più avanti il padre, appaiono soltanto con i boxer, messi a nudo metaforicamente e fisicamente. Una scelta più simbolica che provocatoria, che spoglia i personaggi di ogni armatura sociale e rende visibile una verità emotiva prima o poi ineludibile.

Se negli anni Cinquanta l’omosessualità era un tabù indicibile, oggi non lo è più. Nell’allestimento di Lidi cade il velo di pudore allusivo che velava le prime messinscene del dramma: gli sguardi tra Brick e Skipper sono chiari, il sentimento che li lega è tangibile, a tratti struggente. Si avverte nella ricerca ostinata degli occhi anche da lontano, carichi di nostalgia e dolore, nei silenzi, nel modo in cui si lanciano la palla da rugby come fosse un gesto d’intimità, negli abbracci trattenuti. Lidi sembra voler eliminare ogni filtro, portando in superficie ciò che nel testo scottava sottotraccia.
Eppure Lidi non mette in scena un tema “superato”. Per lo spettatore di oggi quell’amore non è più uno scandalo, ma non è questo il punto. Che sia vero o presunto, vissuto o negato, rivendicato o represso, non è scandaloso: è semmai tragico. È un sentimento che Brick tiene nascosto, prima di tutto a se stesso, ancora prima che alla moglie o ai genitori. E allora che cosa ci inquieta davvero? Forse la consapevolezza che la finzione capace di scandalizzarci sulla scena è la stessa che regola, silenziosamente, il nostro mondo reale.

Ci turba perché il dramma di Tennessee Williams non racconta soltanto una famiglia degli anni Cinquanta, sotto l’ombra del maccartismo. Parla di noi. Delle nostre ipocrisie quotidiane, delle maschere sociali che indossiamo, delle menzogne che raccontiamo o per convenienza o per paura. Delle violenze sottili, di quei ricatti silenziosi che tengono insieme ancora oggi la famiglia.
Le nostre ipocrisie oggi hanno assunto una forma diversa: un conformismo più sottile ma non meno pervasivo. Si mascherano da politicamente corretto, da ortodossia culturale, da conformismo intellettuale che decide cosa sia dicibile, chi possa parlare, quali parole siano ammesse e quali debbano essere censurate. Lo stigma sociale non è scomparso: si è trasformato. È diventato “social”, amplificato dallo sguardo collettivo, dal giudizio di una platea invisibile e permanente. Resta la paura di uscire dal coro, il bisogno costante di aderire a un modello riconosciuto. La pressione a essere ciò che gli altri si aspettano, non è affatto diminuita.

Foto di scena Luigi De Palma

Il turbamento nasce da questa tensione ancora irrisolta fra autenticità e ipocrisia. Lidi mette a nudo con crudele lucidità proprio questo: la verità scotta piu della menzogna, quella che non diciamo a noi stessi e quella degli altri che non vogliamo ascoltare.
Brick è un uomo che non ha il coraggio di stare nella propria verità, di pronunciare il proprio desiderio, di riconoscersi senza vergogna. E attorno a lui tutti i personaggi fanno lo stesso.
Tutti sono ipocriti e tutti mentono. Mentono Gooper (fratello di Brick) e la moglie Mae, genitori di una masnada di ragazzini: due rapaci avidi che fingono affetto nei confronti del Papà per salvaguardare i propri interessi riguardo alla futura e cospicua eredità che li attende. Mente Maggie riguardo al suo matrimonio con Brick senza sesso, sul suo desiderio frustrato e inappagato. Mente Big Mama, ricoperta di lustrini luccicanti: inascoltata e spesso ridicolizzata, preferisce non vedere né il disprezzo del marito né il tormento che consuma il figlio. È questa la ferita che attraversa l’intero spettacolo a chiamarci in causa: la nostra incapacità di comunicare, di essere autentici – imperfetti, vulnerabili, semplicemente umani. Per non incrinare l’immagine che abbiamo costruito del mondo e di noi, per non esporci al rischio. Preferiamo restare sul tetto che scotta, come la gatta.


Il cast affiatato e carico di energia vitale è composto da Valentina Picello, Fausto Cabra, Orietta Notari, Nicola Pannelli, Giuliana Vigogna, Giordano Agrusta, Riccardo Micheletti, Greta Petronillo, Nicolò Tomassini. Una compagnia di attori, attrici e professionisti con i quali Lidi collabora da anni,
Valentina Picello, nel suo vestitino celestrino, è una Maggie feroce e fragile insieme: combattiva, nervosa, sensuale, ironica e pungente, arrabbiata, isterica. Sincera e interessata all’eredità del suocero. Disperata ma lucidissima, non si dà pace e non si arrende: è una donna che è scappata dalla povertà dell’infanzia, che ha conquistato con fatica una posizione sociale e non ha alcuna intenzione di rinunciarvi. Rivendica il proprio desiderio di felicità con l’uomo che comunque ama anche se lui la respinge. E anche se il tetto scotta, non scende, resta salda su quel tetto. Nel finale Maggie si spinge a un’ultima menzogna: annuncia di essere incinta, poiché solo la continuità della stirpe garantisce la trasmissione del patrimonio di Big Daddy. Nessuno le crede davvero, ma Brick, non la smentisce. Una bugia che riapre il gioco di finzione o forse Brick accetterà di andare a letto con lei. Forse Maggie, “la gatta”, resterà davvero incinta.

