E così, alla fine, è stato cancellato, per ordine della Curia. L’angelo-Meloni, bizzarra intrusione di un restauratore folgorato sulla via di Palazzo Chigi tra i decori, pur recenti e di scarso valore, nella chiesa di San Lorenzo in Lucina, non potrà più essere visitato dalla consueta fila di curiosi che ormai non fanno mai mancare la loro presenza in qualsiasi episodio che si rispetti di forte eco mediatica, si tratti dell’ultimo fenomeno kitch televisivo come dell’ennesimo efferato delitto famigliare. Dal Vaticano si era già ribadito, nei giorni scorsi, che “le immagini d’arte sacra e della tradizione cristiana non possono essere oggetto di utilizzi impropri o strumentalizzazioni, essendo destinate esclusivamente a sostenere la vita liturgica”. Ha fatto bene il Vaticano? Diciamo pure che, al di fuori di ogni moralismo, era il minimo che ci si potesse aspettare da una Chiesa che volesse mantenere ancora a un minimo di rispetto, di autorevolezza e di indipendenza del proprio magistero. Ma quello che in pochi hanno fin qua rilevato era che l’operazione, pur buffa e dai risvolti sottilmente comici, non era affatto da rubricare come una burla o una qualsiasi attrazione turistica.
No, l’angelo-Meloni, a nostro avviso, non era un’attrazione qualsiasi. E, no, non è una burla innocua. Scandalizzarsi? Ma per carità: chi si scandalizza più di nulla, che si tratti di cose d’arte o di cose della politica, dove pure si è superato ormai da tempo qualsiasi livello di arroganza, di spudoratezza, di efferatezza, di violenza generalizzata e di deriva autoritaria globalizzata. Ma quest’angelo col volto della Meloni, nonostante la simpatia umana che può anche suscitare Bruno Valentinetti, il decoratore-burlone – con evidenti e conclamate simpatie per la destra e per il governo in carica, forte anche di una passata candidatura per la Fiamna Tricolore –, che ha pensato bene di realizzarlo in silenzio e in punta di piedi, pur sapendo benissimo che qualcuno, un po’ più scaltro e attento degli altri, prima o poi l’avrebbe portato allo scoperto (Marco Mottolese, su queste pagine, ha parlato di una “operazione alla Banksy”, perché, anziché chiedere permessi o realizzarlo in privato per una propria mostra, il burlone l’ha infilato di straforo nel restauro di una chiesa nel pieno centro di Roma); al di là, dunque, del divertimento che poteva provocare (ormai siamo abituati a tutto, e allora perché no anche un angelo, anzi no una Vittoria alata, col volto di Meloni?), avrebbe però dovuto farci fermare un attimo a riflettere sulla deriva a cui stiamo arrivando, o a cui forse siamo già ampiamente arrivati.

Perché no, non era una burla innocua, e non era la stessa cosa di piazzare il volto della Meloni, o di Salvini, o di altri politici, in opere satiriche di street art o sui social: se infatti queste ultime, di bassa o media qualità che siano, entrano pur sempre nella tradizione della pasquinata, della critica al potere (attività sacrosanta di qualsiasi consorzio civile, al di là di chi siede nelle stanze dei bottoni), quella dell’ossequioso decoratore innamorato (politicamente) della Meloni, rientra invece in ben altra tradizione: quella degli eterni genuflessi, degli adoratori, dei camerieri, dei giullari felici che omaggiano – se fatto con convinzione o meno, l’effetto è comunque il medesimo – il Capo. Rientra, cioè, nell’ordinarissima attività di esercizio di culto del potere, e della personalità, che accompagna ogni regime autoritario o aspirante tale. Dove, peggio ancora dell’imposizione di ritratti ufficiali e di faccioni imposti dall’alto, assai più funzionali sono gli atti di sottomissione “volontaria”, i piccoli grandi segnali del Capo “amato dal popolo”: come, ai tempi del ventennio, i compiti in classe dedicati al grande condottiero, le poesie ispirate al Capo, le sue effigi ripetute nei negozietti e nei bazaar; come, nella Russia putiniana, le effigi del Capo che compaiono da anni, ben prima dell’invasione dell’Ucraina, qua e là in mostre d’arte, in opere di street art, sulle magliette e sui cappellini, nei quadri dei dilettanti sulle bancarelle; e, allo stesso modo, come la ridicola paccottiglia che da anni accompagna il culto del Capo nel cosiddetto Movimento MAGA, tra gadget, celebrazioni kitsch e invenzioni di intelligenza artificiale, di cui oggi fanno ampio uso addiritturai canali ufficiali della Casa Bianca, un tempo sobri dispensatori di conferenze stampa, oggi trasformati in pacchiani e sfacciati megafoni personali delle megalomanie di un Presidente ben intenzionato, una volta salito al potere, a non mollarlo se non costretto con la forza (Capitol Hill docet).

