La nuova campagna Polaroid celebra la vita analogica tra nostalgia e rivoluzione

Analogico vs digitale è un dibattito alquanto longevo nel mondo della fotografia. Ci si è domandato cosa fosse meglio, quali fossero le opportunità e quali i sacrifici. Per un attimo in cui si è pensato ad un revival del vintage, il ricordo pareva essere diventato solo un piccolo spunto estetico sulla linea del tempo: ma ora, il nuovo mantra slow life ci catapulta all’interno di un lifestyle che predilige l’imperfezione alla post-produzione, l’autenticità al pianificato. E l’analogico ritorna in auge come chiave d’espressione impareggiabile.

Polaroid quindi ne approfitta: in questi anni il suo fascino ha comunque mantenuto il brand all’interno di un posizionamento elitario tra il creativo, l’appassionato e il nostalgico. Ne erano pieni gli eventi: dai matrimoni alle feste aziendali. Rimanevano pur sempre, però, piccoli puntini da unire lungo un variegato pattern storico-culturale, sporadici spot ai quali non vi era seguito. Siamo forse ora di fronte alla possibilità di tessere le fila di questa trama in quello che appare essere il ritorno di un momento perfetto?

L’azienda statunitense che con l’istantanea ha rivoluzionato il mondo della fotografia, ha recentemente lanciato una campagna “out of home”. Parliamo di promozione in luoghi di interscambio, stazioni, aeroporti, dove si va e si viene, dove non si è mai gli stessi: il singolo diviene comunità, l’attesa diventa riflessione. Ed è proprio qui che è utile parlare a tutti: suggerire un cambio di rotta, ispirare nuove direzioni che siano immediatamente raggiungibili.

Puntando sulle emozioni esperenziali, Polaroid celebra i sensi e le cose belle della vita che possiamo toccare con mano. “AI can’t generate sand between your toes”, recita un cartellone pubblicitario nel traffico delle metropoli cittadine. Tra la fretta ci ricordiamo di quanto serve quel momento di pausa, di riconnessione con la realtà. Sono immagini dirette, dalla grafica semplice. Attimi di vita pura, a cui fanno da cornice frasi che mimano una calligrafia frettolosa e spensierata, un pensiero nato di getto, reazioni naturali, istintive. “Remember that night we spent on our phones? Me neither.”.

Perché non si tratta solo del dualismo analogico/digitale. È in gioco una rivoluzione che compete la qualità della vita. I protagonisti di questo spettacolo che sta andando in scena nel mondo del marketing non sono i brand, ma le emozioni che ci suggeriscono di ritrovare – e che abbiamo rischiato di perdere. Un discorso non applicabile unicamente alla mera fotografia. Piuttosto una leva da cui far partire un importante cambiamento sociale, per un modo di esistere più sostenibile e vero.

Che le foto siano un po’ mosse, poi, che importa, quando è la vita stessa ad esserlo? Per merito di quale artificio dovremmo fingere che non lo sia – e quanta di questa perfezione sarà effettivamente importante per noi, un giorno? Alla fermata del bus, il più intenso tra tutti i payoff recita: “How much of your camera roll do you really remember?”. Abbiamo la possibilità di costruire un’impeccabile scenografia per la nostra vita, ma ci dimentichiamo di interpretarla.

Gli scatti Polaroid ci dicono che saranno sempre lì a ricordarcelo: the camera for an analog life. Perché cambiano i tempi, ma non il tempo a disposizione. Che resta il bene più prezioso.

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Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta nasce a Napoli nel 1991. Studia Antropologia e Storia dell'arte, conseguendo la Laurea Magistrale presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Vince poi il concorso Generazione Cultura e frequenta la LUISS Business School. Dopo le esperienze di redattrice per Vesuviolive e Fanpage, cura nel 2018 la mostra "Forcella Reigns", di Francesca Bifulco e Alex Schetter, a Los Angeles. Ha collaborato al reparto cretivo e come art consultant delle gallerie d'arte Liquid art system. Nel 2023 pubblica il suo libro "Una limonata blu", edito da Guida Editori con la prefazione del Prof. Marino Niola.

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