In un tempo in cui la parola archivio rischia di essere ridotta a deposito o repertorio, l’Archivio Rachele Bianchi si configura come un organismo vivo, capace di attivare relazioni, attraversare generazioni e interrogare il presente. Nato nel 2019 per custodire e valorizzare l’opera della scultrice milanese, l’Archivio ha progressivamente costruito un modello culturale fondato sull’idea di “rete aperta”: un dispositivo dinamico che mette in dialogo conservazione e ricerca, memoria e produzione contemporanea, pratiche artistiche e narrazioni femminili. In occasione del Centenario di Rachele Bianchi, questo approccio si consolida e si amplia, ponendo l’archivio non come luogo di chiusura, ma come spazio critico di possibilità. Ne parliamo con Elena Sacchi, vicepresidente dell’Associazione Archivio Rachele Bianchi, per riflettere sul ruolo degli archivi d’artista oggi e sul loro potenziale trasformativo nel panorama culturale contemporaneo.
L’Archivio Rachele Bianchi nasce come “rete aperta” e spazio vivo. In che modo questo modello supera l’idea tradizionale di archivio come luogo di sola conservazione?
Supera l’idea tradizionale di archivio perché non ci limitiamo a raccogliere e custodire le opere dell’artista, ma le apriamo al confronto. L’Archivio conserva ovviamente l’intero corpus di Rachele Bianchi, ma allo stesso tempo mette le sue opere in dialogo con giovani artisti contemporanei.
Quattro volte l’anno invitiamo artisti e artiste selezionati dal Comitato Scientifico a esporre da noi, confrontandosi con una o più opere di Rachele. L’archivio, in questo senso, non è un luogo chiuso, ma uno spazio di relazione.

Qual è oggi, secondo lei, il ruolo fondamentale di un archivio d’artista nella costruzione della memoria culturale e nella rilettura della storia dell’arte, in particolare rispetto alle artiste donne?
Il ruolo fondamentale è far continuare a vivere le opere. Le opere non devono restare chiuse negli archivi, ma devono continuare a trasmettere ciò che contengono. Noi le portiamo fuori, le rendiamo accessibili attraverso mostre gratuite, aperte a tutti, perché l’opera di Rachele possa continuare a essere conosciuta.
Questo è un messaggio che Rachele stessa mi ha lasciato quando ha capito che stava mancando. Aveva vissuto molte difficoltà nel farsi conoscere, anche perché era una donna e una scultrice, e mi ha detto chiaramente che bisognava aiutare i giovani artisti a comunicare. Far dialogare le opere tra generazioni, soprattutto sul tema delle donne, è ancora oggi estremamente attuale: purtroppo quel confronto non è affatto concluso.
Il progetto “Archivio Rachele Bianchi 3.0” si articola in quattro reti. Qual è il valore di questa struttura e come contribuisce a mantenere l’opera dell’artista attiva nel presente?
Le quattro reti definiscono l’identità dell’Archivio.
C’è innanzitutto la rete dedicata alla valorizzazione del patrimonio artistico di Rachele Bianchi: mostre, ricerca, il Centenario, la monografia e il futuro catalogo ragionato.
Poi c’è la Rete Aperta, rivolta ai giovani artisti, che possono confrontarsi con le opere di Rachele ed esporre le proprie.
Donne tra le righe è invece il progetto dedicato alla presentazione di libri legati alle donne e alla femminilità: anche l’editoria è una forma d’arte, alla quale Rachele era molto legata.
Infine, c’è la Rete delle Artiste, nata proprio in occasione del Centenario: una rete di contatti tra archivi, fondazioni e atelier dedicati ad artiste donne. Non è un’associazione, ma una rete informale di collaborazione.

