Paolo Sorrentino è tornato. E lo ha fatto con un film che, pur riportandoci nel territorio a lui più congeniale – quello del potere e dei suoi volti – segna anche una svolta, o meglio una maturazione, del suo percorso artistico. La grazia, scelto come film d’apertura della 82ª Mostra del Cinema di Venezia, ci consegna un ritratto che unisce l’acume politico all’introspezione umana, intrecciando legge e vita privata, dovere istituzionale e fragilità individuale.
Il protagonista è Mariano De Santis, Presidente della Repubblica a fine mandato, interpretato dal fedelissimo Toni Servillo. La sua figura porta inevitabilmente alla memoria l’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ma Sorrentino non intende proporre un biopic mascherato. Piuttosto, costruisce un personaggio che vive sul confine tra realtà e invenzione.
De Santis si trova a dover decidere su tre questioni spinose: una legge sull’eutanasia e due richieste di grazia che ruotano, anch’esse, intorno al tema del fine vita. È il cuore politico del film, ma anche la porta d’accesso a un dramma più intimo. Perché il Presidente, dietro la compostezza e l’autorità, è un uomo anziano, segnato dalla perdita della moglie e tormentato dal ricordo di un tradimento che lo perseguita da quarant’anni.

Laddove Andreotti ne Il divo appariva come un enigma impenetrabile e Berlusconi in Loro come un teatrante smisurato, De Santis è un uomo fragile, persino spaesato. Il suo soprannome, “cemento armato”, stride con la verità che il film porta in superficie: quella di un Presidente che può leggere con lucidità chirurgica una legge, ma che si smarrisce davanti alle pieghe imprevedibili dell’amore e della memoria. Un Presidente che porta sul volto le crepe del tempo e nell’anima il peso del dubbio. Mariano De Santis non è un monolite, ma un uomo in rovina interiore, un sovrano stanco che ha smarrito la sicurezza dei codici e si ritrova a brancolare nella zona grigia della vita.
Sorrentino stesso ha definito La grazia “una storia d’amore”. Ed è proprio questa la chiave più sorprendente. Il film è, sì, una riflessione sul potere e sui dilemmi etici del nostro tempo, ma è anche – e forse soprattutto – il ritratto di un uomo che continua a conversare con il fantasma della moglie defunta. Un amore che resiste al tradimento, che sopravvive alla morte, che si ripresenta nei momenti più inaspettati, come un ospite segreto della vita quotidiana.
Sorrentino, che negli ultimi anni aveva scelto il registro dell’intimismo (È stata la mano di Dio, Parthenope), sembra qui compiere una nuova torsione del suo cinema: dal racconto del potere al racconto della fragilità che lo abita. La grazia non è soltanto un film politico, ma un film sulla vulnerabilità umana quando è costretta a coincidere con la responsabilità istituzionale. Ecco allora che il Presidente si rivela tutt’altro che indistruttibile: ascolta Guè, si perde nei labirinti affettivi dei figli, e soprattutto continua a conversare silenziosamente con un’assenza, quella della donna che lo ha ferito e insieme definito.

C’è una tenerezza insolita nello sguardo di Sorrentino. La solennità dei palazzi istituzionali viene interrotta da piccoli dettagli domestici: una cena frugale imposta dalla figlia Dorotea, un brano musicale ascoltato ossessivamente, la complicità leggera con un corazziere, persino una videochiamata che diventa inattesa occasione di pacificazione.
Accanto al Presidente c’è Dorotea, interpretata da Anna Ferzetti: figlia e giurista, donna che tenta di decifrare il padre senza mai riuscirci del tutto. Il loro rapporto, fatto di vicinanza e incomunicabilità, aggiunge un ulteriore strato alla figura di De Santis: non soltanto Presidente e vedovo, ma anche genitore imperfetto, incapace di cogliere appieno i bisogni dei figli.
Il dubbio ne La grazia è il vero protagonista. Non il dubbio astratto, filosofico, ma quello che corrode le certezze giuridiche e religiose di un uomo cresciuto nella tradizione democristiana e credente. Il dubbio sulla legge, sul fine vita, sul senso stesso di una vita spesa nelle istituzioni. E il dubbio, infine, sul proprio passato, che non smette di riemergere come una ferita mai cicatrizzata.
Il cinema di Sorrentino resta sempre fedele a se stesso: barocco, ironico, capace di mescolare il sublime e il grottesco. Ma ne La grazia la magniloquenza lascia spazio a una compostezza nuova, a un’eleganza più raccolta. Ci sono dialoghi che sfiorano la comicità irresistibile – memorabili quelli con l’esuberante Coco Valori, interpretata da Milvia Marigliano – ma il registro generale è più intimo.

Visivamente, il film alterna gli spazi solenni del potere alle atmosfere più delicate della vita privata. Roma non ruba mai la scena al dramma interiore del protagonista. La macchina da presa, più che sui simboli, sembra indugiare sugli sguardi, sui silenzi, sulle esitazioni. È un cinema che cerca la verità non nei riti del potere, ma nelle incrinature dell’animo umano.
Non si può parlare de La grazia senza celebrare Toni Servillo. Attore feticcio di Sorrentino, qui trova uno dei ruoli più complessi della sua carriera. Il suo Mariano De Santis è allo stesso tempo austero e fragile, ironico e malinconico, inflessibile nelle istituzioni e vulnerabile negli affetti. È un personaggio che vive di contraddizioni, e Servillo sa restituirle con una naturalezza che commuove ogni volta. Il film affronta temi urgenti e delicati – il diritto all’eutanasia, il ruolo delle istituzioni, la fragilità del potere – ma lo fa senza mai perdere di vista l’essere umano che si cela dietro la carica.
Non sorprende, dunque, che la Mostra di Venezia abbia scelto questo film come apertura della sua 82ª edizione: La grazia testimonia la statura di un autore capace di coniugare la lirica del privato con la riflessione sull’universale, di passare dalla vertigine dei sentimenti alle gelide sale del Quirinale senza smarrire il suo sguardo poetico. E, soprattutto, ci restituisce l’immagine di un uomo che, pur indossando la fascia tricolore, resta nient’altro che un fragile interprete della vita, prigioniero e custode insieme del mistero che la attraversa.



