In un clima come quello attuale l’arte non può restare indifferente. Ne hanno piena consapevolezza gli artisti appartenenti al Movimento di Arte Etica che, dal 5 giugno al 13 settembre 2026, presentano nell’iconica Fabbrica del Vapore di Milano, la mostra La misura dell’UNO.
Un’esposizione collettiva, che attraverso le opere di Afran, Gino Alberti, Marco Bertìn, Angelo Bonello, Carlo Bonfà, Julia Bornefeld, Francesco Carofiglio, Luigi Dellatorre, Massimo Donà, Gianfranco Gentile, Marco Gradi, Franco Mazzucchelli, Matteo Mezzadri, Jorge R. Pombo, Antonio Riello, Alberto Salvetti e Alessandro Zannier, permette allo spettatore di sviluppare numerosi interrogativi sul ruolo dell’arte verso il cambiamento e sulla relazione tra etica ed estetica.
In occasione dei dieci anni dalla sua fondazione, il Movimento di Arte Etica celebra l’importante traguardo, proprio con questa mostra, un’opera corale a più voci, nella quale vengono toccati i temi ad oggi più sensibili. Ambiente, identità, memoria, giustizia e responsabilità culturale, sono tra gli argomenti affrontati dagli artisti, che non si limitano a una semplice narrazione ma che utilizzano gli strumenti del dialogo e del confronto, per esprimere molteplici punti di vista.

Curata da Sandro Orlandi Stagl e organizzata da ARTantide Gallery di Verona, La misura dell’UNO pone l’accento sul concetto di identità individuale, da cui deriva il titolo. Che cosa rende davvero uno ciò che è uno? L’identità nasce dall’individuo isolato o dalla relazione che lo genera? L’indagine sul rapporto tra questi due aspetti è il tema centrale della mostra, diversamente declinato secondo la sensibilità personale dei singoli artisti. Passeggiando tra le sale è infatti interessante notare come determinati argomenti si ripresentino in più opere, toccando le corde emotive di diversi artisti e come al contrario, altre tematiche siano invece legate a singolari sensibilità.
Il Movimento di Arte Etica nasce sulla base dell’idea che “con l’arte e la cultura, si possa cambiare il pianeta e migliorare il mondo”, come riporta il manifesto del movimento, stilato a Verona il 24 marzo del 2016. Nato dalla mente brillante di Sandro Orlandi Stagl e curato insieme a Paolo Mozzo, il manifesto dichiara anche che “L’arte non è superficiale, deve addentrarsi nel profondo dell’uomo per poi riemergere trasformata con una sua concretezza”, ed è esattamente con questo approccio che prende vita la mostra alla Fabbrica del Vapore.
La complessità del presente si dispiega davanti ai nostri occhi nello Spazio Messina della Fabbrica, luogo che ospiterà l’esposizione fino alla fine della seconda settimana di settembre. Attraverso una pluralità di medium – dalla fotografia alla scultura, dall’installazione al dipinto, dal disegno a carboncino al video, – l’arte si trasforma in strumento di conoscenza, in grado di sviluppare nel fruitore una consapevolezza critica in merito alle questioni socio-politiche e ambientali del contemporaneo.
Atlante della sete, opera di Alessandro Zannier ne è sicuramente un chiaro esempio. Ognuno di noi è a conoscenza di quanto sia scarsa la disponibilità di acqua dolce sulla Terra, ma ne abbiamo mai vista la proporzione rispetto al nostro pianeta? La verità che ci sbatte in faccia Zannier è a dir poco sconvolgente. Osservare concretamente la realtà è tutta un’altra storia rispetto a leggere dei dati sull’argomento. Una piccolissima sfera azzura, che rappresenta la totalità di acqua dolce presente al mondo, si trova in mezzo a due sorelle notevolmente più grandi. La prima è la rappresentazione del pianeta Terra senza alcun tipo di acqua. I mari e gli oceani lasciano il posto a un paesaggio lunare arido e quasi irriconoscibile, in cui prendono il sopravvento catene montuose e fondali. L’ultima sfera si fa invece portatrice dei soli oceani, rappresentando tutta l’acqua presente sul nostro pianeta. Il confronto tra le parti è impressionante e chiunque si imbatte in questo lavoro non può che ritenersi fortunato ad avere a disposizione parte di quella minuscola percentuale d’acqua.

L’opera di Zannier è al giorno d’oggi particolarmente rilevante per la crisi idrica mondiale che stiamo vivendo. La scarsità d’acqua dolce, l’inquinamento salino delle fonti d’acqua potabile e l’acidificazione degli oceani, sono tutte problematiche che ci riguardano e non fanno parte di un eventuale futuro lontano e plausibile, ma sono la nostra quotidianità e soprattutto riguardano tutti noi.
Carlo Bonfà porta alla luce un altro tra i più grossi problemi del nostro tempo. Con il suo lavoro, Bonfà denuncia la tragedia delle guerre moderne e l’opera Migranti, che presenta in quest’esposizione, non è da meno. Realizzata dall’artista tra il 2000 e il 2003, l’opera si compone di smalti su legno che costruiscono l’immagine di pesci impossibili dai colori vivaci che, disposti in un banco unito, migrano in maniera coordinata verso un mondo di fantasia, senza dubbio migliore di quello reale.
L’artista da sempre critica aspramente il mercato globale delle armi, denuncia che ha sempre più preso piede – soprattutto negli ultimi anni – nella sua pratica artistica.
Se pensiamo che i civili rappresentano il 90% delle vittime nelle guerre moderne, non possiamo che indignarci, tanto quanto Carlo Bonfà, nei confronti di un governo che permette queste carneficine senza neanche troppe preoccupazioni. L’opera dell’artista, così come tutta la mostra, sono un invito ad agire, a prendere coscienza degli aspetti della contemporaneità che spesso tendiamo a ignorare perché portatori di un peso troppo grande da sopportare. La misura dell’UNO ci chiede di ascoltare tutte quelle voci lasciate ai margini, dimenticate o ignorate dal resto della società, ricordandoci che il mondo può diventare un posto bellissimo per tutti se solo ce ne prendiamo cura.