La Rete Aperta mette in dialogo l’opera di Rachele Bianchi con giovani artisti contemporanei. Cosa nasce da questo confronto tra generazioni e perché è centrale nella vostra visione?
È centrale perché così l’opera dell’artista continua a rivivere. Non rimane semplicemente conservata, ma entra in relazione con nuove visioni.
Offriamo ai giovani artisti uno spazio gratuito, libero, una sorta di palestra: oggi entrare nelle gallerie è molto difficile e noi cerchiamo di dare una possibilità di confronto e sperimentazione.
Questo dialogo avviene sempre intorno ai temi che Rachele ha attraversato per tutta la sua vita: l’identità femminile, il corpo, la relazione. Molti artisti oggi testimoniano ancora difficoltà molto simili a quelle che lei ha vissuto.
Con il Centenario, l’Archivio ha avviato un processo di espansione e apertura alla città. Quali sono le azioni più significative di questa fase e che tipo di pubblico intendete coinvolgere?
Il Centenario ha rafforzato un lavoro che in realtà portiamo avanti da sempre. Continueremo a invitare giovani artisti e ad aprire l’Archivio alla città.
Il pubblico che ci interessa coinvolgere è molto ampio: persone che magari non conoscono ancora Rachele Bianchi e che, entrando in Archivio, scoprono un percorso artistico e umano forte, complesso, ancora attuale. L’ingresso libero è una scelta precisa: vogliamo che l’Archivio sia un luogo accessibile.
Guardando al futuro, quali sono le principali sfide — culturali e operative — per un archivio d’artista indipendente e quale responsabilità comporta custodire oggi l’eredità di Rachele Bianchi?
La sfida principale è far conoscere i percorsi delle artiste del Novecento, non solo Rachele. Parliamo di donne che hanno avuto produzioni di grandissimo valore, pari a quelle dei colleghi uomini, ma che non sono state sostenute dal sistema.
Oggi il lavoro degli archivi ricade spesso sulle famiglie, che con grande fatica portano avanti questa responsabilità. Conosco almeno dodici realtà dedicate ad artiste donne e tutte lavorano con risorse limitate, spesso accanto ad altri lavori.
Quando però vedo i giovani che scoprono l’opera di Rachele e rimangono stupiti — quando raccontiamo loro, ad esempio, che negli anni Cinquanta andava a pagare donne di strada per poter disegnare il corpo femminile — capisco quanto questo lavoro sia necessario.
È un confronto bellissimo, e vale davvero la pena continuare.

Se l’Archivio attiva la trasmissione dell’opera nel presente, la mostra Figura Forma ne rappresenta la traduzione curatoriale più compiuta. Nel quadro del Centenario di Rachele Bianchi, la retrospettiva ospitata a Palazzo Pirelli restituisce all’artista un ruolo centrale nel Novecento italiano, mettendo in luce la forza simbolica e politica della sua ricerca. Nata dal lavoro di studio e valorizzazione portato avanti dall’Archivio come “rete aperta”, la mostra ripercorre l’evoluzione del linguaggio di Bianchi — dalla figura protetta dal mantello alla progressiva apertura della rete — come racconto di una ricerca in cui materia e forma sono inscindibili. La figura femminile, per la prima volta portata da una donna nello spazio pubblico monumentale di Milano, emerge come gesto di affermazione e di libertà. Ne parliamo con Erika Lacava, co-curatrice della mostra.
La mostra si apre con un’opera fortemente simbolica. Da dove siete partiti nella costruzione del percorso espositivo?
Siamo partiti da un’opera che ha un valore simbolico enorme: è un’opera realizzata da una donna ed è la prima scultura che raffigura una figura femminile scelta per rappresentare, a livello monumentale, la città di Milano. Da lì abbiamo iniziato una ricerca su altre opere di Rachele Bianchi che potessero avere una forza simbolica altrettanto significativa. Nella prima sezione della mostra abbiamo inserito alcuni highlights, tra cui Simbiosi, la stessa opera presente alla Fiera di Rho. È un lavoro che rappresenta un incrocio — di strade, di percorsi — e il fatto che sia collocato proprio a Rho diventa un’affermazione forte della sua appartenenza al territorio milanese. Rachele Bianchi è stata un’artista fondamentale per Milano: ha sempre vissuto in città, ha seguito da vicino il dibattito artistico milanese, ha frequentato l’Accademia pur non aderendo a nessun movimento. Ha mantenuto una totale autonomia, anche perché era in gran parte autodidatta.