Del resto, di segnali che anche noi ci stiamo dirigendo, con grande velocità e altrettanta incosciente euforia, come altri paesi un tempo pienamente democratici, a tappe forzate verso un regime autoritario, o per meglio dire di “democratura” (che della democrazia mantiene cioè le forme, ma applicando metodi di autoritarismo fattuale e diffuso), coadiuvati da un’opposizione ridicola, impotente e incapace di reagire e di intercettare le esigenze e le emergenze diffuse (altro tratto tipico, e concausa, di ogni regime che si rispetti), ce ne sono molti. Non bastassero i circa 50 nuovi reati che questo governo, nell’indifferenza o peggio nella gaudente accettazione generale, ha immesso, per lo più con decreti legge anziché con discussioni in Parlamento, nel codice penale da quando è entrato in carica; non bastassero i continui e ripetuti “decreti sicurezza” che il governo non smette di sfornare, come se l’inasprimento delle pene, da sempre notoriamente la più inefficace, stupida e demagogica tra le armi di cui lo Stato dispone contro il crimine, fosse l’unica soluzione possibile alla sensazione di insicurezza che campagne ben addestrate ad hoc da giornali, social e Tv orientati hanno instillato nell’opinione pubblica; non bastasse l’irreggimentazione della Tv di Stato (vecchia tradizione italiana, ma un tempo, almeno, divisa equamente tra maggioranza e opposizione), le mire sempre meno nascoste di mettere le mani sulla magistratura; non bastassero i segnali che arrivano non dal centro, ma dalla periferia: i sindaci-sceriffi, gli interventi sui libri di scuola troppo progressisti, l’intenzione, mai veramente praticata più per l’incapacità dei cosiddetti “intellettuali di destra” (merce assai rara per la verità) che per poca volontà, di creare “una nuova egemonia culturale di destra”; non bastasse una delle tante leggi liberticide che questo governo ha sfornato, quella che trasforma uno strumento da sempre caratterizzante la pratica non-violenta, ovvero la resistenza passiva, in reato all’interno delle carceri (che dal canto loro, da possibile strumento di riabilitazione, quali dovrebbero essere, sono sempre più strumento di annientamento psicologico, sempre più sovraffollate come sono, e sempre più lasciate a un assurdo confronto-scontro, seppure ad armi dispari, tra secondini e carcerati, entrambi vittime di una situazione esplosiva e ormai notoriamente fuori controllo); non bastasse tutto questo, la recentissima questione del poliziotto preso vigliaccamente a calci e pugni da un gruppetto di provocatori e di violenti in un corteo pacifico di 50mila persone a Torino (seppure attraversato da continue cariche, manganellate e lanci di lacrimogeni ad altezza uomo, come si vede in decine di video su ogni social) – episodio di violenza a cui ha fatto prontamente seguito la “necessità”, da parte del governo, di creare l’ennesimo “pacchetto sicurezza” contenente le ennesime leggi liberticide; beh, se questo non vi basta, evidentemente siete tutti quanti pronti, anche qua in Italia, a spellarvi le mani per la nuova autocrazia in arrivo. E allora, sapete una cosa? Potevate pure tenervi l’angelo della Meloni, il decoratore burlone ma in fondo simpatico e bonario, portato in palmo di mano dai giornali, l’impressione che questa pragmatica signora, i suoi ministri, i suoi accoliti, stiano “facendo bene”, portando l’Italia nel futuro, e non invece in una sorta di versione classista, liberticida, distopica e autoritaria di quello che un tempo chiamavamo col nome di democrazia.

E preparatevi: perché fra un po’, il caso “Meloni come un angelo” non sarà più un’eccezione, ma un topos, un modello, una consuetudine generalizzata in un popolino festante e gaudente che amerà acclamare, come ha sempre fatto del resto, il Capo, chiunque egli sia (salvo esser sempre pronto a tirargli addosso monetine e peggio ancora quando vedrà che l’aria sta per cambiare). Proprio come in Russia, come in Cina, come in Ungheria, come nell’America del Great Again. Tutti felici, tutti insieme appassionatamente, ad applaudire, a divertirsi e a gioire per la nuova trovata che ha messo il Capo sugli allori.
C’è un giudice a Berlino, si diceva un tempo, per dire di qualcuno che aveva finalmente ripristinato la legalità. C’è un Monsignore a San Lucina, potremmo dire oggi. Che ci riporta coi piedi per terra: no, il culto del Capo non è una cosa con cui si può scherzare troppo, soprattutto in tempi come questi.



