Francis Lawrence, affidandosi alla cupa visione di Stephen King, porta sullo schermo un romanzo distopico ambientato in un presente alternativo, La lunga marcia. Il romanzo, uscito nel 1979 e pubblicato sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, ci porta in una storia ambientata negli Stati Uniti, un paese costretto da un asfittico regime militare che governa con il ferro e la fame un paese prostrato dalla depressione economica, e che per cementare il consenso ha inventato un rito. Cinquanta adolescenti, uno per stato, vengono scelti per camminare senza sosta verso sud, in quella che non a caso viene denominata la lunga marcia.
Chi rallenta, chi si ferma, chi cede alla logica del riposo, viene eliminato. L’ultimo sopravvissuto otterrà un premio smisurato. Il protagonista, Raymond Garraty, è un ragazzo del Maine che porta nel passo il peso del lutto e della vendetta: suo padre è stato giustiziato per aver osato dissentire dal regime. La marcia per lui è una conversazione differita con il potere, un corpo a corpo silenzioso con il sistema. I giorni si accumulano come chilometri. I personaggi che camminano a fianco a lui, Pete, Stebbins, Art, Collie, riflettono un modo diverso di rispondere alla fatica e all’inevitabile.

La lunga marcia è un’opera ben confezionata, coinvolgente, e che porta con sé una storia produttiva lunga quanto la marcia che racconta. George Romero ne aveva fiutato le possibilità negli anni ’80; Frank Darabont ne aveva acquistato i diritti nel 2007; la regia era passata per le mani di André Øvredal prima di approdare a Lawrence. Il cast, composto da Cooper Hoffman, David Jonsson, Charlie Plummer, Roman Griffin Davis, con Mark Hamill nel ruolo del Maggiore e Judy Greer in quello della madre del protagonista, porta sullo schermo qualcosa che King aveva scritto da giovane e che non ha smesso di essere vero, ovvero che i sistemi totalitari non hanno bisogno di costringere chi non ha nulla da perdere. Basta offrire una speranza abbastanza piccola da sembrare raggiungibile. La lunga marcia è un film che parla di cosa siamo disposti a fare per continuare a vivere. Ha il sapore dello slasher e l’attitudine di un’opera bellica; è come se questa lunga marcia si trasformi per certi versi in una corsa continua e dissennata per sfuggire da un mostro, e nonostante questo tra i personaggi si sviluppa una sorta di vicinanza, un’amicizia durante il cammino che devono compiere, insostenibile e doloroso sia dal punto di vista fisico che mentale.

È un adattamento solido e convincente di uno dei romanzi forse più sottovalutati di Stephen King, e anche uno dei più difficili da tradurre al cinema perché il ritmo della narrazione viaggia sul dorso dei dialoghi, trova il proprio punto di forza nella relazione che si instaura tra i personaggi, momenti e situazioni che evidentemente sono estremamente valorizzate dalla penna affilata di King ma che possono trasformarsi in un limite in un’opera cinematografica. Questo fortunatamente non succede. La lunga marcia ha un buon ritmo, non si percepisce mai la reiterazione dello scenario, che comunque resta quello di una marcia continua, e il lungometraggio assume la postura di una vera e propria epopea orrorifica, capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo con la stessa ostinazione con cui i suoi protagonisti tengono i piedi sull’asfalto.
Mark Hamill nel ruolo del Maggiore merita una menzione separata. Lontano da ogni tentazione caricaturale, costruisce un antagonista disturbante, il volto presentabile del potere assoluto, e Hamill lo abita con una bravura talmente sottile che rimane addosso anche dopo i titoli di coda. Quest’opera non fa che trasformare il corpo in uno strumento di sopravvivenza, e l’intera realtà in una strada da attraversare, e la nazione in un circo della morte senza speranza. Una fotografia piuttosto esemplare di una generazione spinta a muoversi senza sosta, finché qualcuno non deciderà che è giunto il momento di farla crollare




