Puoi toccare ma non guardare. Siamo abituati a sentire il contrario, ma VALIE EXPORT ci dice esattamente questo. È il 1968, quando una giovane vent’ottenne fa parlare di sè lungo le strade di varie città, nuda nella parte superiore del corpo, coperta solo da una scatola di cartone bucata, mascherata da una tendina a simulare il sipario di un teatro. TAPP und TASTKINO, letteralmente TAP and TOUCH CINEMA, cinema del tocco, è il titolo della performance che l’artista porta avanti fino al 1989, durante i festival di cinema, insieme a Peter Weibel, il quale, con un megafono, invita i passanti a infilare le mani nella scatola e palpare il seno nudo dell’artista. Per la prima volta il film diventa tattile, non c’è niente da guardare qui. Si tratta di uno dei primi esperimenti di cinema espanso e rivendica il ruolo della donna nelle pellicole del tempo, denunciandone la passività e lo sfruttamento a mero oggetto estetico. Da sempre attivista femminista, VALIE EXPORT (Linz, 1940) rivendica la padronanza del proprio corpo attraverso un’azione performativa che all’epoca fece molto discutere, una dichiarazione di libero arbitrio senza eguali.
Riappropriazione dello spazio urbano, ritualità del corpo e dei suoi movimenti, matericità della produzione, il tutto attraverso un punto di vista e un approccio femminista della parità e dell’uguaglianza, sono i punti cardine della produzione e della poetica di VALIE EXPORT. Questi argomenti, ancora oggi temi caldi nella discussione contemporanea, attraversano anche la ricerca di un’altra artista contemporanea: Ketty La Rocca (La Spezia, 1938 – Firenze, 1976), tra le figure più originali e influenti dell’arte italiana tra la metà degli anni ’60 e ’70.

EXPORT e La Rocca condividono ideologie e approcci comuni nonostante le due artiste non si siano mai incontrate. Sta qui la forza del progetto curatoriale di Andrea Maurer e Alberto Salvadori alla galleria milanese Thaddaeus Ropac, in collaborazione con Studio VALIE EXPORT e Archivio Ketty La Rocca. Fino al 28 febbraio 2026 sarà infatti visitabile la mostra dal titolo BODY SIGN, la seconda dall’apertura. Si tratta di un dialogo inedito, in cui le opere si sposano perfettamente nello spazio espositivo e comunicano tra loro come parte di un medesimo progetto. Sono certamente riconoscibili due mani diverse, ma sembrano quasi realizzate apposta per parlarsi, come fossero pensate per essere viste nella stessa sala. Non si tratta di invalidare la potenza espressiva delle singole opere ma di sottolineare come la vera forza stia nell’unione.
Ad accoglierci è l’opera del 1972 di Ketty La Rocca, Appendice per una supplica, un video muto in cui mani femminili e maschili eseguono una sequenza di movimenti e comunicano con lo spettatore in un modo diverso rispetto a quello canonico della parola, a dimostrazione dell’esistenza di infinite modalità espressive e forme di linguaggio; in analogia le parole di VALIE EXPORT “qualunque cosa parla anche se non utilizza le parole”. Le artiste femministe degli anni ’60 sono state in grado di aggirare la forma standard di linguaggio, ovvero quella della parola, dominata dal maschile patriarcale, facendosi largo con forme d’espressione diverse, gestuali e gentili, riuscendo a decostruire e ricostruire metodi alternativi di comunicazione, non ancora intaccati dal dominio autoritario maschile.
Le mani e il gesto sono infatti elementi centrali nella poetica delle due artiste, diventando mezzi di comunicazione potentissimi, elementi visivi che intavolano discorsi profondi, stimolando interrogativi e riflessioni. Ne è un esempio la tela Appendice per una supplica, realizzata da Ketty La Rocca nel 1971 ed esposta nella seconda sala della galleria. Qui la mano dell’artista, dalle unghie consumate, mangiate dal dolore e dalla sofferenza, ci racconta di un corpo dilaniato che chiede aiuto, ci supplica e parla a nome di tutte le donne nel mondo dell’arte e per estensione di tutte le donne del mondo, portando a galla la difficoltà nell’essere ascoltate, emancipate, prese sul serio in un sistema quasi esclusivamente maschile e pensato per il maschile.

Interessante in questi lavori è anche la componente materica che richiamano. Nonostante si tratti perlopiù di fotografie e video, medium estremamente innovativo per l’epoca, quindi mezzi in cui l’esperienza tattile è pressoché nulla, la sensazione che trasmettono è comunque quella di un materiale caldo, concreto e tangile. Pensando ad esempio all’opera SYNTAGMA, video di 18 minuti realizzato da VALIE EXPORT nel 1983, salta subito alla mente come non si tratti di un cortometraggio nel senso tradizionale del termine. EXPORT fa della sperimentazione la chiave d’esecuzione di questo lavoro, proiettando alcune riprese su fogli di carta stropicciati, filmando il tutto e montandolo, insieme ad altre scene, nel prodotto finale.
L’utilizzo di superfici alternative, dalla carta alle pareti, è proprio l’elemento che restituisce matericità all’intero corto, facendoci scoprire come l’intangibile può effettivamente restituire la sensazione di tattilità, esattamente come racconta egregiamente Giulia Bruno in Superfici: a proposito di estetica, materialità e media. Giocando sulla sovrapposizione di realtà e immagine, nel girato l’artista fa camminare una donna davanti al video della stessa, ripresa mentre scende le scale. Entrano così in gioco più piani di visione, rendendo complessa e stratificata la fruizione. Innovativo non è solo l’uso della tecnologia ma anche gli effetti speciali che questa offre.

In SYNTAGMA vediamo come EXPORT si diverta a dividere il video in spezzoni, riproducendone alcuni in reverse, specchiando le immagini e utilizzando l’effetto di inversione cromatica che rende i colori chiari scuri e viceversa. Da citare è anche il largo uso di primi piani su specifici dettagli del corpo femminile, occhi, mani e piedi catturano la nostra attenzione, coinvolgendoci emotivamente. Il concetto di Expanded Cinema, da lei coniato insieme all’omonimo movimento, trova qui il suo compimento effettivo.
Ketty La Rocca e VALIE EXPORT non si sono mai incasellate nell’uso specifico di un solo medium ma hanno sempre preferito sperimentare e espandere la loro pratica attraverso più strumenti, dalla performance alla fotografia, dal video alle sculture in pvc, selezionando il mezzo più adatto per esprimere il messaggio e le riflessioni di cui ogni opera è portatrice. La mostra BODY SIGN, il cui titolo deriva da un’opera di EXPORT, restituisce appieno la varietà della loro produzione e la versatilità di due grandi artiste che, nonostante siano tra le più visionarie voci dell’Arte Concettuale degli anni ’60, parlano ancora alla realtà di oggi, sollevando questioni più che contemporanee.