In che modo avete voluto collocare Rachele Bianchi all’interno del Novecento italiano?
Il nostro intento è stato inserirla consapevolmente nel filone del Novecento, perché se lo merita a tutti i livelli. La sua opera assorbe profondamente il linguaggio novecentesco: si avvertono chiaramente riferimenti a Marino Marini, una forte attenzione ai materiali, una concezione plastica della forma.
Allo stesso tempo, però, abbiamo voluto far emergere la sua originalità. Non solo perché ha lavorato sulla figura femminile in un modo inedito, ma perché ha dovuto confrontarsi costantemente con il suo essere donna in un sistema che non era pensato per le artiste.
Il percorso espositivo mette in evidenza un’evoluzione molto precisa del linguaggio formale. Quali sono i passaggi chiave?
Abbiamo cercato di restituire un percorso che parte dalla bidimensionalità del disegno, dove Rachele analizza la forma in modo quasi ossessivo. Non era interessata ai dettagli anatomici — i volti spesso non sono delineati — ma alla costruzione della forma, che doveva essere abbondante, materica. Per questo sceglie una modella non conforme ai canoni degli anni Cinquanta: una donna con seni, glutei e ventre pronunciati, rifiutata dall’Accademia di Brera, ma eletta da Rachele come modello ideale. Le serviva la materia. Nei disegni il chiaroscuro fa letteralmente esplodere la forma, fino ad arrivare alle prime opere tridimensionali: le teste e i busti lievi.

La maternità sembra segnare una svolta decisiva nella sua ricerca.
Assolutamente. L’esperienza della maternità entra in modo diretto nel suo lavoro. Inizia a lavorare con terracotta e gesso, producendo piccole maternità inizialmente molto realistiche. Poi, progressivamente, il realismo viene abbandonato. Questo è un aspetto che ci ha colpito molto: solitamente l’artista parte da una forma abbozzata e tende al realismo; Rachele fa il contrario. Toglie il dato realistico per arrivare al simbolo.
In mostra convivono opere degli anni Sessanta e lavori degli anni Novanta proprio perché la mostra non è cronologica: i temi tornano ciclicamente, in un continuo processo di aggiunta e sottrazione della materia.
Il titolo Figura Forma racchiude il cuore teorico della mostra. Come nasce?
Figura deriva dal latino fingere, che significa “formare”. Il titolo è quasi una reiterazione: formare la forma. Volevamo mettere l’accento sulla sua ricerca fondamentale, che è sempre stata una ricerca sul rapporto tra materia e forma.
Senza forma la materia non è visibile, senza materia la forma non può esistere. È un sinolo, per usare un termine aristotelico. Le sue opere sono fortemente materiche e costruite su forme geometriche fondamentali: il cerchio, la sfera, il parallelepipedo, la piramide. L’intera mostra si articola intorno a queste strutture primarie.

Nella parte finale del percorso emerge il tema della liberazione.
Sì, ed è un momento molto forte. All’inizio il mantello che avvolge le figure è una protezione, quasi uno scudo. Con il passare degli anni — e parliamo di decenni — questo mantello si alleggerisce: diventa velo, tessuto, fino a trasformarsi in rete.
Nell’ultima opera la figura accenna addirittura un passo di danza: è una vera liberazione. Anche biograficamente Rachele è stata una donna rivoluzionaria. È stata tra le prime a usufruire del divorzio negli anni Settanta, ha cresciuto da sola due figli, ha scelto di vivere esclusivamente della sua arte e ha deciso in autonomia come collocare le sue opere, sia sul mercato sia nelle istituzioni.
In mostra compare anche per la prima volta la “Rete Aperta” come firma. Che significato assume?
La Rete Aperta, accompagnata dalle iniziali del suo nome, ha una forte valenza, perché la rete è contaminazione, apertura verso l’esterno, allargamento del pensiero. È una visione che attraversa tutta la sua opera e che oggi ritroviamo anche nel lavoro dell’Archivio. La Rete Aperta è, in fondo, il pensiero stesso di Rachele Bianchi.