Foto di scena Luigi De Palma

Il Brick di Fausto Cabra si mostra svuotato, inerte, vulnerabile, “disordinato”: capelli arruffati, il pigiama ancora indosso come se fosse appena sceso dal letto, lo sguardo vitreo, assente. Il suo corpo è attraversato da una tensione emotiva tangibile, espressa nei gesti trattenuti e negli sguardi, più eloquenti di qualsiasi parola. E quegli occhi come congelati in un dolore muto diventano richieste, rimorsi, accuse. Rannicchiato a terra, privo di forze, Brick tace o si limita a monosillabi, risposte brusche ed evasive, come se ogni parola fosse uno sforzo insostenibile. Quando si muove, avanza saltellando su una gamba sola, a causa dell’incidente subito: un’immagine fin troppo evidente della frattura nella sua identità eterosessuale costruita e imposta e dell’irrisolta l’omosessualità .
Rende tangibile anche il dialogo erotico, silenzioso e disperato, che continua a intrattenere con l’amico e collega Skipper, presenza e assenza che ancora lo abita. Un solo urlo, una volta soltanto, esplode davanti alla famiglia: “Come fate a parlare in modo così volgare di una cosa così speciale?”. In quell’improvvisa deflagrazione affiora il tormento segreto del personaggio, il suo non detto, quel silenzio denso di verità e attraversato dal senso di colpa per il suicidio di Skipper.

Nicola Pannelli incarna con brutale fierezza il potere e l’orgoglio di un uomo chi si è fatto tutto da sé, diventato il ricchissimo proprietario di un’immensa piantagione di cotone, “ventiduemila ettari della terra più fertile al mondo, seconda solo alla valle del Nilo”. Il suo Big Daddy è volgare, cinico, tagliente, pronto a mortificare senza scrupoli la moglie devota. Eppure, quella corazza arrogante si incrina davanti al figlio che ama, a modo suo, certo. Forse è proprio Big Daddy l’unico a non mentire, nemmeno a sé stesso. Il confronto tra Brick e il padre rappresenta il vertice emotivo dell’allestimento, il momento di massima tensione e verità scenica. Padre e figlio si confrontano senza filtri, spogiandosi, anche solo per un istante, letteralmente e simmbolicamente, delle maschere. ll corpo messo a nudo di Big Daddy, che adesso indossa anche lui soltanto un paio di slip, diventa simbolo della caduta delle menzogne. Patriarca abituato all’’onnipotenza, prima ingannato dalla menzogna della guarigione, davanti all’ipotesi della propria morte, comprende che non ha più senso mentire; nè al figlio, né alla vita, né a sé stesso. E scopre una fragilità ed una tenerezza per il figlio alcolizzato, sportivo fallito. Ed è proprio in quella nudità – fisica ed emotiva – che lo spettacolo tocca il suo vertice più doloroso e necessario.

Repliche programmate: 26 febbraio 2026 – Teatro Camploy – Verona; 28 febbraio – 3 marzo 2026 – Circuito Teatrale Pualiese (date e teatri vari in Puglia);10 aprile 2026 Teatro Sociale – Como; 15-19 aprile 2026 – Teatro India – Roma; 21 aprile – 3 maggio 2026 – Teatro Franco Parenti – Milano (nuovo ciclo di repliche dopo quelle di febbriaio)

Newsletter

Follow us

Scelti per te

“Legendary 80s” a Milano: Basquiat, Haring, Scharf e Warhol in mostra da Deodato Arte

È all’interno di questa trasformazione che prende forma la mostra “LEGENDARY 80S”, presentata da Deodato Arte negli spazi di Via Nerino 1 dal 5 al 28 marzo 2026. Il progetto riunisce quattro figure centrali di quella stagione — Jean-Michel Basquiat, Keith Haring, Kenny Scharf e Andy Warhol — artisti diversi per linguaggio ma accomunati dalla capacità di trasformare l’arte in un dispositivo visivo immediato, capace di dialogare con la società del proprio tempo.

Matteo Mandelli: arte, algoritmi e materia nella grande antologica di Quingentole

Dal 7 marzo al 10 maggio 2026 l’ex Palazzo Vescovile di Quingentole, nel mantovano, ospita la prima mostra antologica dedicata a Matteo Mandelli, in arte You, artista tra i più riconosciuti in Italia nel campo delle ricerche che indagano il rapporto sempre più poroso tra mondo fisico e dimensione digitale.
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, igornalista professionista di lungo corso e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi delle pagine di cultura, libri, arte, teatro, psicobenessere. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e che non si finisce mai di scoprire e di raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato due libri di poesie Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni) e Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore).

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui