Bisognerà forse un giorno rendere merito a questo nostro cinema indipendente che continua a fornire prove di tutto rilievo e interesse nella descrizione di una provincia che, nel solco della tradizione italiana, continua tutt’oggi a essere uno degli aspetti fondamentali del paese. Penso, per fare un solo esempio al recente ed emozionante, piccolo grande film, Le città di pianura, opera seconda di Francesco Sossai – trentasei anni, diploma di regia a Berlino, dopo gli studi romani in Letteratura inglese e tedesca – presentato in concorso a Cannes 2025 nella sezione Un certain regard (che mette in luce visioni singolari e talenti emergenti del cinema mondiale) riscuotendo un notevole successo di critica e che dal 25 settembre è arrivato nelle sale italiane.
Fedele alla vocazione “analogica” e rétro dei suoi due personaggi, il film è girato in pellicola, nel classico 35 millimetri e nel 16 millimetri, quello praticato da Wim Wenders. Le riprese si sono svolte in diverse località del Veneto, principalmente nella pianura padana e nell’entroterra, tra cui Sedico, Feltrino, Padova, Chioggia e Treviso. Luoghi di’infanzia che il regista nato nelle dolomiti bellunesi, a Sedico, conosce bene. La sceneggiatura è firmata dallo stesso Sossai insieme ad Adriano Candiago; si sono ritirati, ha raccontato il regista, sui colli della Pedemontana, in una chiesa abbandonata e hanno messo appunto la road map del film. Suggestiva la fotografia notturna di Massimiliano Kuveiller caratterizzata da una palette di colori saturi, inclusi blu e verdi, che sa catturarne l’atmosfera straniante. La colonna sonora è affidata alle originali creazioni di Marco Spigariol, in arte Krano, musicista che lavora sulla contaminazione tra country e musica tradizionale veneta.

La trasformazioni del paesaggio nella campagna del nordest
ll film di Sossai è semplicemente incantevole. Racconta per immagini le trasformazioni di un paesaggio. Il suo. Quello veneto. La provincia veneta dimenticata nella sconfinata campagna che non è più campagna ma che non è ancora diventata città. Una commedia in salsa agrodolce, che sembra recuperare lo spirito del cinema di Carlo Mazzacurati, e che pare quasi l’America country, malinconica e disperata, raccontata da Wim Wenders o la Helsinki notturna di Aki Kaurismäki popolata da figure stralunate, che si arrangiano come possono, perdenti e sconfitti ma con una profonda umanità.
Sossai racconta dolcezze e squallore di questo paesaggio in via di trasformazione, violato dalla volgarità indifferente dell’industrializzazione, che ha trasformato il territorio in un capannonificio, i paesi in luoghi senza storia, pub in stile western, trattorie chiuse come quella della Meri, leggendaria per lumache e polenta, bar al neon semi vuoti, palazzine di cemento, villette a schiera e ville settecentesche ancora in mano a nobili decaduti con il cartello vendesi. Epperò luoghi ancora custodi di segrete meraviglie. Come la Tomba Brion di Carlo Scarpa ad Altivole, che diventa la meta ultima di questo road movie grottesco, amaro, sgangherato, ad alto tasso alcolico, attraversato da una malinconia, lieve e profonda. Se pure pieno d’ironia, c’è un lato affettuoso che accompagna la narrazione e scava in profondità, con una delicatezza sorprendente. Una leggerezza piena di garbo e di simpatia, una tonalità che potremmo definire amorosa nello sguardo di Sossai verso questa terra e i suoi attori/personaggi anche nel modo in cui vengono ripresi.
Protagonisti Carlobianchi (tutto attaccato) e Doriano (gli attori Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla), due spiantati cinquantenni – figli di un mondo al tramonto, quello del miracolo del Nord Est, e stranieri in quello che vivono oggi, sotto sotto incolpevoli nella dissipatezza delle loro vite vagabonde, del resto loro lo hanno scoperto il segreto del mondo, ma da sobri non se lo ricordano più. Con il sedere piantato su una vecchia Jaguar nera rattoppata viaggiano sulle strade secondarie del Veneto, in cerca di quell’ultimo bicchiere di birra che non è mai davvero l’ultimo. Perché, come dice Carlobianchi, la teoria economica dell’utilità marginale decrescente, secondo la quale la soddisfazione tratta dal consumo di un bene diminuisce all’aumentare della quantità di quel bene consumato, non si applica nel caso dell’alcool.

Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla sono una scoperta fulminante, un duo inarrestabile. Li troviamo in macchina sprofondati in un sonno alcolico, risvegliati dal clacson di protesta di un macchina e dalla livida luce verde e rossa del semaforo: è notte e i due all’indomani devono andare a prendere un loro amico, Eugenio detto Genio (l’attore Andrea Pennacchi), all’aeroporto (ma dov’è che arrivava? A Venezia? A Treviso?, boh): è andato a vivere in Argentina 17/18 anni prima, nel 2007, per sottrarsi ad un’accusa di associazione a delinquere e sta tornando anche per recuperare il tesoretto nascosto da qualche parte ricavato da un corposo giro di occhiali da sole sottratti alle fabbriche locali e rivenduti clandestinamente.
Nell’ennesima sosta alla ricerca di un’ennesima birra, in un bacaro a Venezia, i due amici si imbattono nei festeggiamenti di laurea di una ragazza e vi si accodano nella speranza di un brindisi. Accalappiano Giulio (Filippo Scotti), un giovane studente di architettura, un timido napoletano segretamente innamorato della festeggiata, che vorrebbe però solo tornare a casa presto per ripresentarsi in facoltà il giorno dopo, ma chissà come lo coinvolgono nei loro vagabondaggi. Carlobianchi e Doriano guardano indietro, Giulio guarda avanti; loro sono contrari a Google Maps e preferiscono disegnarsi il percorso sui foglietti di carta. Eppure tra ricordi sfocati e battute surreali, spesso ubriache, in mezzo a queste chiacchiere sconnesse, qualcosa accade: una forma di intimità improvvisa. Nell’arco di una notte e un giorno, l’incontro con questi due improbabili maestri di vita, diventa un momento condivisione momentanea ma profonda dei loro smarrimenti e solitudini.

