Come un quadro che si anima: all’interno di una struttura trasparente prende vita la vivace Parigi dell’Ottocento, sfondo di un’indimenticabile storia d’amore e amicizia. Il più recente allestimento areniano della Bohème, firmato da Alfonso Signorini, torna all’Arena di Verona per quattro serate.
La “Bohème” di Giacomo Puccini è un’opera atipica da rappresentare all’Arena di Verona, sia perché i suoi luoghi – la Parigi del 1830, sì, ma lontana dai grandi viali e dai monumenti – si confanno poco alla monumentalità di un palco come quello areniano, sia perché più che la tragica storia dell’amore del poeta Rodolfo per la cagionevole sarta Mimì, racconta un modo di sentire, un’età della vita.
Quella in cui si è convinti che l’amore basti a scaldare una soffitta in inverno, che i sogni siano eterni e che il futuro sia infinito: la giovinezza, che Puccini nella sua musica ci rende bellissima e altrettanto fragile.

La regia di questa rappresentazione è di Alfonso Signorini, senza lode e senza infamia. Non scava la profondità psicologica ed emotiva dei personaggi, ma accompagna il racconto tradizionale con scelte semplici. La soffitta in cui, alla vigilia di Natale Rodolfo e Mimì s’incontrano e s’innamorano ricalca una specie di casa delle bambole in ferro e vetro, un ambiente protetto e lontano dal mondo di fuori, insomma, circondato da grandi tele dipinte da Juan Guillermo Nova con gli scorci più riconoscibili della Parigi dell’epoca.
Il Café Momus è il momento più riuscito di questo allestimento, giacché i tanti interpreti in scena riempiono tutti gli spazi del palcoscenico e il loro movimento ben organizzato dona vitalità alla scena: un tipico quadro di un’opera areniana.
Questa “Bohème” non è forse uno spettacolo visivamente all’altezza del resto della stagione dell’Arena di Verona, ma musicalmente è di ottima qualità, forse più di tante opere dotate di scenografie più colossali.
Il Maestro Francesco Lanzillotta sceglie di dirigere la sempre ottima Orchestra della Fondazione Arena privilegiando la narrazione dell’intera vicenda, senza soffermarsi sul singolo episodio. Il suono è fluido e lascia emergere i colori della Parigi di Rodolfo e Mimì.
Grande protagonista della scena è il soprano mantovano Eleonora Buratto, autrice non solo di una splendida esecuzione vocale, ma anche di un’interpretazione attoriale di tutto rispetto: ogni sua frase è pensata, sentita, e riesce ad arrivare chiaramente al pubblico. Il suo Rodolfo, Yusif Eyvazov, è vocalmente generoso, anche se meno convincente sul piano teatrale: più che un poeta, sembra a volte un eroe senza macchia e senza paura, ben lontano dalle sfumature emotive che Puccini aveva pensato.

La seconda coppia protagonista, formata da Marcello (Mihai Damian) e Musetta (Francesca Pia Vitale) è più equilibrata nei toni e nelle capacità attoriali: musicalmente controllato, ma agile nei movimenti lui, quanto brillante lei, senza mai cadere nella bidimensionalità.
Completano il cast Alexander Roslavets (Colline), Jan Antem (Schaunard) e la coppia formata da Nicolò Ceriani e Gianfranco Montresor, efficaci nei ruoli di Benoit e Alcindoro. Ottimo anche il contributo del coro di voci bianche A.LI.VE., preparato da Paolo Facincani, protagonista di un secondo quadro vivace e perfettamente calibrato.
La “Bohème” della Stagione 2026 dell’Arena di Verona è, dunque, la dimostrazione della superiore capacità che musica e canto hanno di trasformare luoghi e spazi secondo la loro volontà. Non sono le scene un po’ banali, né le luci di Paolo Panizza a compiere la magia di trasformare la grandezza dell’Arena in una gelida soffitta parigina, ma la sapiente direzione musicale e la bravura e l’esperienza degli interpreti.
Una lezione che più di un regista contemporaneo dovrebbe tenere a mente.
Fonti e crediti fotografici
Fondazione Arena di Verona




