La National Gallery di Londra, custode di capolavori dal Medioevo all’Ottocento, si prepara a scrivere una nuova pagina della propria storia. L’istituzione, finora legata a un perimetro cronologico che escludeva la produzione post-1900, ha annunciato un progetto ambizioso: la costruzione di una nuova ala dedicata all’arte moderna e contemporanea. Si tratta di una svolta storica, che rompe con oltre un secolo di tradizione e rilancia il museo come attore centrale non solo del passato, ma anche del presente artistico.
Il progetto, chiamato Project Domani, prevede un investimento di 375 milioni di sterline, reso possibile da donazioni record che rientrano tra le più generose mai ricevute da un museo europeo. A beneficiarne sarà un nuovo padiglione che sorgerà dietro la Sainsbury Wing, nell’area oggi occupata da St Vincent House, edificio destinato alla demolizione. La nuova sezione non sarà un semplice ampliamento, ma un vero e proprio spazio identitario in cui la National Gallery potrà raccogliere, esporre e raccontare le opere del XX e XXI secolo.
Secondo il direttore Gabriele Finaldi, l’obiettivo è quello di presentare “la pittura occidentale dal Medioevo ai giorni nostri”, in un continuum storico che finalmente includa il linguaggio della contemporaneità. Non più quindi una cesura netta tra la collezione della National Gallery e quella della Tate, tradizionalmente deputata all’arte moderna e internazionale. La scelta, infatti, è accompagnata da una collaborazione strategica con la Tate, che permetterà di armonizzare le acquisizioni e le esposizioni, creando un dialogo tra passato e presente.
Il nuovo padiglione, la cui apertura è prevista nei primi anni ’30, sarà il risultato di un concorso internazionale che selezionerà un architetto capace di tradurre l’ambizione del progetto in una forma architettonica innovativa e sostenibile. La sfida non è solo museografica, ma anche simbolica: ripensare lo spazio della National Gallery affinché rifletta la sua nuova identità di istituzione capace di custodire il passato senza rinunciare al presente.
Il cambiamento arriva in un momento delicato per il sistema museale globale. Molti musei hanno affrontato negli ultimi anni difficoltà economiche e cali di pubblico, aggravati dalla pandemia e dalle incertezze del mercato dell’arte. In questo contesto, l’annuncio della National Gallery è un atto di fiducia e di visione, che proietta Londra come centro di innovazione culturale. È anche un messaggio forte: le grandi istituzioni storiche non devono temere di confrontarsi con la contemporaneità, anzi possono diventarne protagoniste.
Dal punto di vista curatoriale, la decisione rappresenta una rottura epocale. Per decenni la National Gallery ha escluso a priori qualsiasi acquisizione post-1900, limitando il suo racconto a un canone chiuso, che si fermava alle soglie del modernismo. L’apertura all’arte contemporanea non significa però abbandonare la propria identità, bensì completarla. I capolavori di Van Eyck, Caravaggio, Turner e Monet troveranno ora un dialogo con le ricerche più recenti, creando un percorso in cui la storia dell’arte non si interrompe, ma si trasforma.
Un altro aspetto significativo riguarda la dimensione pubblica del progetto. La nuova sezione sarà pensata non solo come spazio espositivo, ma anche come luogo di incontro e di educazione. La National Gallery ha dichiarato di voler ampliare i programmi dedicati alle scuole, ai giovani artisti e alle comunità locali, rendendo il nuovo padiglione una piattaforma di partecipazione e non solo una vetrina. In questo senso, il progetto risponde anche alle sfide contemporanee del museo come spazio inclusivo e attivo nella società.
La notizia ha già suscitato grande attenzione nella comunità artistica internazionale. Da un lato, c’è entusiasmo per la possibilità che un’istituzione tanto prestigiosa apra finalmente le sue porte al contemporaneo. Dall’altro, non mancano le domande su come verranno selezionate le opere, quali saranno i criteri di acquisizione e quale sarà il rapporto con il mercato globale dell’arte. Ma è proprio in questo dialogo, e talvolta in questa tensione, che risiede il valore del progetto: il museo diventa laboratorio di idee e non solo custode di memorie.
Con Project Domani, la National Gallery compie un passo che sembrava impensabile fino a pochi anni fa. Non rinuncia al proprio ruolo di guardiana dei grandi maestri, ma decide di raccontare la storia dell’arte nella sua interezza, fino ai linguaggi del presente. È un gesto di apertura e di responsabilità, che segna l’inizio di un nuovo capitolo. Un capitolo in cui la tradizione e l’innovazione non si escludono, ma si intrecciano per restituire al pubblico una visione più ampia, complessa e vitale dell’arte.