Il memoriale Brion, ultima meta del viaggio alcolico-poetico
Anche l’architettura diventa un file rouge di questa storia sgangherata. Giulio ha una grande passione per Carlo Scarpa, tiene stretto come una reliquia il libro Atlante delle architetture, uscito nel 2006 in occasione del primo centenario della nascita del grande architetto veneto, edito da Marislio. Un vero e proprio ritratto per immagini dell’opera scarpiana. La stessa passione che appartiene al regista: “Scarpa è stato prima di tutto un umanista puro, dalle forti capacità di sincretismo culturale. Una dote che vorrei appartenesse anche al mio cinema. Dentro la Tomba Brion, ad esempio, si respirano echi di Venezia e allo stesso tempo del Giappone, ossessivamente presente nella sua ricerca artistica, attraverso una lenta e progressiva scoperta, trovando ispirazione per la sua architettura nella poesia di Matsuo Bashō, nei suoi haiku”, ha raccontato ancora Sossai.
Tra le scene più potenti, c’è quella della visita a questo capolavoro dell’architetto veneziano a San Vito di Altivole, che Giulio desidera ardentemente vedere e che diventa l’ultima meta di questa specie di viaggio alcolico di formazione esistenziale. Per Carlonianchi e Doriano, non è un luogo di memoria o d’arte, ma l’ennesimo spazio sconosciuto, mai visitato prima nonostante la vicinanza. “Ma come fate a vivere qua e a non sapere niente di dove vivete?”, chiede Giulio, che è napoletano, ai nuovi amici, che non vedono mai la bellezza. Sul grande schermo scorrono le magiche e inconfondibili architetture scarpiane, regalandoci suggestioni poetiche.

Il memoriale Brion sorge ai margini di un piccolo cimitero di campagna, circondato dai campi e dalle colline trevigiane. Fu commissionato nel 1969 da Onorina Brion Tomasin, in in memoria dell’amato coniuge Giuseppe Brion, prematuramente scomparso, nato a San Vito di Altivole, fondatore e proprietario della Brionvega, nota nel mondo per i suoi apparecchi elettronici di altissimo design, disegnati da Mario Bellini, Franco Albini, Ettore Sottsass e Gino Valle, presto entrati nelle collezioni dei più importanti musei internazionali. Parliamo della radio TS502 del 1964, detta Radio Cubo, di Zanuso e Sapper, presente anche al MoMa, o il radiofonografo RR126 dei fratelli Castiglioni, il televisore Doney 14, un oggetto splendido, con cui l’azienda vinse il primo Compasso d’Oro nel ’62.
“Nel momento in cui entraiamo a Brion, porto anche lo spettatore dentro quel luogo, come in una vera e propria visita che accade all’interno del film. In un’opera dove tutto è in movimento, dove si passa in maniera molto frenetica da un luogo all’altro, mi sembrava fondamentale far provare allo spettatore l’esperienza concreta dell’essere lì”. Costruita tra il 1969 e il 1978, (e donata dalla famiglia Brion al Faia nel 2022) è anche l’ultima opera del grande architetto veneziano, morto accidentalmente a Sandai, cadendo da una scala, nel suo ultimo viaggio in Giappone in cui stava ripercorrendo i tragitti descritti dal poeta errante Matsuo Bashō. “Curioso se pensiamo quanto siano importanti le scale nell’opera scarpiana”, dice Giulio. Ed è qui, in un angolo quasi nascosto, che Scarpa ha voluto farsi seppellire. In piedi, come un samurai, come da suo desiderio espresso, “perché quando la carne non tiene più le ossa franano e io mi diverto a sentirle”. il progetto andava oltre la costruzione di un semplice sepolcro familiare: divenne per Scarpa la realizzazione di un paesaggio spirituale. Una sorta di sublime “cittadella del commiato”, spiega con emozione ai due nuovi amici di bevute il futuro architetto Giulio, “un dispositivo poetico per l’elaborazione del lutto”, citando la definizione che ne ha fatto Margherita Guccione, architetto, direttore scientifico del Grande MAXXI.
Una sballata on the road di incontro fra generazioni, profondo e sorprendente. E di inaspettate epfanie di bellezza. In questo mondo abbruttito da guerrafondai e da odiatori seriali, c’è ancora un barlume di speranza. E di umanità. Nelle città di pianura.



film bellissimo,
comunque Carlo Scarpa non è stato sepolto in piedi. Lo voleva ma poi non è accaduto. Resta una leggenda metropolitana.
Tremendo. Easy Rider dei poveri