Ricordate il 2020? L’anno in cui il mondo ha smesso improvvisamente di correre, e il frenetico circo delle gallerie e delle fiere è stato costretto a un brusco arresto. Mentre il settore della cultura subiva una vera e propria «glaciazione», musei e fondazioni dalla fama mondale accumulavano polvere e le politiche delle istituzioni si dimostravano tragicamente inefficaci, una forma d’arte dimenticata ha deciso di fare un ritorno inaspettato: la mail art. Sì, parliamo proprio di quella gloriosa opposizione all’establishment artistico, basata sul banale e quotidiano (oltre che profondamente abitudinario) atto di spedire qualcosa per posta. Mentre la maggioranza di noi era impegnata a riscoprire la propria spiritualità dedicandosi allo yoga, oppure a perfezionare le proprie abilità culinarie, la mail art ci ha ricordato dell’esistenza dell’ufficio postale e della rete di scambio «tradizionale», ancora aperta al pubblico.
Curatori e artisti, improvvisamente costretti nei confini domestici, si sono ritrovati in una condizione che i mail artists conoscono da sempre: l’urgenza di aggirare i canali ufficiali. Le radici della mail art, fin dagli albori, sono radicate in un terreno intrinsecamente democratico e non destinato a fini puramente commerciali. Pratica eccentrica e giocosa, nasce come una corrente essenzialmente legata ai grandi movimenti artistici e culturali del secondo Novecento ma parallela al mercato. Annoveriamo tra i pionieri della mail art nomi come Anna Banana in Canada, o l’italiano vassallo della contro-cultura Vittore Baroni, che hanno alzato il suo ruolo a «costante guerra di guerriglia contro il mercato dell’arte». Come chiarito dalla stessa Banana: «la parte migliore della mail art è che tu non debba essere presente di persona per essere dentro un’azione».

Eppure, volendo puntualizzare, le basi concettuali del movimento affondano nelle avanguardie storiche di inizio XX secolo. Nel 1920, fu il futurista Ivo Pannaggi a creare e spedire piccoli lavori denominati Collaggi postali, mentre Giacomo Balla e Francesco Cangiullo diedero vita alla prima corrispondenza creativa in senso moderno. Inoltre, come in tutte le bizzarre notizie legate all’avanguardia, non poteva mancare anche la produzione dadaista di Marcel Duchamp, seguita da quella di Kurt Schwitters, i quali hanno contribuito a porre le fondamenta della corrente. Tuttavia, la svolta arrivò negli anni ’50, quando con un’azione sovversiva Yves Klein con il suo Francobollo blu riuscì a far circolare nei circuiti postali un’opera d’arte.
La nascita ufficiale della mail art è però riconducibile alla figura di Ray Johnson, che negli anni ’60 fondò la New York Correspondence School, istituzionalizzando de facto lo scambio di opere d’arte tramite il medium postale. Quest’evoluzione permise poi l’attuazione del capolavoro concettuale dell’artista On Kawara, il quale tra il 1968 e il 1977 inviò quotidianamente dei brevi telegrammi riportanti la frase: «I am still alive».

Il medium è il messaggio non ebbe mai incarnazione migliore. Fu una liberazione che influenzo profondamente la mail art, introducendo il concetto dell’azione condivisa e dell’inseparabilità del mittente e del destinatario partecipe in egual modo all’opera. Liberatasi così dai vincoli formali la mail art assunse tante modalità diverse per poi «soccombere» sotto le altre correnti nate grazie allo sviluppo tecnologico. O meglio, così è stato fino alla pandemia, che a suo modo ha fornito un nuovo campo di battaglia perfetto per arruolare altri artisti nelle sue fila.
Eliminati gli spazi fisici divenuti off-limits, i protagonisti della cultura hanno riscoperto il sistema postale come piattaforma essenziale per sopravvivere e mantenere la reciprocità. Il risultato? Sono comparse a cascata open call che puntavano alla connessione tra individui. In quel contesto dove tutte le interazioni erano mediate digitalmente e gli spazi offrivano mostre virtuali in ambienti asettici, spesso veloci scansioni 3D realizzate in occasione della crisi, la mail art offriva un frutto proibito: la tangibilità. Ossia, l’opportunità di ricevere un pezzo unico, fisico e maneggevole, manipolato ed inviato direttamente e non replicabile. L’ironia amara di tutto ciò parve evidente: nel tentativo di mantenere la sua natura democratica e diffusa, la mail art digitale finisce per scontrarsi con la natura della sua antenata, quella tattile e corporea, che proprio l’isolamento pandemico aveva reso preziosa. Non a caso, il vero successo è stato riscontrato dalle iniziative che si sono tenute saldamente ancorate alla fisicità dell’oggetto postale.

A partire da Printed Matter/St Marks, Santo patrono dei libri d’artista, che ha prontamente lanciato We Live in Real Time, una mostra che era una sorta di grido d’aiuto, accolto da oltre 1.200 artisti che hanno usato le cartoline per elaborare l’ansia collettiva del momento. Chiamata al dovere accolta anche dalla Bennington University che ha ideato interi archivi di mail art prodotta dagli studenti durante la quarantena, trasformando il medium in un caso di studio accademico sulla collaborazione in regime di lockdown.
Queste iniziative sono state un duro promemoria, mentre il mondo dell’arte trasmetteva i suoi itinerari virtuali, i veri artisti stavano cercando di spedire una maledetta cartolina per dire semplicemente che, usando le parole di Kawara, erano ancora vivi.
Esibizioni, come quella all’Università della Florida sulla pratica dell’artista messicano-olandese Ulises Carrión, sono dunque apparse improvvisamente meno come mere retrospettive storiche e più come una cronaca di una nuova, silenziosa battaglia. Con il passare degli anni e il ritorno alla normalità, l’urgenza è evaporata dirigendo i riflettori altrove ma sono stati promossi comunque dei tentativi di tramandare questa forma d’arte.

Ne è un esempio il progetto del 2024 «Mail Art e Video Art In Verticale» a Cagliari, che ha dimostrato come la mail art possa integrarsi con medium più moderni pur mantenendo la sua natura democratica e diffusa, anche grazie all’integrazione con il centro urbano. Occupando pareti e mura, interagendo con gli strati della storia. La mostra, curata dalla cooperativa Sémata e dall’Associazione Culturale Creativa, non si è limitata a esporre cartoline, ma ha celebrato il patrimonio culturale di Cagliari, arricchendo spazi storici come la Passeggiata Coperta e la Galleria dello Sperone del Bastione di Saint Remy.
Tirando le somme, la risposta al quesito posto da questo articolo sta nel bisogno sperimentato durante il lockdown, ossia quello di ricevere un pezzo d’arte fisico, un «dono» fatto a mano e completamente svincolato dalle regole dell’algoritmo e del marketing digitale. Forse il senso risiede proprio nel tenere a mente che, nel mezzo del rumore digitale, l’umanità manifesta ancora la necessità di esperire materialmente le cose.


