L’ultimo segreto, mostra personale di Jacopo Ginanneschi a cura di Ivan Quaroni presso Antonio Colombo Arte Contemporanea a Milano, segna un ritorno alla pittura come atto di ascolto, come esercizio di concentrazione sul mondo. Non è una pittura di posa, ma di dedizione: uno spazio dove il tempo si dilata e l’immagine diventa meditazione.
Il percorso si muove tra paesaggi di intensa quiete e figure sospese, tra boschi, valli e città che si trasformano in luoghi dello spirito. Ginanneschi lavora per stratificazioni sottili, velature che costruiscono la profondità come un respiro lento. La natura, nei suoi dipinti, non è mai semplice soggetto: è un interlocutore silenzioso, una forma di conoscenza. Ogni elemento – una roccia, un fiume, un cielo – sembra possedere una tensione interiore, una presenza viva.
Il titolo della mostra, ispirato ai versi di Montale, diventa la chiave di lettura di un percorso pittorico che cerca il punto in cui le cose “sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto”. È un invito a guardare oltre la superficie, a riscoprire nella materia la vibrazione dell’invisibile.

Nei lavori recenti, la figura umana riaffiora: santi, profeti, eremiti che si confondono con la pietra e la vegetazione, presenze che incarnano la solitudine e l’ascolto. E poi la città – Milano, in particolare – che Ginanneschi osserva come un teatro sacro e profano al tempo stesso, dove l’immagine pubblicitaria e il frammento architettonico convivono in una nuova forma di sacralità laica.
La sua pittura rimane fedele a un’idea di verità: quella “Truth to Nature” che Ruskin attribuiva ai grandi maestri del passato, ma che in Ginanneschi assume un valore contemporaneo, quasi etico. Dipingere, per lui, è un modo per stare al mondo, per ritrovare un equilibrio possibile tra interiorità e realtà.
In occasione della mostra, l’artista racconta la sua ricerca in una conversazione intima che attraversa i temi centrali del suo lavoro.
Nel testo critico di Ivan Quaroni si parla della tua pittura come di una forma di devozione, quasi una preghiera silenziosa. Ti riconosci in quest’idea? Quanto conta per te la dimensione spirituale del dipingere in un tempo che sembra aver perso la capacità di contemplare?
Io faccio i quadri specialmente per me. Mi servono per stare bene, per stare al mondo. Il punto non è produrre degli oggetti: poi, se si espongono o si vendono, va bene, ma non è questo il centro. Devo capire come guardo il mondo, chi sono. Disegnare mi aiuta in questo: è una forma di conoscenza di sé. Se non stessi bene mentre dipingo, non lo farei.

Hai detto che se ti affidassi solo al cervello diventeresti un disco che gira a vuoto. Mi ha colpito questa frase perché rivendica un ritorno all’esperienza diretta, allo sguardo dal vero. Cosa succede in te quando osservi e disegni la natura? È un modo per conoscerla o per lasciarti attraversare da essa?
Quando vedo quadri fatti solo di testa, sto male; mi fanno soffrire. Mi sembra che convinca di più un quadro che nasce da qualcosa di reale. Io mi sono formato su Lettere a un giovane poeta di Rilke: lui dice che il poeta deve guardare le cose come se fosse il primo uomo, senza ripetere le maniere di altri. È un pensiero che sento molto vicino. Leonardo diceva che bisogna essere figli della natura, non nipoti della natura.
Nei tuoi ultimi lavori i santi e i profeti sembrano emergere dal paesaggio come sue emanazioni, figure nate dalla stessa materia di rocce e alberi. È una riflessione sulla comunione tra uomo e natura o, al contrario, sulla loro distanza?
Non so se ci sia comunione o distanza. Mi sembra che ogni paesaggio abbia la sua figura emblematica. In un ambiente di rocce, boschi e silenzio, è naturale che compaia un profeta. Ti senti tu stesso un po’ un profeta del deserto. È una scelta pittorica ma anche esistenziale: l’uomo vive in un contesto, e la pittura dovrebbe raccontarlo. Mi sembra che oggi la figura umana si sia allontanata da questo legame: o è scomparsa o è deformata. Mi manca vederla immersa nella natura, come parte del tutto.

Nelle opere dedicate alla città – Guglie o Città ideale – la tua visione resta sospesa tra sogno e realtà. Cosa cerchi nel paesaggio urbano? C’è anche lì un “ultimo segreto” da svelare?
Dipingo per sopravvivere. C’è sempre un attrito tra come pensi il mondo e com’è davvero. La pittura serve a colmare quello scarto, a trovare un nuovo equilibrio. Nella città questo bisogno è ancora più forte, perché l’estetica urbana è spesso ostile. Allora mi metto a dipingerla per capirla, per trovare ciò che posso amare.
In Le Guglie guardo verso l’alto, verso quei santi bianchi sospesi sul cielo blu: c’è un senso di elevazione, una tensione spirituale. In La Città ideale, invece, mi interessa la fascinazione pubblicitaria, le immagini delle modelle sui maxi-schermi: un nuovo paganesimo visivo, che pure fa parte della nostra realtà. Anche lì, nel disordine, c’è un segreto da ascoltare.
Hai progetti futuri di cui vuoi parlare?
In questi giorni vado a dipingere il Ticino. Mi è tornata voglia di lavorare con la foglia oro… forse perché l’oro è diventato prezioso anche simbolicamente. Vediamo cosa succederà.





